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[Esclusiva] Viaggio dentro il palazzo dei cecchini di Mosul con il combattente e la bambina pronta a morire: “Contro l’Isis non c’è scelta”

“Ho 22 anni e quando il Califfato è arrivato noi giovani abbiamo capito che dovevamo combattere. Non c’era altra strada”. Il reportage nella città distrutta

La città di Mosul (Ansa)
La città di Mosul (Ansa)

Occhi scuri, sorriso, la voglia di parlare, di avere un contatto con l’esterno. Un pezzo di pane, un po’ di riso in una ciotola. Come letto un giaciglio di gommapiuma e una coperta che con gli oltre 46 gradi all’ombra è decisamente superflua.

Uno stanzone al buio condiviso con i compagni. Uomini che da mesi vivono chiusi nei palazzi di Mosul Ovest e che diventano, ogni giorno, la trincea di una guerra combattuta porta a porta contro il Daesh. D’altra parte i palazzi con i terroristi jiadisti, i nemici. Si spara giorno e notte, a turno ci si mette in postazione. La radio trasmittente gracchia qualche informazione, anche qualche risata.

Pronti a terra, il fucile puntato attraverso il buco nella parete. Fino a qualche giorno fa attraverso il foro si vedeva il minareto della moschea di Al Nuri. Adesso il simbolo del Califfato è raso al suolo ma circa 100 miliziani dello stato islamico sono ancora dentro la medina, la parte più antica della città della piana di Ninive. Molti di loro sono ceceni, qualcuno proviene dalla guerra in Afghanistan. Non hanno nulla da perdere, sono pronti a tutto e questo gli sniper iracheni lo sanno.

Con i jiadisti ancora circa 100mila civili, usati come scudi umani.

Le giornate scorrono lente al buio e al caldo dell’appartamento. Sotto la trincea. I sacchetti di sabbia. Le postazioni delle mitragliatrici. Il soldato osserva immobile uno specchio parabolico che riflette i palazzi vicini. Spia le mosse nel nemico. Quasi senza respirare.

Poco più in là c’è Hamin con la sua arma. Ha finito un turno al buio del quinto piano. È sceso alla luce. Una coperta lo occulta al nemico dall’altra parte il muro del palazzo. Schiacciata e nascosta contro di esso c’è la sua amica, Alia. 

Hamin decide di rispondere a qualche domanda.

Perchè sei qui? Quanti anni hai? “Ho 22 anni e quando l’Isis è arrivato noi giovani abbiamo capito che dovevamo combattere. Non c’era altra strada”

Ma non hai paura di morire? “La morte può arrivare in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Perché non morire da martire per una giusta causa?”

E chi è questa bambina che è qui con te? “ Lei è Alia mi fa compagnia. E non ha paura anzi mi dice: Vorrei essere colpita al posto tuo”.

Una piccola bambina di 5 anni vestita di azzurro, occhi spenti che si illuminano solo quando parla con lui. Lo guarda con adorazione, ne scruta i movimenti, sa quando lui è pronto a sparare ed allora si sposta, si allontana. Per poi tornare puntuale a fianco a lui e al suo elmetto pieno di bossoli. Per lei gli spari, il suono della mitraglia, le bombe che esplodono sono parte della vita, una triste quotidianità. L’innocenza perduta è lei. Non ha paura di morire. Ha già visto tutto della vita. Fame, sete, sangue, dolori, grida passano nel suo sguardo. Impressi per sempre. Non potrà mai dimenticare. Le rimane il suo amico Hamin che spara. Quando Hamin non ha il dito fisso sul grilletto, ed è libero, sorride e le fa una carezza.

Laura Apratidi Laura Aprati e Marco Bova, inviati a Mosul   
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