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Accordo Israele-Hamas, chi sono gli ostaggi israeliani rilasciati e i palestinesi che saranno liberati

Da Tel Aviv confermata la liberazione dei primi 350 prigionieri palestinesi, parte del contingente di circa 2.000 detenuti previsti dall’accordo. Applausi della folla a Tel Aviv. Trump segue il rilascio dall'Air Force One

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È iniziata all’alba la fase più attesa dell’accordo tra Israele e Hamas. Poco dopo le 7 di lunedì 13 ottobre, sette ostaggi israeliani sono stati rilasciati da Hamas e consegnati alla Croce Rossa Internazionale nel nord di Gaza. Pochi minuti dopo, i prigionieri sono passati sotto custodia delle Forze di Difesa israeliane (IDF) e trasferiti alla base di Re’im, dove li attendevano medici e familiari. Il momento è stato seguito in diretta da migliaia di persone riunite nella Piazza degli Ostaggi di Tel Aviv, che hanno esploso in un applauso quando gli schermi hanno mostrato la conferma del rilascio. L’onda emotiva ha travolto il Paese: abbracci, lacrime, cori e bandiere blu e bianche. “Questa è una mattina di grande speranza e grande preghiera”, ha dichiarato il presidente israeliano Isaac Herzog, mentre il premier Netanyahu ha parlato di “un passo necessario verso la fine di un incubo nazionale”.

Chi sono i 20 ostaggi

Il Washington Post ha pubblicato i nomi delle persone considerate vive o di cui non si conosce la sorte. Ecco alcune delle loro storie, tratte dall’elenco fornito dall’Hostages and Missing Families Forum:

  • Alon Ohel – 24 anni, pianista del nord di Israele, cittadinanza tedesca e serba. Fuggito dal festival Nova, è stato catturato in un rifugio. Secondo fonti statunitensi, oggi sarebbe parzialmente cieco per le ferite a un occhio.

  • Ariel Cunio – 28 anni, rapito con il compagno Arbel Yehud nella loro casa a Nir Oz.

  • David Cunio – 35 anni, sequestrato con la moglie Sharon e le gemelline Yuli ed Emma di 3 anni, già liberate nel novembre 2023.

  • Avinatan Or – 32 anni, dipendente tecnologico, rapito con la compagna Noa Argamani durante il festival Nova.

  • Kupershtein Bar – 23 anni, addetto alla sicurezza del festival, catturato durante l’assalto.

  • Bipin Joshi – 24 anni, studente nepalese, sequestrato in un villaggio vicino alla Striscia. Di lui non si conoscono le condizioni.

  • Eitan Horn – 38 anni, rapito a Nir Oz insieme al fratello Iair, rilasciato lo scorso febbraio.

  • Eitan Mor – 25 anni, sequestrato mentre lavorava al festival Nova.

  • Elkana Bohbot – 36 anni, produttore dell’evento musicale durante il quale è stato catturato.

  • Evyatar David – 24 anni, anche lui rapito al Nova.

  • Nimrod Cohen – 19 anni, soldato di guardia vicino alla base di Nahal Oz, rapito il 7 ottobre.

  • Gali e Ziv Berman – 28 anni, gemelli catturati a Kfar Aza con l’amica Emily Damari, liberata a gennaio.

  • Guy Gilboa-Dalal – 24 anni, sequestrato al festival.

  • Maxim Herkin – 37 anni, originario dell’Ucraina, rapito al Nova.

  • Matan Angrest – 22 anni, militare israeliano, prelevato da un carro armato nel sud del Paese.

  • Matan Zangauker – 25 anni, rapito a Nir Oz con la fidanzata Ilana Gritzewsky, rilasciata a novembre. Sua madre è diventata un volto simbolo della protesta contro Netanyahu.

  • Omri Miran – 48 anni, rapito dal kibbutz Nahal Oz.

  • Rom Braslavski – 21 anni, addetto alla sicurezza al festival Nova.

  • Segev Kalfon – 27 anni, sequestrato mentre cercava di fuggire dal festival.

  • Tamir Nimrodi – 20 anni, soldato rapito da una base militare vicino a Gaza.

  • Yosef-Chaim Ohana – 25 anni, barista. È stato catturato mentre aiutava i feriti a fuggire dal massacro del festival.


Un passaggio decisivo, ma fragile

L’accordo di Sharm el-Sheikh rappresenta uno spartiacque dopo un anno segnato da guerra, rappresaglie e tensioni internazionali. La liberazione degli ostaggi avrà un forte impatto sull’opinione pubblica israeliana, mentre lo scambio dei prigionieri palestinesi accenderà inevitabilmente il dibattito interno e regionale.

La tregua sarà reale solo se reggerà sul terreno. Ma nelle parole di Washington e nelle manovre militari già pianificate in coordinamento, emerge un obiettivo preciso: trasformare una pausa nelle ostilità in un processo politico, anche solo graduale, verso una nuova fase.

La notte tra domenica e lunedì potrebbe segnare l’inizio di quel passaggio, con gli occhi del mondo puntati su Gaza, Re’im e sui blindati della Croce Rossa.

Le telefonate da Gaza e le lacrime in diretta

Le immagini arrivate da Tel Aviv hanno mostrato non solo applausi ma anche telefonate in diretta: le famiglie dei primi sette liberati hanno parlato con i loro cari grazie a linee gestite dalla Croce Rossa, come riferisce Channel 12. Contemporaneamente, Hamas ha permesso ad alcuni rapiti ancora a Gaza di contattare i familiari. Tra loro Matan Tsengauker, ancora prigioniero, ha potuto telefonare alla madre Einav, che da due anni si batte per la sua liberazione. “Matan, stai tornando a casa. Grazie a Dio, la guerra è finita. La mia vita ti aspetta”, ha detto la donna in diretta, tra le lacrime, davanti a una piazza che l’ascoltava in silenzio. Il gesto, interpretato da molti come segnale politico, ha preceduto di pochi minuti la consegna dei sette ostaggi israeliani alla Croce Rossa. “Dichiariamo il nostro impegno verso l’accordo, purché Israele lo rispetti”, ha dichiarato Hamas in una nota diffusa alle 7:30.

 

Chi sono e dove andranno i prigionieri palestinesi rilasciati

Lo scambio non riguarda solo gli ostaggi israeliani. In parallelo, Israele ha confermato la liberazione dei primi 350 prigionieri palestinesi, parte del contingente di circa 2.000 detenuti previsti dall’accordo. Tra loro ci sono 250 ergastolani: 63 appartenenti a Hamas, 159 ad al-Fatah e il resto condannati per iniziative individuali. Secondo il ministero della Giustizia israeliano, 15 saranno rilasciati a Gerusalemme Est, 135 espulsi verso Gaza o Paesi terzi come Turchia e Qatar, mentre 100 detenuti saranno inviati in Cisgiordania dopo un passaggio nel carcere di Ofer.

Molti dei 1.700 detenuti non condannati per terrorismo erano stati arrestati dopo il 7 ottobre 2023: fra loro operatori sanitari, insegnanti, giornalisti e 22 minorenni. Le organizzazioni umanitarie chiedono che Israele garantisca la loro reintegrazione civile e familiare. “Ogni rilascio è una ferita che si ricuce lentamente su entrambi i lati del muro”, ha commentato un portavoce dell’ONU.

 

Pressioni di Hamas per i leader storici

Sul dossier detenuti si è tenuto un nuovo round di colloqui tra mediatori e rappresentanti delle parti. Secondo quanto riportato dalla BBC, Hamas starebbe ancora insistendo per la liberazione di sette prigionieri di alto profilo, tra cui Marwan Barghouti – spesso definito il “Mandela palestinese” – e Ahmad Saadat, leader del Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Non è chiaro quale sarà l’esito delle trattative nel caso in cui questa richiesta non venga accolta.

I principali dirigenti detenuti

Oltre a Barghouti e Saadat, tra i sette nomi chiave figurano Abdullah Barghouti, artificiere del braccio armato di Hamas noto come “l’ingegnere” e condannato a 67 ergastoli, e Ibrahim Hamed, storico comandante dell’ala militare in Cisgiordania. La loro scarcerazione rappresenterebbe un passaggio politicamente molto sensibile per Israele.

I medici esclusi dallo scambio

Non rientrano invece negli accordi i medici Hussam Abu Safiya e Marwan Al Hams, entrambi direttori di ospedali nella Striscia di Gaza. Pur essendo accusati da Israele di legami con Hamas, diverse organizzazioni per i diritti umani sottolineano la mancanza di prove e ne chiedono da tempo la liberazione.

I detenuti arrestati dopo il 7 ottobre

La parte più numerosa del gruppo in via di rilascio riguarda i 1.722 palestinesi arrestati dopo il 7 ottobre, ma non coinvolti direttamente negli attacchi. Secondo un’inchiesta del Guardian, solo una parte di loro sarebbe effettivamente affiliata a Hamas o ad altre organizzazioni armate. Nelle carceri israeliane, infatti, si trovano anche operatori sanitari, insegnanti, dipendenti pubblici, giornalisti, scrittori, persone malate o disabili e numerosi minori.

Le figure più controverse

Tra i prigionieri considerati più pericolosi dalle autorità israeliane spicca Iyad Abu al-Rub, comandante della Jihad islamica nell’area di Jenin, in Cisgiordania, ritenuto responsabile dell’organizzazione di diversi attentati suicidi. Nel gruppo figurano inoltre Mahmoud Ali Kaabna, condannato per l’omicidio di due giovani nel 1997, e Shraf Hajajara, implicato in un attentato suicida a Gerusalemme nel 2002 con undici vittime.

Un altro nome rilevante è quello di Baher Badr, condannato a 11 ergastoli per vari attacchi, tra cui uno alla stazione centrale degli autobus di Tel Aviv. Seguono casi estremamente violenti: Nabil Abu Khdir, che uccise la sorella accusandola di collaborazionismo; Muhammad Daoud, responsabile della morte di una donna incinta e del figlio di cinque anni dati alle fiamme; Ahmed Kaabna, condannato per l’omicidio di due ragazzi nel 1997; Mahmoud Moussa Issa, che rapì e uccise un agente della polizia di frontiera nel 1992.

Saranno rilasciati anche Ahmad Jamal Ahmad Qanba, coinvolto nell’omicidio del rabbino Raziel Shevach nel 2018, e Iyad al-Rub, mente di un attentato suicida nella città di Hadera con sei vittime. Tra i detenuti in uscita figura pure Mahmoud Atallah, accusato di violenze sessuali contro due soldatesse impiegate come guardie carcerarie.

Un equilibrio ancora fragile

La gestione della lista dei prigionieri rimane uno dei nodi più complessi del negoziato. Se da un lato Israele punta a ottenere il rilascio graduale degli ostaggi, dall’altro Hamas cerca di capitalizzare politicamente e simbolicamente ogni nome. La posta in gioco è altissima: dall’esito di queste scelte dipende non solo il destino di singoli detenuti e ostaggi, ma anche la tenuta della tregua e l’avvio di una fase negoziale più ampia.

Un nuovo inizio, ma la guerra non è finita

Il rilascio dei primi sette ostaggi rappresenta solo l’inizio del piano di scambio concordato tra Israele e Hamas, che prevede la liberazione complessiva di 20 israeliani. Gli altri 13 dovrebbero essere rilasciati alle ore 9 nel sud della Striscia, a Khan Younis, secondo le ultime comunicazioni dei mediatori qatarioti. Hamas ha ribadito il proprio impegno “a rispettare il calendario, se Israele farà lo stesso”. Le prossime ore saranno decisive per confermare l’attuazione dell’accordo.

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