La guerra che "disturba" gli oligarchi: primi rumors contro Putin. "L'Occidente colpisca i loro patrimoni"

Alcune prese di posizione di ricchi magnati fa sperare in una pressione interna. L'accusa: misure troppo timide, sospendere i doppi passaporti di chi fa affari in occidente

Putin e Abramovich (Foto Ansa)
Putin e Abramovich (Foto Ansa)
di An. Loi

Il 24 febbraio scorso Vladimir Putin ha riunito al Cremlino i maggiori oligarchi, ovvero i potentati economici e finanziari che di fatto muovono (e controllano) l'economia russa dai tempi delle privatizzazioni avviate da Eltsin al dissolvimento dell'Urss. Consultarli è stata una pre condizione necessaria per evitare che dalle operazioni militari avviate in Ucraina segua la nascita di una pericolosa opposizione interna. Grandi sono gli interessi dei magnati in patria e all'estero, con flussi di denaro immensi messi oggi in discussione dalle operazioni belliche in Ucraina: già quasi 130 miliardi di dollari sono andati bruciati in Russia dall'inizio della guerra. 

E proprio attraverso questa strada, i Paesi occidentali vorrebbero muoversi. Ma le misure che sono state prese nei confronti del jet set degli ultraricchi russi, sono "troppo timide" denuncia il Washington Post. "L'Occidente vuole 'dare la caccia' agli yacht, ai jet, alle case di lusso e alle auto degli oligarchi", dichiarano fonti governative americane al quotidiano, facendo riferimento alla schiera di uomini di potere, vicini al presidente e con immense fortune parcheggiate all'estero. Tra questi luoghi si segnalano Miami e New York, oltre Londra e altri templi della finanza, dove vivono, fanno affari e mandano i figli nelle più prestigiose università che spesso foraggiano.

Ma nonostante le parole, è la critica cui dà voce il Washington Post, le misure colpiscono in maniera trascurabile gli interessi degli oligarchi. La testata in particolare cita il putiniano Roman Abramovich, proprietario della squadra di calcio del Chelsea, di una villa da 200 milioni di euro nei pressi di Kensigton Palace, uno yacht con eliporto e piscina, e altre proprietà tra Stati Uniti e Caraibi per un patrimonio totale sterminato. Il magnate era, per dire, nell'elenco dei sostenitori dello zar stilato da Alexei Navalny, l'oppositore politico di Putin attualmente rinchiuso in un carcere a Mosca.

Oligarchi contro. Con timidezza

L'idea che aleggia è quella di mettere in difficoltà i flussi finanziari degli oligarchi affinché siano loro stessi a fare pressioni su Putin perché arretri nel terreno del combattimento in Ucraina. Contro di essi, come arma di persuasione più potente, il WP indica la sospensione del doppio passaporto che di fatto porrebbe queste immense ricchezze sotto un regime (anche fiscale) differente.

Come nel caso di Mikhail Maratovich Fridman, magnate russo-ucraino con passaporto anche israeliano, citato dal Corriere della sera in quanto uno dei quattro super beneficiari delle privatizzazioni del 1994 firmate da Boris Eltsin e il suo socio, Pyotr Aven, era tra i 36 imprenditori e finanzieri convocati da Putin qualche giorno fa. Fridman sembrerebbe essera artefice - ma la cautela in questo caso è d'obbligo - di una sorta di presa di distanza. O così, forse, la si vuole interpretare.

"Non faccio dichiarazioni politiche", afferma Fridman nella lettera inviata ai capi delle sue aziende e rivelata dal Financial Times. "Ma sono convinto che la guerra non potrà mai essere la risposta - ha scritto il 57enne, fondatore della più importante banca privata russa, la Alpha Bank -. Questa crisi costerà vite e danneggerà due nazioni che sono affratellate da centinaia di anni. Posso solo unirmi a coloro che desiderano la fine di questo bagno di sangue". Una presa di posizione, così la si vuole vedere, a cui i media occidentali non hanno mancato di dare visibilità. Anche perché la guerra si gioca, per buona parte, sul campo della propaganda. 

La pace è molto importante! Gli accordi vanno avviati al più presto!

Sulla stessa linea starebbe un altro influente oligarca, che sul suo account Telegram avrebbe scritto che "la pace è molto importante! Gli accordi vanno avviati al più presto!". Oleg Deripaska, il re dell'alluminio, sarebbe passato da 28 miliardi di dollari del 2008, che significava primo nella classifica degli uomini più ricchi di Russia, agli attuali tre miliardi, distribuiti tra energia, metalmeccanica e aeroporti tra i quali quelli di Sochi e Krasnodar. L'imprenditore era  vicino a Eltsin, ma a quanto sembra non altrettanto a Putin. Un "segnale" da prendere davvero con le pinze, visto che gli oligarchi forti, quelli prossimi allo zar (Gennady Timchenko o Yuri Kovalchuk, insieme al citato Abramovich) non mostrano nessun segno di arretramento rispetto alle posizioni del loro presidente. La "pressione interna" auspicata da Usa e alleati per ora può attendere.