«Non abbandonarci alla tentazione»: non cambia il Padre nostro ma la traduzione

Il cambio di un piccolo segmento della preghiera più popolare e famosa, conferma il cambio di passo per adeguare la vita cristiana in Italia alla spinta riformatrice di Francesco: Dio è misericordia e libera dalla tentazione

«Non abbandonarci alla tentazione»: non cambia il Padre nostro ma la traduzione

Con la nuova traduzione di un piccolo ma importante passo del Padre nostro, l’unica preghiera insegnata da Gesù ai discepoli, avviene un grande passo teologico in avanti. Finora si pregava Dio di “non indurci in tentazione”. Dalla fine di novembre, con la prima domenica del nuovo Anno liturgico, i cattolici italiani chiederanno a Dio “non abbandonarci alla tentazione”. E così si rende giustizia a Dio che è “Padre” e quindi può volere solo il nostro bene. Prevale la visione di Dio misericordioso, Dio amore, intorno a cui ruota tutto l’impianto della riforma cristiana che papa Francesco sta portando avanti con ogni determinazione, nonostante ampie sacche di resistenza. Quando Gesù insegnò la sua preghiera agli apostoli non trasmise un’immagine arcigna di Dio, ma lo chiamò Padre. Un titolo mai prima osato nei confronti della divinità

I testi originari della preghiera trasmisero fedelmente questa intenzione del Maestro, ma quando i testi furono tradotti dalle originali lingue ebraica e greca in latino, cominciò la diversificazione. Fino a quando alla fine del IV secolo il papa Damaso incaricò san Girolamo di fare una nuova traduzione in latino comprensibile al popolo. Di qui il nome di Vulgata. Quel testo di san Girolamo, per uno sbaglio di traduzione di n vocabolo, divenne nel tempo ufficiale e restò sostanzialmente invariato anche nella Nuova traduzione latina dopo il concilio Vaticano II del 1969. I lavori di revisione iniziarono con Paolo VI nel 1965 e furono completati nel 1979 quando Giovanni Paolo II approvò e promulgò l’edizione tipica della Nova Vulgata. La Conferenza episcopale italiana provvide a tradurre quei testi in italiano dal momento che il concilio aveva introdotto le lingue parlate nelle celebrazioni liturgiche. La messa si celebrava in italiano e quindi occorreva una traduzione in italiano del Padre nostro. Che venne fatto sul testo latino della Nova Vulgata che recitava “et ne inducas nos in tentationem”.

La traduzione classica fu “non ci indurre in tentazione”. Nel 2000 una commissione ristretta di 5 vescovi esperti della Bibbia incaricati di mettere a punto una traduzione nuova in italiano concluse che la traduzione più fedele del passo del Padre nostro fosse “non abbandonarci” alla tentazione. La Conferenza dei vescovi votò a favore nel 2002 e la Santa Sede approvò la traduzione nel 2007.  Restava tuttavia il lungo lavoro di revisione del Messale Romano che regola le celebrazioni liturgiche e specialmente la messa. Questo lavoro ampio che comprendeva anche l’inserimento del Padre nostro nella nuova versione è durato fino allo scorso anno, quando si iniziò la stampa per renderlo operativo. Si sperava che fosse possibile far partire la riforma del Padre Nostro e di alcuni altri passaggi delle preghiere della messa già nell’autunno passato, ma non si fece in tempo per la stampa. Così finalmente è stato annunciato che il nuovo testo entrerà in vigore per tutti dal 29 novembre prossimo, prima giornata di Avvento. Intanto negli ultimi vent’anni, dopo che i vescovi avevano dato il via alla nuova traduzione, migliaia di fedeli hanno premuto con lettere in Vaticano e agli stessi vescovi, sollecitando di poter pregare con la nuova traduzione. 

Lo stesso papa Francesco era intervenuto sulla questione quasi per affrettare la messa a punto del Messale. Durante una udienza generale verso la fine del 2017 aveva rilevato l’inesattezza della traduzione perché dava un’immagine distorta di Dio. “Sono io a cadere, non è Lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto. Un padre non fa questo, aiuta ad alzarsi subito. Chi ci induce in tentazione è Satana, è questo il mestiere di Satana”. Il senso giusto da dare alla preghiera è “Quando Satana mi induce in tentazione tu, per favore, dammi la mano, dammi la tua mano”. Non è esatto pertanto dire che il Padre nostro cambia perché l’ha chiesto Francesco. E’ stato un lavoro lunghissimo e minuzioso, ma alla fine ci si è arrivati. Insieme il nuovo messale avrà anche una modifica significativa natalizia. Nel canto del “Gloria” non si dovrà dire più “e pace in terra agli uomini di buona volontà” che è diventato un classico, ma secondo la traduzione rinnovata nel Messale si dirà pace “agli uomini che egli ama”.  

E’ stato un lungo percorso per un cambiamento apparentemente piccolo. Ma questa volta, sarà quella buona, come ha confermato nei giorni scorsi l’arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte, in margine del Forum internazionale di Teologia in corso alla Pontificia Università Lateranense. In realtà con un piccolo cambiamento si conferma un avvenuto grande cambiamento di prospettiva nel modo di intendere Dio alla maniera di Gesù. A papa Francesco i processi piacciono. Mettere in moto elementi che matureranno nel tempo e faranno sbocciare nuove mentalità piuttosto che puntare su celebrazioni di isolati eventi appariscenti e sporadici. Da alcuni anni nella Chiesa italiana ha seminato l’idea di sinodalità: Chiesa come comunità di battezzati tutti impegnati in maniera corresponsabile alla missione di annunciare il Vangelo. Una valorizzazione del battesimo dei laici e una riduzione del tasso di clericalismo che fa male a tutta la Chiesa riducendo la sua credibilità. Dopo il lungo dibattito sul Padre Nostro in Italia si è iniziato a discutere se occorra fare un sinodo per l’Italia o se, prima, non sia meglio far sperimentare con efficacia un metodo di partecipazione dei consigli pastorali nelle parrocchie e nelle diocesi. Non tutte ce li hanno e non in tutte funzionano davvero. Francesco, sollecitando la sinodalità come stile di chiesa ha messo in circolo più dell’urgenza di un sinodo nazionale, un processo di riforma profonda dell’essere cristiani.