Il no di Francesco a una Chiesa clericale nel settimo anniversario della sua elezione

Nel tempo di epidemia il papa chiede ai pastori una capacità e una inventiva accresciuta nello stare vicini al popolo che soffre e ha bisogno di sperimentare la tenerezza di Dio.

Il no di Francesco a una Chiesa clericale nel settimo anniversario della sua elezione

Semaforo giallo di Francesco nel suo settimo anniversario di elezione, ai preti e ai vescovi. Ricorda loro che non sono i padroni del popolo cristiano e li sollecita a una maggiore vicinanza possibile nel tempo di sofferenza e di prova del coronavirus. Parole spoglie ma vere, dette dal papa senza nessuno a fianco dall’altare di santa Marta, la cappella da cui da cinque giorni - causa il Covid 19 - celebra la messa trasmessa in streaming alle sette di ogni mattina. Oggi si poteva immaginare qualcosa di speciale per l’anniversario dell’elezione. Di speciale invece ci sono state parole ordinarie, nel senso di pensieri ripetuti più volte in questi sette anni di pontificato, e ripetute oggi per sottolineare, forse, una delle idee basilari per comprendere la direzione di marcia che sta cercando di far imboccare alla Chiesa.

Nell’omelia odierna, nessuna parola per se stesso, per la sua ricorrenza, ma ricordo affettuoso della gente che vive la prova dell’epidemia e la sollecitudine di poter contare su un clero convertito, che divenga fraterno e più capace di prossimità a chi soffre. Chi volesse capire cosa sogna davvero il Papa per la Chiesa, può trovarlo in poche battute di una omelia breve, feriale, spoglia, quaresimale e piena di umanità, proposta nel settimo anniversario da quando il cardinale Jorge Mario Bergoglio è diventato papa Francesco. Il Papa che vorrebbe “una chiesa povera e dei poveri”.

Ricorre alla spiegazione della parabola del Vangelo odierno per esprimere con nettezza il suo pensiero. Ai superficiali sembra criticare le drastiche misure amministrative per far fronte al coronavirus, in realtà parla della Chiesa e dei suoi pastori, di come dovrebbero essere sempre ma in particolare davanti all’eccezionale sfida di calamità sanitaria generale. Una Chiesa con la chiara coscienza di essere una realtà espressione di un dono: non si è fatta da sé, è stata chiamata. Quindi non può arrogarsi il ruolo di Dio, ma solo di rappresentanza coerente con l’idea del donatore. E’ una via di salvezza spirituale che va proposta con la fedeltà al donatore. Gli amministratori non sono i proprietari e non si possono spacciare per tali. Sono stati messi per stare vicini al popolo e far sentire al popolo l’amore di Dio verso tutti in misura del loro bisogno. Specialmente nelle vicende dolorose della storia collettiva e personale. A confermare questo indirizzo, Dio ha inviato lo stesso figlio Gesù. Ucciso anche lui da una dirigenza ideologizzata e dimentica del dono ricevuto.

Per l’occasione Francesco conia la parola “clericali sta”, variante di clericalismo.

“Il clericalismo – si conclude così la sua omelia - non è una cosa solo di questi giorni, la rigidità non è una cosa di questi giorni, già al tempo di Gesù c’era. E poi Gesù andrà avanti nella spiegazione delle parabole, dove si vede l’ira di Dio contro coloro che prendono il dono come proprietà e riducono la sua ricchezza ai capricci ideologici della loro mente. Chiediamo oggi al Signore la grazia di ricevere il dono come dono e trasmettere il dono come dono, non come proprietà, non di un modo settario, di un modo rigido, di un modo “clericalista”.

A ben pensarci, tutte le polemiche verso l’azione di Francesco si comprendono con lo schema della parabola della vigna e dei vignaioli. Francesco ha indicato la via di una conversione profonda della Chiesa per lasciare la tradizione del clericalismo e abbracciare in pieno la fraternità. Ma sono molti i rematori contrari che vogliono restare padroni in una Chiesa a loro immagine e somiglianza. Anche in questa condizione estrema di pandemia in cui il Governo è giunto a vietare le messe domenicali, funerali e matrimoni pubblici, Francesco non critica le restrizioni, ma indica la necessità da parte dei preti e dei vescovi di un supplemento di fantasia e amore verso la gente per immaginare come servirla meglio con la parola di Dio, la carità, la consolazione.

Chi ha ben compreso il nucleo del messaggio di Francesco in questi sette anni di pontificato, sono i gesuiti. Nel numero fresco di stampa de La Civiltà Cattolica, loro prestigiosa rivista, Arturo Sosa generale della Compagnia di Gesù riassume in quattro punti le nuove scelte dei gesuiti alla luce dell’insegnamento di Francesco: “Indicare il cammino verso Dio mediante gli Esercizi spirituali e il discernimento; camminare insieme ai poveri, agli esclusi del mondo, feriti nella propria dignità, in una missione di riconciliazione e di giustizia; accompagnare i giovani nella creazione di un futuro di speranza; collaborare nella cura della casa comune”.