[L’analisi] Macron tenta l’assalto finale sulla Libia per prendersi tutti gli affari e cacciare l’Italia

Siamo alla vigilia della partita decisiva, quella che deciderà gli equilibri del potere e degli affari in Libia da qui ai prossimi anni. Il presidente francese ha deciso di portare a termine il lavoro di Sarcozy a nostre spese. E a spese della legalità formale, tutta dalla parte del presidente Al Serraj che è il capo dell’unico governo legittimo soponsorizzato dall’Italia e riconosciuto dall’Onu nella regione

Macron
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Cosa sta succedendo in Libia? La conta dei morti fornita dal Ministero della salute libico-  50 in una settimana, oltre 138 i feriti – delinea il profilo di una crisi sull’orlo del punto di non ritorno, con le milizie ribelli pronte a sferrare l’assedio finale alla capitale Tripoli contro il governo di Fayez al Serraj.  Ma perché le milizie stanno scatenando un’insurrezione armata di tale portata, in grado di precipitare il paese nel caos del 2014 o forse peggio? Chi può avere interesse a vanificare gli sforzi per la stabilizzazione della Libia, proprio alla vigilia di un importante appuntamento diplomatico come quello di Sciacca nel mese di novembre, che sotto la regia italiana vedrà riuniti il Segretario di Stato del governo USA Mike Pompeo insieme al suo omologo russo Sergej Lavrov? Stabilire un legame diretto fra l’azione delle milizie e la volontà di alcuni degli attori in campo nello scacchiere libico è certamente un azzardo, ma è evidente che una “pax italiana” sulla Libia porrebbe un freno notevole alle ambizioni di conquista del ras della Cirenaica Khalifa Haftar e alle mire di espansionismo economico del suo grande sponsor francese, che in questi anni insieme alla Russia ha pesantemente foraggiato Tobruk  con armi ed equipaggiamenti, garantendole anche una sponda politico-diplomatica contro il governo unitario di Serraj riconosciuto dalla comunità internazionale e dall’Italia.

Qualcuno potrebbe dunque avere  la tentazione di spingere l’acceleratore fino ad arrivare ad un regime-change ai danni di Serraj, prima che le grandi potenze sedute al tavolo della diplomazia italiana trovino un accordo sulle garanzie e sui tempi del percorso che dovrà portare a nuove elezioni democratiche in Libia? Sono interrogativi che trovano un indizio nella preoccupazione espressa dal nostro ambasciatore a Tripoli Giuseppe Perrone davanti alla prospettiva di aprire le urne a dicembre, prematura secondo l’Italia ma non per la Francia che indicò quella data proprio al termine dei famosi colloqui di un anno fa a La Celle Saint Cloud.  A  quell’incontro (organizzato praticamente senza preavviso dal presidente francese Macron mentre il nostro Minniti era in Libia a negoziare con le tribù la creazione di un coordinamento contro la tratta dei migranti) erano presenti i due leader libici Haftar e Serraj ma non l’Italia, estromessa da quella partita e successivamente da quella altrettanto delicata sull’invio di truppe ai confini del Niger. 

Ora siamo alla vigilia della partita decisiva, quella che deciderà gli equilibri del potere e degli affari in Libia da qui ai prossimi anni. E c’è chi tenta di rovesciare il tavolo per prendersi tutto il banco. Non è passato inosservato l’attivismo della Francia negli scorsi mesi, con il ministro degli Esteri Le Drian impegnato in un tour libico nel mese di luglio alla ricerca di consensi sull’opzione delle elezioni entro il 2018. Il ministro francese ha incontrato gli esponenti libici presenti al vertice di Parigi del 29 maggio scorso: Haftar, Serraj, al-Mechri, presidente del consiglio di Stato e Aguila Saleh, presidente del parlamento di Tobruk. L'agenda è stata allargata anche ad alcuni esponenti delle potenti milizie di Misurata, e probabilmente anche ad altri attori locali. Per rendere più convincenti le sue proposte  l'Eliseo ha anche messo sul piatto un milione di dollari, finalizzati al finanziamento della macchina elettorale, purchè nei tempi decisi da Parigi. 

La linea diplomatica dell’Italia, contrariamente a quella francese, sostiene che prima di arrivare a nuove elezioni in Libia occorra continuare a preparare la stabilizzazione del paese, al momento diviso in macro zone di influenza  (quella di Tripoli, ormai ridotta alla capitale e dintorni, la Cirenaica di Haftar più una terza terra di nessuno, il Fezzan, dominato dalle tribu e dalle bande jihadiste). Le elezioni dovrebbero mantenere Al Serraj alla presidenza della futura Libia unita, salvaguardando in questo modo i legami tradizionali con l’Italia  e le esigenze di continuità con la linea della comunità internazionale.  Macron però sembra sempre più propenso a terminare il lavoro iniziato nel 2011 dal suo predecessore Sarcozy, con un avvallo non dichiarato alla prospettiva del “regime-change”  ai danni di Serraj e dell’Italia. Alle preoccupazioni dell’ambasciatore Perrone infatti ha risposto per suo conto  il Generale Haftar, alleato di Parigi, definendo il diplomatico italiano “persona non gradita”. Parole che sembravano quasi un via libera all’attacco fallito alla sede diplomatica italiana di Tripoli.