Haftar gela Conte, non partecipa ai lavori della Conferenza di Palermo ma stringe la mano al nemico

Ieri notte la presenza del generale Khalifa Haftar a Villa Igiea, sede della Conferenza per la Libia, era quasi stata per certa. Prima della plenaria, si è tenuto un vertice tra il premier Giuseppe Conte, Haftar, il presidente del governo nazionale libico Fayez al Sarraj, il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi, il premier russo Dmitri Medvedev

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Il generale Haftar con il premier Conte

Haftar gela l'Italia, non parteciperà ai lavori della Conferenza di Palermo. La sua assenza non è uno schiaffo, ma nemmeno una mano tesa. Il maresciallo arrivato in Italia lunedì per una serie di incontri con i leader dei paesi vicini ha infatti deciso di non partecipare al forum. La notizia è stata data via twitter, in italiano e inglese, dal portavoce dell'autoproclamato Esercito libico nazionale (Lna) guidato dall'uomo forte della Cirenaica. La decisione vanifica in parte quanto è stato fatto con intenti più che condivisibili dall’Italia. Il premier Conte avrebbe voluto, ma non è detto che non ci riesca in via informale, gettare le basi per la celebrazione delle elezioni libiche il prossimo anno e non a dicembre, come avrebbe voluto la Francia, l’altra grande assente (che però ora dovrà rassegnarsi ad un altro brutto flop in politica estera).

 "L'Italia riunisce i protagonisti del Mediterraneo e rilancia il dialogo per la Libia", ha scritto Conte in un tweet dopo la riunione a margine della Conferenza di Palermo della Libia che ha visto la partecipazione del generale e il presidente del Governo di accordo nazionale. Il militare e il premier del governo di unità nazionale si sono stretti la mano alla presenza del nostro premier. I due leader rivali si sarebbero anche scambiati un bacio. "Non si cambia cavallo mentre si attraversa il fiume", avrebbe detto, secondo fonti diplomatiche, Haftar. Parole che, sottolineano le stesse fonti, si riferiscono ad un'assicurazione da parte di Haftar a Sarraj che potrà restare al suo posto fino alle prossime elezioni libiche. Poi si vedrà.

Il contenuto della dichiarazione finale della Conferenza è, almeno nella sostanza, già stato delineato: contiene la promessa di sostegno da parte di tutte le nazioni partecipanti al convegno, libici in pole, al piano di stabilizzazione presentato una settimana fa al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dall'inviato Onu per la Libia Salamè. Il governo italiano in questo senso ha lavorato bene: in Sicilia ci sono il premier russo Dmitri Medvedev, il presidente dell'Egitto Al Sisi, il presidente della Tunisia Essebsi, il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk, il ministro degli Esteri francese Le Drian, il premier algerino Ouyahia e, appunto, Salamè. Anche dal punto di vista diplomatico, insomma, c’è da registrare un discreto successo.

La Conferenza è stata pensata per mediare fra le parti e per ridare un governo condiviso alla martoriata Libia. Nel meeting si stanno tracciando anche le linee guida per fare fronte alle sfide economiche, per mettere ordine nel paese, per rifondare un unico esercito e per concordare una soluzione al problema delle milizie individuando un programma comune. Questo è quello che l’Italia ha progettato. Due sono i nostri obiettivi: sicurezza ed economia. Il nostro Paese è, da molti lustri, interessato alla risoluzione di un problema che, se troppo trascurato, potrebbe diventare pericoloso soprattutto per la tenuta della sicurezza interna: l’immigrazione illegale e la criminalità che deriva dalla mancanza di controllo nei confini.

In particolare, è necessario agire soprattutto nel sud della Libia, dove alcuni gruppi armati provenienti da paesi confinanti gestiscono il traffico dei nuovi schiavi e il contrabbando di stupefacenti. Va anche combattuta la cattiva gestione dell’ordine pubblico di Tripoli (ma anche in altre importanti città del distretto tripolitano), dove bande armate pretendono posti importanti all’interno delle istituzioni e nei gangli vitali del paese, come porti e aeroporti, dove possono esercitare la lucrosa tratta degli uomini. Tutte cose che messe insieme stanno cancellando il già debole tessuto economico della Libia. Problemi che è necessario affrontare quanto prima con forze militari e di polizia locali che indossano una sola divisa.

D’altra parte, il nostro Paese ha sinora trovato qualche spiraglio grazie al trattato firmato con l’altro pretendente al trono che già fu di Muhammad Gheddafi, Fayez al-Serraj. Il presidente libico ha già cominciando ad arginare quello che può essere considerata un diaspora. La sua collaborazione si sta rivelando preziosa per il nostro Paese, meno per i libici che sinora non hanno incassato alcunché. Però hanno capito due cose estremamente importante: l’Europa ha bisogno di proteggere i suoi confini e che la Libia è la chiave più importante per la riuscita di questo percorso a ostacoli. E che quel percorso deve avere una qualche contropartita: i libici vogliono che il Vecchio Continente si impegni nella costruzione di scuole e al rilascio di visti per i loro studenti. Chiedono un do ut des che ancora non hanno potuto apprezzare.

Meno ottimista di Conte Ashraf Shah, membro del dialogo politico libico da cui è scaturito l'accordo di Skhirat ed ex consigliere politico del Presidente del consiglio di Stato. In un'intervista al Messaggero ha infatti detto che "le possibilità di riuscita della Conferenza? Poco o niente. L'Italia è partita male, con grande confusione. Non ha saputo decidere se seguire il modello francese oppure riprendere la posizione tenuta precedentemente. Il governo giallo-verde non è stato chiaro. Ha lanciato la proposta della Conferenza dopo il sostegno avuto dall'America. Ma subito dopo è scoppiato il conflitto nei confronti dell'ambasciatore Perrone, che era riuscito a riportare l'Italia in una posizione di priorità. Questo conflitto è arrivato fino in Libia, e da quel momento non ci è aspettati molto dalla leadership italiana".

E ancora: "Il governo italiano ha invitato 4 personaggi definendoli leader e non lo sono, perché non hanno più il sostegno del popolo libico. Per questo – ha spiegato Shah - va appoggiato il piano dell'inviato dell'Onu Salamé, perché è necessario arrivare il prima possibile a elezioni. In questo momento sono tutti indeboliti, anche al Serraj". Quanto ad Haftar, "fino a un anno fa non era un politico di riferimento secondo l'Onu. Lo ha messo sul tavolo Emmanuel Macron", osserva Shah. "La speranza era che l'Italia seguisse un percorso diverso, invece ha adottato una posizione che ora consente ad Haftar di ricattarla, come sta succedendo con la Conferenza". Dietro al comportamento di Haftar, aggiunge, "ci sono l'Egitto e gli Emirati Arabi, che sono sostenuti dalla Francia e che vogliono far fallire il summit italiano. In questo modo vogliono dimostrare che a giocare un ruolo principale sono i cinque grandi del Consiglio di sicurezza tra cui l'Italia non c'è".

Difficile, almeno per ora, sapere se nel post Conferenza si possa anche parlare di intese bilaterali per lo sfruttamento di gas e petrolio libico, però è possibile che le importanti presenze internazionali presenti all’iniziativa italiana possa indurre la Parigi di Macron a cercare accordi con Roma per evitare l’emarginazione dalla delicata fase di stabilizzazione della Libia.