[L'intervista] "L'Italia in Libia eserciti il suo ruolo centrale. Vi spiego perché l'invasione dei libici non ci sarà"

Michela Mercuri, esperta di Geopolitica del Medio Oriente, spiega perché Conte sta facendo la cosa giusta. E sui migranti dice: "Il governo resti unito, gli interessi in gioco sono tanti"

Un primo piano di Michela Mercuri

I colloqui bilaterali avviati dal premier Giuseppe Conte a Roma sono solo il primo passo nel tentativo di avviare un dialogo tra le fazioni in lotta in Libia. Un ruolo diplomatico che l'Italia, dopo la Conferenza di Palermo del dicembre scorso, ha preferito mettere nel cassetto. Michela Mercuri, saggistadocente di Geopolitica del Medio Oriente all'Università di Macerata e saggista, ci spiega perché oggi l'Italia deve esercitare un ruolo centrale nella crisi libica. "Conte ha incontrato il ministro degli Esteri del Qatar e gli alleati delle milizie di Misurata - spiega la docente -, quindi solo una parte delle due fazioni in lotta".

E' appena l'inizio.
"Il tentativo andrà a buon fine se anche Haftar e soprattutto i suoi sponsor regionali e internazionali riusciranno a creare una sorta di 'cabina di regia' per poi dialogare ai due livelli. Mi riferisco all'Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti che appoggiano Haftar, e a Turchia e Qatar per la parte di Tripoli. Finché non ci sarà una convergenza di questi attori regionali che danno soldi e appoggio ogni tentativo di mediazione cadrà nel vuoto". 

Professoressa, l'Italia può veramente giocare un ruolo centrale? Del resto i suoi interessi in Libia sono tanti.
"Sì, l'Italia sembra voler recuperare un ruolo importante. Dopo la Conferenza di Palermo che l'aveva resa un'attrice indispensabile nel ruolo di pacificazione del Paese, abbiamo perso un po' di appeal e abbiamo lasciato che le cose andassero per il verso sbagliato. Oggi stiamo cercando una centralità. L'impegno italiano c'è, l'impegno al dialogo c'è il ruolo attivo è stato ritrovato. Ovviamente il percorso è lungo".

L'errore dell'Italia è stato quello di concentrarsi esclusivamente sulla questione migranti, rinunciando a avere un ruolo attivo nella gestione della crisi?
"Assolutamente sì, noi abbiamo guardato alle coste della Libia e ci siamo accontentati di fare degli accordi più o meno discutibili con le autorità locali, rafforzando la Guardia costiera. Il calo degli sbarchi ha in qualche modo ha accontentato l'Italia che guardava alle frontiere e non a quello che accadeva dentro il paese libico. Errore fondamentale perché le vicende interne si riflettono inevitabilmente su quello che accade nelle coste libiche. Il caos di Tripoli favorisce i trafficanti e le milizie che gestiscono il traffico di esseri umani. Quando c'è il caos i gruppi jihadisti cercano di arrivare verso la costa, così come i trafficanti di esseri umani, e quindi vi potrebbe essere un aumento delle partenze". 

Assistiamo a un dibattito a distanza tra Salvini e Di Maio sulla gestione dei porti. Ha ragione il pentastellato a chiedere "più responsabilità" da parte dell'alleato di governo?
"Mi sembra che Salvini, come il governo italiano, stiano collaborando per la gestione della crisi. Si è creata forse una spaccatura con i 5Stelle i quali hanno preso in mano la situazione. Però bisogna accantonare le diatribe interne per cercare invece una linea comune". 

Secondo lei l'opzione militare è in campo?
"Può essere messa in campo nel momento in cui c'è la convergenza di vedute all'interno dell'Ue e delle Organizzazioni internazionali. Altrimenti faremmo lo stesso errore del 2011 quando la Francia ha voluto l'intervento militare per fare fuori l'Italia dal teatro libico e perseguire i propri interessi nazionali. In questo momento non vedo un'unione di interessi  tra i principali attori europei e questo è il primo freno a un'azione militare".

Per ora ognuno va per conto suo.
"Non ci può essere un'azione militare senza una comunione di vedute, un piano per il dopo per cominciare. E poi manca il consenso di una fazione locale. Quando facemmo l'intervento nel 2011 avevamo come interlocutore il Consiglio nazionale di transizione libico. Adesso con chi facciamo gli accordi per poter agire sul terreno? Con Haftar o con Sarraj? E' un momento molto delicato e per questo la via diplomatica è preferibile". 

Sarraj ha lanciato l'allarme su una nuova ondata migratoria verso l'Italia. Come va gestita questa possibile emergenza?
"Finora ci siamo occupati della migrazione 'classica', quella dei 600-700 mila disperati, secondo i dati l'Oim. E poi c'è la questione interna ma qui si sta parlando di sfollati, di libici e altri che fuggono dalle bombe. C'è molto allarmismo su questo tema, questa ipotesi la vedo remota".

Cosa succede tra la gente libica?
"Ho avuto modo di confrontarmi con famiglie di Tripoli che non sono un campione rappresentativo ma danno la percezione che in questo momento gli scontri sono in una fase iniziale. La gente cerca ricovero andando nell'est o nel sud libico, da parenti e amici. Perché l'intenzione è tornare nelle proprie case, non c'è l'intento migratorio. Poi chiaro che se la guerra dovesse continuare e diventare logorante e più intensa ci potrebbe essere una massa critica di rifugiati che si dirigerebbe verso il porto più sicuro, che chiaramente è quello italiano. Al momento però vedo un atteggiamento conservativo da parte di libici. I giovani che scendono in piazza hanno cartelli con su scritto 'Haftar vattene' e 'Macron vattene'. Questo di dà la cifra della sensibilità dei libici, intenzionati a rimanere nel proprio paese".

La Francia nel 2011 usò le armi in Libia, ora sta a guardare.
"Parigi era a conoscenza dell'allargamento di Haftar, forse sperava che avanzasse verso Tripoli raccogliendo il consenso delle milizie locali così come era già successo nel Sud del Paese. Probabilmente anche alla Francia la situazione è sfuggita di mano e ora attende di vedere ciò che accade. Nel senso che se Haftar dovesse continuare ad avanzare, la Francia ne trarrebbe vantaggio. Al contratio, se perdesse, la Francia perderebbe la sua egemonia. Quindi l'atteggiamento francese è ambiguo, attendista come al solito. Si è creato un asse tra Conte e Merkel: Macron aspetta di capire cosa accadrà".