Libia, Conte cerca una soluzione diplomatica. Al Serraj: "800mila profughi pronti a invadere l'Europa, tra loro anche jihadisti"

Il presidente libico solleva il livello di allarme mentre a Roma sono in corso colloqui diplomatici. Nuova lite tra i due vicepremier sulla gestione dei porti

Il premier Conte e il libico Al Serraj
Il premier Conte e il libico Al Serraj lo scorso dicembre
di An. L.

"Stiamo sempre seguendo l'evoluzione in Libia, oggi è una giornata molto impegnativa, siamo preoccupati, dobbiamo assolutamente scongiurare che possa proseguire questo conflitto armato. Abbiamo una precisa strategia, vogliamo una soluzione politica". Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, mette in campo l'alta diplomazia del governo per provare a avviare una fase interlocutoria in Libia e cercare di far dialogare le parti in conflitto. Mentre a Roma sono attesi Mohammed Al Thani, vicepremier e ministro degli Esteri del Qatar - Stato vicino all’esecutivo di Tripoli - e Ahmed Maitig, numero due del Consiglio presidenziale ed esponente di Misurata, è lo stesso presidente libico a alzare l'attenzione sulle possibili conseguenze  del conflitto. "Ottocentomila migranti e libici sono pronti a invadere l'Italia e l'Europa", ha detto Fayez al-Serraj cercando di attirare l'attenzione della comunità internazionale. E tra questi ci sarebbero "anche criminali e soprattutto jihadisti legati a Isis", dice in un'intervista all'inviato del Corriere della Sera a Tripoli, pubblicata sul sito del quotidiano.

Diplomazia in campo

L'intento degli incontri che si terranno oggi a Palazzo Chigi, ai quali parteciperà anche il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, è favorire il dialogo tra le fazioni provando a dare un argine al caos che va avanti da anni e che si è ispessito nelle ultime settimane, quando il generale Khalifa Haftar - appoggiato dall'Arabia saudita e guardato con favore dalla Francia e che oggi è volato in Egitto a incassare l'appoggio del "Faraone" - ha lanciato un'offensiva massiccia contro il governo di al-Sarraj (riconosciuto dall'Onu), nella speranza di conquistare Tripoli. Il risultato è già drammatico: almeno 130 morti di cui 55 bambini e sedicimila sfollati. L'Italia, protagonista della conferenza dell'Onu di Palermo del dicembre scorso, prova quindi a guidare un delicato lavoro di riavvicinamento tra le parti in conflitto. Tutti i tentativi fino a ora sono falliti, è bene dirlo.

In Libia continua l'offensiva

In Libia, intanto, continua incessante l'offensiva, mentre il governo di Accordo nazionale libico di al-Sarraj ha annunciato che non accetterà alcun cessate il fuoco fin quando le forze del generale Khalifa Haftar proseguiranno il loro attacco a Tripoli e non saranno ritornate alle posizioni di partenza. A riferirlo è il sito Libya Observer citando un portavoce dell’esecutivo, Muhannad Younis. Nelle ultime settimane l'escalation di violenze ha visto più di 130 morti e oltre 200 feriti, come denuncia Foad Aodi, l'Ong medica italiana che denuncia anche "violenze sulle donne da parte dei militari: si ha notizia di 30 donne stuprate, sei delle quali hanno perso la vita".

Ma la posta in gioco è molto alta - il 70 per cento del petrolio italiano arriva grazie alle concessioni dell'Eni in Libia - e, nel dibattito interno l'attenzione si catalizza sul rischio che riparta il flusso dei migranti. La ministra Elisabetta Trenta a Radio Capital ha detto che "in caso di una nuova guerra non avremmo migranti ma rifugiati" e aggiungendo che questi "si accolgono. Chi dice che pensa al possibile attacco in Libia per risolvere il problema dei migranti sta facendo un errore enorme". La titolare della Difesa avverte che "le conseguenze in termini di destabilizzazione ricadrebbero soprattutto sull'Italia". 

L'avvertimento a Salvini

Le fa eco il presidente della Camera, Roberto Fico, per il quale "coloro che scappano da una guerra non possono essere respinti. Questo è il diritto internazionale, quindi mi sembra davvero scontato. È il diritto e così è". Anche L'altro vicepremier Luigi Di Maio, in un'intervista al Corriere della sera, dice che "chiudere i porti deve essere una misura occasionale". Per il pentastellato "quello che sta accadendo non è un gioco, non è Risiko in cui uno si diverte a fare il duro con l'altro. Le parole hanno un peso" e sembrano tutte rivolte all'alleato di governo. Il vicepremier spiega infatti che "la Libia non può essere trattata come un argomento da campagna elettorale, perché è un interesse strategico dell'Italia". E promette che si cercherà "una soluzione intra-Libia e non ci sarà un altro intervento militare".  

"Sui ponti decido io"

Tutti messaggi diretti al vicepremier leghsita Matteo Salvini che invece insiste sulla chiusura del porti italiani: "Ne approfitto per rispondere a qualche ministro - ha detto parlando a Monza -: per me i porti rimarranno chiusi". Quindi precisa che "sui porti decido io" e aggiunge che "se il ministro Di Maio e Trenta la pensano in modo diverso lo dicano in Cdm e faremo una franca discussione. I porti con me rimangono indisponibili chiusi e sigillati ai mercanti di esseri umani".