I laburisti chiedono di votare il secondo referendum Brexit. E Theresa May non ha un "piano B"

Un emendamento che sarà proposto al voto stasera richiede al governo di inserire nel calendario della Camera dei Comuni un dibattito sulle modalità per impedire una Brexit "no-deal" a fine marzo

Jeremy Corbyn
Il leader Labour Jeremy Corbyn
di PSO

Tutte le opposizioni sono compatte contro la May, ma è una opposizione senza nerbo e senza idee sostanzali. Così il giorno dell’addio all’Unione Europea da parte dei sudditi di sua Maestà è sempre più vicino. Il principale partito d'opposizione britannico, il Labour, ha proposto di consentire ai deputati di votare sulla possibilità di indire un secondo referendum Brexit, nell'ambito di una serie di opzioni per evitare un divorzio dalla Ue senza accordo. Un emendamento che sarà proposto al voto richiede al governo di inserire nel calendario della Camera dei Comuni un dibattito sulle modalità per impedire una Brexit "no-deal" a fine marzo.

Unione doganale Ue-Gb 

Tra le opzioni previste una rinegoziazione dell'accordo di recesso dalla Ue che includa una nuova unione doganale Ue-Gb e una "forte relazione" con il mercato unico europeo. Sono anche contemplate "misure di legge per indire un voto pubblico su un accordo o una proposta" di Brexit che abbia il sostegno della maggioranza dei deputati. I Comuni hanno sonoramente bocciato l'intesa raggiunta dalla May con la Ue, ma la premier non demorde e ha annunciato un ritorno a Bruxelles per tentare di strappare nuove concessioni che potrebbero convincere gli scettici. Tornerà in aula martedì prossimo, quando i deputati potranno discutere l'approccio e votare emendamenti che propongano un percorso diverso.

L'emendamento chances minime

L'emendamento laburista ha chances minime di successo, perchè necessita del voto favorevole dei deputati del partito conservatore di May, che difficilmente appoggeranno una proposta del leader Labour Jeremy Corbyn. Ma di fatto è la prima volta che nell'aula dei Comuni entra nero su bianco un testo che solleva la possibilità di un secondo voto popolare sulla Brexit. Sull'ammissibilità degli emendamenti deciderà lo speaker della Camera John Bercow.

Theresa May non ha un piano B

Sino a ieri tutta la stampa europea si era affannata a dire che esisteva una piano B, ma per ora (almeno) niente, mentre il giorno X dell'addio di Londra all'Ue resta fissato, sempre più incombente, per il 29 marzo. La conferma è risuonata in tutta la sua evidenza nelle parole dello statement con cui Theresa May ha avviato stasera il dibattito sulle linee d'un nuovo ipotetico accordo da sottoporre a Bruxelles dopo la bocciatura senz'appello, la settimana scorsa da parte del Parlamento di Westminster, di quello raggiunto con i 27 a novembre.

Nessuna novità concreta

Un discorso nel quale l'unica vera novità concreta, accolta da un raro moto di unanimità dei deputati, è stato l'annuncio della premier Tory dell'abolizione del previsto costo da 65 sterline per le pratiche che 3 milioni di cittadini di Paesi Ue insediati nel Regno (inclusi oltre 600.000 italiani) dovranno espletare per ottenere lo status speciale in grado d'assicurare loro gli stessi diritti di oggi: anche in caso di no deal, come è stato promesso e ribadito. Un segnale importante per un esercito di individui comuni che sono in prima fila sul fronte delle incertezze della Brexit.

L’addio senza accordo

E che in parte, se titolari di un'app per dimostrare la propria identità, possono iniziare a registrarsi sin da oggi online (per le procedure cartacee si partirà invece tra qualche settimana e ci sarà poi tempo fino al giugno del 2021). Ma un segnale che non dice nulla sulla strada che il governo di Sua Maestà vuole o può imboccare entro il 29 marzo per uscire dallo stallo. Salvo scivolare per inerzia verso l'orizzonte di quel divorzio senz'accordo che mezzo mondo teme come una potenziale catastrofe per le relazioni europee, per i legami che le regolano e soprattutto per l'economia britannica. May in ogni modo non pare scuotersi più di tanto. Ai deputati parla di dialogo in termini vaghi e limitati. Promettendo un maggiore coinvolgimento del Parlamento nella definizione di un quadro nuovo, l'impegno a tutelare i diritti attuali su lavoro, ambiente e sanità secondo gli standard europei e - in primis - una imprecisata soluzione che consenta di mantenere un confine senza barriere fra Irlanda e Irlanda del Nord allontanando nel contempo lo scenario teorico del backstop (il contestato meccanismo di salvaguardia imposto dall'Ue) senza mettere in discussione lo storico Accordo di pace del Venerdì Santo del 1998.

Gli appelli dei pro-Remain

Poca cosa per le opposizioni, compatte nel bocciare la linea della May. Tanto più che la premier non cede su una raffica di no: no alla rinuncia ad agitare lo spauracchio del no deal; no alla richiesta di un'estensione dell'articolo 50 e quindi d'un rinvio della Brexit almeno finché una nuova bozza d'accordo allargato non sarà sul tavolo a Westminster; no alla proposta ufficiale laburista di un testo d'intesa più soft che contempli se non altro la permanenza della Gran Bretagna nell'unione doganale; e no, ovviamente, agli appelli dei pro-Remain più convinti per un secondo referendum che ai suoi occhi sarebbe "un tradimento" del risultato referendario del 2016.

Qualche luce per la May

Alla fine l'unica reazione cautamente positiva arriva da falchi Tory brexiteer come Boris Johnson e dai coriacei alleati unionisti nordirlandesi del Dup: condizionata del resto al risultato che la premier potrà spuntare sul backstop "tornando a Bruxelles". Mentre il fronte anti-May si prepara in tutta fretta a mettere ai voti nuove mozioni per provare a obbligare di fatto l'esecutivo alla strategia del rinvio se un compromesso non dovesse saltar fuori per miracolo entro il 26 febbraio (il voto del 29 gennaio è stato già derubricato a passaggio interlocutorio). E scongiurare l'incubo del no deal.