[L'inchiesta] Petrolio, i poteri forti alleati contro il governo pentastellato. Ecco come lo boicottano in Libia

Parlano di sbarchi, ma i capi di Stato guardano alle riserve “oil & gas” del paese nordafricano. L'Eni ha investito significativamente su quell'area, che già adesso le garantisce più del 20% sul totale della produzione d’idrocarburi

[L'inchiesta] Petrolio, i poteri forti alleati contro il governo pentastellato. Ecco come lo boicottano in Libia

La Libia somiglia a un mare di sabbia, invece è (soprattutto) un oceano di petrolio. Si fa presto a parlare quando si dibatte del paese nordafricano di commercio di migranti, di disperati e di carrette del mare, c’è un verità incontrovertibile: tutte le grandi potenze si interessano di quelle assolate lande solo per una ragione: il petrolio. E per poterselo accaparrare hanno bisogno che nell’ex colonia italiana ritorni la pace, solo così potranno assicurarsi una percentuale di quel ben di dio che si nasconde nel al-Ṣaḥrāʾ al-Lībiyyae.

Gli impianti Eni in Libia – Fact Book 2017, Eni Spa

Dentro le nostre cose: la produzione di petrolio di Eni in Libia nel 2017 è stata di 87 migliaia di barili al giorno. Un’enormità. Ecco perché gli europei, ma non fanno eccezione gli americani e i russi, sbavano di fronte ai presunti padroni del greggio, tali sostengono di essere il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica (sponsorizzato dall’Egitto, dalla Russia e dagli Emirati Arabi Uniti), in opposizione all’uomo sostenuto dall’occidente e dall’Onu, Fayez al-Serraj, presidente del Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale.

Tutto si può pensare e dire, ma la vera ragione della Conferenza di Palermo voluta dal nostro governo era quella di fare incontrare proprio questi due, per convincerli a un unico obiettivo: indire le elezioni e quindi riportare finalmente la pace in Libia. Certo in Sicilia si è parlato anche di migranti, ma l’attenzione era rivolta soprattutto agli affari che si potrebbero fare se l'area dovesse riuscire a darsi un governo credibile, in grado cioè di stipulare contratti che abbiano un minimo garantito di valore giuridico. Senza pace non c’è business.

Il gasdotto GreenStream che dalla Libia raggiunge l’Italia – Mellitah Oil & Gas BV

Gli analisti di Eni, che come è noto gestisce almeno il 70% del greggio prodotto in quelle contrade, guardano con attenzione l’evolversi della situazione. Da circa un paio d’anni le attività petrolifere italiane nel paese “marciano con una certa regolarità con episodi di disruption sempre più rari, benché non del tutto assenti”, hanno spiegato nella relazione di bilancio presentata nel 2017. E in effetti, nello scorso anno la produzione in quota Eni è stata di 384 mila boe al giorno, il livello più elevato registrato storicamente dall’azienda nel Paese.

Le preoccupazioni restano, anche se le cose vanno un po’ meglio di quando la Francia ha destabilizzato l’area per tentare di sparigliare le carte che sinora erano distribuite dall’Italia. Benché si ricominci a vedere la luce, il management Eni ritiene che la situazione geopolitica della Libia continuerà a rimanere incerta. In tutto questo bailamme, proprio quando la leadership di Fayez Al Sarraj si sta snervando, anche gli Usa (presenti a Palermo) si sono messi a giocare di rimessa tornando nei terminal libici, per ritagliarsi uno spazio in quel mercato petrolifero in un momento in cui i rapporti di forza nel settore energetico appaiono in fase di riequilibrio. Del resto, con l’inserimento dei russi, in particolare di Rosneft (vicini a Eni), nel panorama petrolifero libico, gli States non potevano stare con le mani in mano: il controllo del greggio è uno dei capisaldi della politica internazionale messa in campo da tutti i presidenti Stelle e Strisce.

E tutto questo gli States lo possono fare proprio grazie alla forte presenza italiana in quel teatro. Eni è presente nel paese nordafricano dal 1959. L’attività – si legge nel sito Eni - è condotta nell’offshore mediterraneo di fronte a Tripoli e nel deserto libico per una superficie complessiva sviluppata e non sviluppata di 24.673 chilometri quadrati (12.336 chilometri quadrati in quota Eni). Resta da sciogliere un dubbio. I nostri ambasciatori politici hanno sempre dimostrato di saperci fare, lo dimostra anche l’aplomb che siamo riusciti a tenere dopo l’intervento internazionale in Libia del 2011, ma adesso occorre l’ultimo colpo di mano, altrimenti i nostri competitor alzeranno di nuovo la cresta.

L’Italia, d’altro canto, ha rischiato di perdere la sua centralità lo scorso agosto, quando l’ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Perrone aveva affermato che la Libia non era pronta alle elezioni. “Le dichiarazioni dell’ambasciatore italiano vanno contro la sovranità libica e il principio di titolarità nazionale del processo politico”, aveva replicato il generale Haftar. “Riteniamo che l’ambasciatore italiano non è più gradito dalla maggioranza dei libici”, aveva ribadito il Generale in un’intervista con il quotidiano libico online Al Marsad. Era stato uno strappo doloroso (ma Perrone aveva ragione ndr), anche perché il mese successivo era sembrato che il generale Haftar volesse attaccare Tripoli, cioè contro i territori controllati da Serraj (il nostro amico in Libia), ma si è guardato bene dal farlo. Anche perché Eni ha saputo essere indispensabile soprattutto in due settori fondamentali, cultura e sanità.

La prima rappresenta una risorsa per lo “sviluppo sostenibile, così come una grande opportunità per lo sviluppo socio-economico locale”. Eni ha infatti sponsorizzato il restauro degli antichi mosaici romani della Villa Lebda, sotto la guida di un team italiano di esperti. La società ha promosso anche una ristrutturazione del museo di Sabratah nel pieno rispetto delle caratteristiche dei vecchi edifici originali. Salute: all’interno di questo progetto, sta fornendo “assistenza tecnica per la formazione del personale sanitario, attraverso collegamenti da remoto per l’organizzazione di corsi, video conferenze, servizi di telemedicina e study tours presso alcune delle più prestigiose strutture sanitarie italiane, soprattutto nell’ambito della diagnosi e della gestione clinica/chirurgica delle patologie neoplastiche.

Bisogna dare una mano a Eni: urge una politica estera seria. Altro che pensione o reddito di cittadinanza: il petrolio è il vero motore dell’economia globale (i paesi che non lo hanno o non possono acquistarlo sono poveri), senza greggio non si va da nessuna parte.