[Il retroscena] Il partito del Quirinale scommette sul dossier Libia per ridare centralità e autorevolezza all'Italia

Il 12 e il 13 a Palermo l’Italia mette intorno al tavolo il mondo, dagli Stati Uniti alla Russia, passando per la Lega Araba, la Germania e i Paesi del Nordafrica. La sfida è alta: ridare pace e ordine alla Libia. In arrivo dalla Libia 89 delegati tra cui i presidenti Haftar, al Serraj e Saleh. Decisiva, e non scontata, la presenza del generale. Presente anche Angela Merkel. Ancora dubbi su Macron. E i 5 Stelle hanno il problema No Muos: proteste in vista. Anche molto pertinenti

[Il retroscena] Il partito del Quirinale scommette sul dossier Libia per ridare centralità e autorevolezza all'Italia

I potenti del mondo riuniti nei salotti di villa Igea a Palermo per trovare il modo di pacificare la Libia. Russia, Stati Uniti, Europa, la Lega Araba, Egitto, soprattutto le tribù e le milizie locali. La autorità libiche hanno trasmesso ieri la lista alla segreteria del Ministero degli Affari esteri: saranno 89 le “personalità” presenti. Una lista che dice tutto:19 donne, 12 personalità che fanno capo al passato regime di Muammar Gheddafi, 25 provenienti da Tripoli, 20 provenienti dalla Cirenaica, 37 dal Fezzan e 14 diplomatici. Soprattutto Al Serraj, presidente di Tripoli e unico riconosciuto dalla comunità internazionale, Alguila Saleh, presidente del parlamento di Tobruk, e - fondamentale - il generale Haftar, il capo della Cirenaica nonché l’uomo che controlla la maggior forza militare nell’est del Paese.

Occasione di riscatto

Si chiama “Conferenza per la Libia” e per il governo Conte può essere l’occasione di un riscatto, internazionale ma anche nazionale. Oppure, al contrario, la presa d’atto della marginalità italiana a livello internazionale. Una partita difficile, delicatissima e dai pronostici assai incerti. Il terzo azionista di governo, quel “partito del Quirinale” a cui oltre i ministri Tria e Moavero sembra essersi iscritto anche il premier Conte e a tratti pure il sottosegretario leghista Giorgetti, cerca di cambiare schema di gioco e di scommettere sulla casella “Libia” per far ritrovare all’Italia una centralità. Passando dall’estero. E da usare anche a Bruxelles.

Le visite internazionali

Venerdì il premier Conte era a Tunisi impegnato in un bilaterale con il Presidente Essebsi e il premier Youssef Chaled con un unico punto all’ordine del giorno: la pax libica. Domani sarà in Algeria per lo stesso dossier. Nei giorni scorsi, tra un vertice economico e il continuo braccio di ferro sul contratto del governo del cambiamento, a palazzo Chigi hanno trovato udienza i tre principali leader libici: Alguila Saleh, presidente del parlamento di Tobruk, Al Serraj, presidente di Tripoli e unico riconosciuto dalla comunità internazionale, e il potentissimo generale Haftar. Prima ancora la visita al Cairo dal presidente Al Sisi (Giulio Regeni non sembra essere più un problema , si chiama real politik), poi Mosca, da Putin. E lo scambio di messaggi con Trump. In un paese normale, dove i leader non perdono tempo a contendersi la misura, o la promessa, che genera più consenso e meno che mai a fare dirette Facebook, l’attenzione sarebbe rivolta alla Conferenza sulla Libia. Occuparsene sarebbe il modo più saggio per poter poi declamare: “Italy first”.

Le conseguenze

Da quella Conferenza, e quindi dalla stabilizzazione della Libia, dipendono tante cose: il controllo dell’immigrazione nel Mediterraneo; l’argine a focolai di terrorismo islamico sempre attivi e da non sottovalutare nel nord africa; grandi opportunità di business oltre a quelle, preziosissime e ingenti, che l’Eni continua a portare avanti nonostante la scarsa, quasi nulla sicurezza nel paese. Significa recuperare egemonia in un’area strategica dove abbiano investito molto e dove, complice anche l’incertezza politica italiana, la Francia di Macron è riuscita negli ultimi mesi a prendere considerevoli vantaggi. Il dossier è in mano a palazzo Chigi e al Ministero degli Esteri, e sta cuore, molto, al Quirinale. Due giorni fa il presidente Mattarella ha riunito il Consiglio Supremo di Difesa e, al netto del dossier “manovra”, il Quirinale ha evidenziato come sia “prioritaria per l’Italia la stabilizzazione della Libia perchè fattore indispensabile alla sicurezza nel Mediterraneo”.

La pace in Libia, una risorsa per tutti

La Conferenza ha un obiettivo chiaro. Il premier Conte lo ha spiegato così: “Vogliamo dare il nostro contributo ad un processo di stabilizzazione della Libia che sia il più possibile inclusivo e che avvenga sotto l’egida dell’Onu”. Fuori dal linguaggio diplomatico, si tratta di delineare proprio a Palermo una road map per tre obiettivi: il “cessate il fuoco” in Libia; l’unificazione delle istituzioni, cioè trovare la sintesi fra tre regioni da sempre rivali - Tripolitania, Cirenaica e Fezan - una trentina di tribù divise da odi e garri secolari e circa 300 milizie mercenarie pronte a scannarsi per traffico di armi, uomini e carburante; la data del voto, possibilmente nel settembre 2019.

Obiettivi molto alti. E difficili.

E’ chiaro che gli accordi, se accordi saranno, sono in lavorazione in queste ore. Da qui l’attivismo di Conte e del ministro Moavero nelle regioni interessate, dalla Russia agli Stati Uniti ma soprattutto nel nord africa e nel Medioriente. Visite ufficiale ma soprattutto molta diplomazia. La prima unità di misura per capire se la Conferenza ha fallito o meno, e di conseguenza la sfida è stata persa, è il livello degli ospiti. Il premier Conte sparge ottimismo. Palazzo Chigi fa sapere che a Palermo sono in arrivo il segretario di Stato Mike Pompeo e che la Russia sarà rappresentata da Dmitri Medvedev. Entrambi mandati dai rispettivi Presidenti. Entrambi supportano la leadership dell’Italia nelle gestione del tavolo. Così almeno raccontano gli sherpa che seguono il dossier. Anche la cancelliera Angela Merkel dovrebbe sbarcare a Palermo il 13 per una cena di lavoro che andrebbe a coincidere, tra le altre cose, con la data in cui l’Italia dovrà rispondere a Bruxelles per evitare la procedura d’infrazione per eccesso di debito (mai successo nella storia dell’Unione).

Il duello Italia-Francia

Nulla si sa invece ancora sulla presenza di Macron. Il presidente francese è stato colui che, fin dal suo insediamento, ha cercato più di tutti di scippare all’Italia il ruolo di regista nella soluzione della crisi libica. Gli interessi francesi sulla regione sono evidenti (la Total, più di tutto) e sono gli stessi che nel 2011 portarono alla follia (presidente Sarkozy) del blitz che costò la vita a Gheddafi. Da allora il caos libico ha pesato ogni giorno sulla politica italiana per via, soprattutto, dei flussi migratori ma anche delle perdita di intese economiche che vedevano l’Italia in prima fila. La presenza di Macron avrebbe un signifcato chiaro: vorrebbe dire che anche la Francia riconosce all’Italia il ruolo di regista nel nuovo ordine della regione. La sua assenza, al contrario, ne sarebbe la negazione. Ed è questa la seconda unità di misura per capire il successo della Conferenza. E’ chiaro che il tavolo di Palermo sarebbe nei fatti svuotato se Macron continuasse a convocare a Parigi trattative per la pacificazione analoghe a quelle della conferenza italiana. La terza unità di misura è la qualità degli ospiti libici. Il partito del Quirinale si è portato un pezzo avanti quando nei giorni scorsi ha ottenuto l’adesione e la partecipazione dei leader delle tre regioni: Serraj, Saleh, soprattutto Haftar. Sono tutti venuti a Roma negli ultimi dieci giorni. Soprattutto, in precedenza, il ministro Moavero era andato ad incontrarli nei rispettivi quartier generali. Un segnale importante.

Macron anticipa un incontro

Il duello Italia-Francia sulla Libia sarebbe nato anche su questo: Roma, ai tempi dei governi Renzi-Gentiloni ha sempre appoggiato la leadership di Serraj, sbagliando in sostanza il cavallo perchè troppo debole e poco carismatico in una regione così divisa. Il cavallo giusto sarebbe stato il generale Haftar, l’uomo forte sostenuto direttamente dal Cairo e da Al Sisi. Macron ha sempre trattato con il generale ignorando al Serraj. Su questo punto Marco Minniti, ex capo dell’intelligente e poi ministro dell’ Interno, ha spiegato più volte che l’Italia in realtà ha sempre tenuto ottimi rapporti con tutti e tre i leader: con Serraj perchè non si poteva fare diversamente visto che è il rappresentante riconosciuto dalle Nazioni Unite e perchè la Tripolitania è centrale per i flussi migratori; ma anche con Haftar e con Saleh, leader del Fezzan. “L’Italia ha sempre interloquito con tutti” ha sottolineato Minniti. Fatto è che, andato a casa il governo Gentiloni, l’intastabilità politica italiana ha retrocesso di molte posizioni il ruolo dell’Italia.
Ora il punto è che Macron, o meglio il suo ministro degli Esteri Jean Yves Le Drian, proprio quello con cui Salvini si scambia quotidianamente accuse circa la gestione dei confini, ha invitato i capi di Misurata, a Parigi l’8 novembre “per discutere sulle prospettive di fine della crisi e come far riuscire il processo elettorale” . Quattro giorni dopo inizia la Conferenza di Palermo. Non esattamente un atto di cortesia.

No Muos

L’ultima unità di misura per la Conferenza è vedere se alla fine ci sarà un documento scritto, firmato da tutti i presenti, le tappe del futuro della Libia. Un giornale libico ha scritto ieri che i vari leader hanno già portato la loro lista di richieste.
Come si vede, non c’è nulla di scontato sul destino della Conferenza. Neppure l’ordine pubblico. I comitati No Muos della Sicilia, che vogliono chiudere ed abbattere l’impianto satellitare Usa per realizzare intercettazioni di tipo miliare installato a Niscemi, sono l’ultimo terrore degli organizzatori. Ci manca solo una protesta No Muos proprio sotto villa Igea. I presupposti ci sono tutti: Di Maio e la maggior parte degli eletti in Sicilia hanno giurato e promesso dal 2015 che il “grande orecchio Usa” sarà abbattuto. Ma Conte, Giorgetti, Salvini e lo stesso Di Maio hanno nel frattempo cambiato idea. La ministra della Difesa Elisabetta Trenta l’ha pure messo per scritto. E poi si sa com’è: Trump va tenuto buono, così come è stato per il Tap. Il problema è dei militanti 5 Stelle, sempre più arrabbiati.