Dal 7 ottobre, due anni di guerra contro Gaza: cosa non ha ottenuto Israele e perché Netanyahu appare sempre più isolato
Il governo di Tel Aviv non siede con convinzione al tavolo delle trattative promosse dagli Usa, nonostante non abbia ottenuto fino in fondo i risultati promessi contro Hamas e tutto intorno compaiano nuovi nemici
La ricorrenza dei due anni dall'assalto di Hamas contro diversi insediamenti israeliani necessita di un bilancio. Mentre i negoziati intorno al piano di pace di Washington proseguono a Sharm El Sheik, quel che è certo è che l'idea della "guerra totale" non ha portato Israele verso una soluzione. Sul campo resta, è vero, un Medioriente diverso, con nuovi nemici e i Paesi arabi tutto intorno a giocare la loro partita con la consueta ambiguità, che inevitabilmente schiaccia i diritti dei palestinesi, il diritto alla terra, il diritto all'autodeterminazione, al ritorno e finanche alla stessa sopravvivenza. Israele in questi due anni ha ucciso oltre 66mila persone, di cui l'80% sono civili, ha raso letteralmente al suolo edifici civili (il 90% distrutto), tra cui ospedali, scuole, università, sedi Onu e di organizzazioni internazionali - che ha di fatto cacciato dalla Striscia -, spinto la popolazione verso Sud e provocato una carestia di gravità massima. Ai morti per le bombe si aggiungono quelli per fame.
La Corte penale internazionale, per tutti questi motivi, ha accusato Israele di geocidio, crimini di guerra e contro l'umanità contribuendo all'isolamento di Israele. I malumori statunitensi per la cieca furia del primo ministro Benjamin Netanyahu e del suo governo, e il numero crescente di Stati che hanno riconosciuto lo Stato di Palestina, non hanno impedito a Israele di bombardare con operazioni successive almeno altri sei Paesi, tra cui Libano, Iran, Siria, Yemen, e da ultimo anche il Qatar, durante i colloqui di pace con Hamas. In questa occasione Israele ha tentato di uccidere con un'operazione mirata, alcuni esponenti del gruppo islamista palestinese. Chi conduce ora le trattative per Hamas è Khalil al-Hayya, sopravvissuto a quel tentativo di eliminazione dei leader.
La base delle trattative è il cessate il fuoco in una prima fase con rilascio di prigionieri palestinesi e ostaggi israeliani ancora nelle mani dei combattenti del gruppo islamico. Capire come si evolverà questa parte cruciale per il futuro della Striscia aiuterà a capire anche se Israele ha realmente la possibilità di raggiungere il suo obiettivo dichiarato di eradicare Hamas.
Hamas indebolita ma non eliminata
Per ora è chiaro che l'organizzazione islamista è stata fortemente indebolita: i capi uccisi, all'estero e in casa, la rete informale di supporto praticamente distrutta, il consenso della popolazione eroso. Ma ancora oggi il gruppo che governa Gaza è in grado di portare avanti azioni di guerriglia contro l'esercito israeliano e non è chiaro quale sia la capacità residua di reclutare nuovi combattenti. Intanto, nonostante le truppe dell'Idf controllino militarmente il 75% del territorio della Striscia gli ostaggi rimasti vivi dal 7 ottobre sono ben custoditi, tanto da farne merce di scambio. Secondo Israele, dei 251 ostaggi catturati due anni fa, è prigioniera una ventina di persone, mantre 148 sono già tornati a casa. Tutti gli altri sarebbero morti.
Israele è più "sicura"?
Ma a fronte di tutto questo, Israele è diventata "più sicura" così come sostiene Netanyahu e il suo governo? Le continue manifestazioni di piazza a Tel Aviv e nelle maggiori città israeliane dicono che il senso della sicurezza sia più che mai labile. Il governo ostaggio della destra fondamentalista e messianica continua a avere una popolarità bassa, giocando un ruolo fondamentale la mancata liberazione degli ostaggi del 7 ottobre. Ma c'è anche un crescente dissenso verso il genocidio dei palestinesi, sia dentro i confini della Stella di David, che a livello internazionale: Israele non è mai stato così isolato. L'immagine della sala del Palazzo di vetro a New York, dove si era riunita l'Assemblea generale delle Nazioni Unite, semivuota durante l'intervento di Netanuyahu, è molto eloquente.
Eppure resta praticamente incondizionato il sostegno degli Usa. Qualcuno lo attribuisce al fatto che il Congresso federale sia tenuto sotto scacco dalle lobby israeliane, che di fatto controllano i rapporti tra Usa e Israele, forse perché resta fondamentale per Trump che Israele resti forte in Medioriente in funzione anti iraniana. Ma tant'è che Netanyahu va avanti per la sua strada nonostante anche il servizio di sicurezza interna, lo Shin Bet, abbia sottolineato che indebolire Hamas ulteriormente con mezzi militari sia impossibile: meglio usare metodi diplomatici a questo giro di giostra.
L'isolamento di Netanyahu
La strada è questa e quindi il piano di pace Usa andrà a buon fine? Impossibile prevederlo. Anche perché l'unico ostaggio certo di questa situazione ormai incancrenita è lo stesso Netanyahu, tenuto sotto pressione dall'ala estremista "messianica" del suo governo - quelli che favoleggiano del "Grande Israele", cacciando i palestinesi da Gaza, annettendo la Cisgiordania, parte della Siria e del Libano - che minaccia di farlo cadere al primo cedimento. Tutto intorno ai confini nazionali aleggiano peraltro i nuovi nemici, nonostante la rete di sostegno che l'Iran si era creato nel tempo appare compromessa: Bashar al Assad è caduto, anche come conseguenza dei duri colpi inferti a Hezbollah, fortemente depotenziato - si ricordi l'esplosione dei cercapersone e dei walkie talkie che ha ucciso e ferito migliaia di affiliati - ma in fase di riorganizzazione, e gli Houti pesantemente colpiti.
Se tutto questo da una parte ha depotenziato gli antagonisti storici, l'Iran in primis, dall'altra ha creato in Medioriente un nuovo clima ostile a Israele: l'attacco a Doha ha dato più corpo alla diffidenza del mondo arabo. Tanto più che la "campagna dei 12 giorni", scoppiata il 13 giugno scorso con il sostegno Usa, non sembra abbia portato a risultati certi in termini di "distruzione del programma nucleare" di Teheran.



di Antonella Loi














