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Israele, due anni dopo l’attacco del 7 ottobre: lacrime, sirene e nuovi negoziati nel giorno del ricordo

Tra cerimonie, proteste e un nuovo razzo da Gaza, Israele rivive l’incubo del 7 ottobre 2023. Ma sullo sfondo, a Sharm el-Sheikh, si riapre uno spiraglio di dialogo per gli ostaggi

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Foto Ansa
Foto Ansa

Israele si ferma per ricordare le vittime del 7 ottobre 2023, il giorno dell’attacco di Hamas che sconvolse il Paese e segnò l’inizio di una guerra ancora aperta. Le cerimonie commemorative si sono svolte in varie città, da Kfar Aza, teatro di uno dei massacri più crudeli, fino a Tel Aviv, dove la commemorazione principale è prevista alle 21:30. La giornata è iniziata con un evento nel kibbutz Kfar Aza, proseguita con la cerimonia al Nova Festival, luogo simbolo della strage, e culminerà nel ricordo a Nir Oz, dove molte famiglie ancora aspettano il ritorno dei loro cari. Il clima è carico di emozione e tantissima tensione. Migliaia di persone si sono raccolte in silenzio, accendendo candele bianche e blu, mentre sullo sfondo risuonano le sirene del ricordo. Ogni suono riporta alla memoria quelle stesse sirene di due anni fa, quando l’attacco partì dalla Striscia di Gaza e Israele rispose con una delle più dure operazioni militari della sua storia recente.

Mattarella: " sentimenti per Gaza non diventino antisemitismo"

"Il 7 ottobre del 2023 rimane e rimarrà nelle coscienze come una pagina turpe della storia: un vile attacco terroristico che avvenne contro inermi cittadini israeliani, recando grave danno alla causa della pace e della reciproca sicurezza in Palestina. Una ferita che ha colpito ogni popolo", afferma il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. "L'uccisione e le violenze  - prosegue il Capo dello Stato - contro centinaia di ragazze e ragazzi che ascoltavano musica in un rave, quelle nelle loro abitazioni, contro persone inermi di ogni età, dall'infanzia alla vecchiaia, richiamano al dovere di una condanna perenne, rifiutando un accomodante e cinico modo di pensare che rimuova l'infamia di quella giornata".

"L'orrore e la condanna, pubblicamente e ripetutamente espressa, per la violenza crudele e inaccettabile delle armi di Israele - che fa pagare alla popolazione di Gaza un intollerabile prezzo di morte, fame e disperazione, cui è indispensabile porre fine, con la necessità che Israele applichi con pienezza le norme del diritto internazionale umanitario - non attenua orrore e condanna per la raccapricciante ed efferata violenza consumata quel giorno da Hamas", prosegue il capo dello Stato che avverte: "Quanto avviene a Gaza e i diversi sentimenti che suscita non possono confluire in quello ignobile dell'antisemitismo che, particolarmente nel secolo scorso, ha toccato punte di mostruosa atrocità, e che oggi appare talvolta riaffiorare, fondandosi sull'imbecillità e diffondendo odio". 

"Sono trascorsi due anni dall'ignominia del massacro compiuto dai terroristi di Hamas contro migliaia di civili inermi e innocenti israeliani, donne e bambini compresi. Crimini indicibili che fanno del 7 ottobre una delle pagine più buie della storia", afferma la premier Giorgia Meloni in una dichiarazione. "Oggi - aggiunge - rinnoviamo la vicinanza ai famigliari delle vittime e torniamo a chiedere la liberazione degli ostaggi, che ancora oggi attendono di tornare a casa dopo due anni di prigionia, vessazioni, sofferenze". "La violenza di Hamas ha scatenato una crisi senza precedenti in Medio Oriente. La reazione militare di Israele è andata oltre ogni principio di proporzionalità, e sta mietendo troppe vittime innocenti tra la popolazione civile di Gaza", prosegue Meloni che appoggia il piano di pace di Trump: "Abbiamo tutti il dovere di fare quanto è nelle nostre possibilità affinché questa preziosa e fragile occasione abbia successo". "L'Italia - aggiunge - non ha mai fatto mancare il suo contributo in questa direzione, e continuerà a fare la propria parte".

Le proteste davanti alle case dei ministri

Mentre il Paese ricorda, la rabbia dei familiari degli ostaggi riaccende le piazze. Centinaia di manifestanti si sono radunati davanti alle residenze di diversi ministri e parlamentari, tra cui Miri Regev, Gideon Sa’ar, Yuli Edelstein e Ariel Kallner, per chiedere al governo di chiudere un accordo che riporti a casa i sequestrati ancora nelle mani di Hamas.


Molti portano con sé le foto dei propri cari e striscioni con scritto “Portateli a casa ora”. Le manifestazioni si sono estese in diverse città israeliane, riportando in primo piano una ferita che dopo due anni non si è ancora rimarginata. Secondo Ynet, la tensione è cresciuta anche per il lancio di un razzo da Gaza verso Netiv HaAsara, nel sud del Paese. Le sirene antiaeree sono tornate a suonare, ma il missile sarebbe stato intercettato. Non si registrano feriti, ma il simbolismo dell’attacco, proprio nel giorno del ricordo, è evidente.

Gaza, ancora un fronte aperto

La Striscia resta un territorio sospeso tra tregua e caos. Dal 2007 sotto il controllo di Hamas, Gaza continua a essere il punto caldo del conflitto. Il razzo lanciato stamane è un messaggio chiaro: nonostante gli sforzi diplomatici, la pace è ancora lontana.

Nel 2023, la stessa località di Netiv HaAsara fu colpita duramente dagli attacchi di Hamas, e oggi quel trauma si rinnova. “Non possiamo più vivere così”, afferma un residente intervistato dal Times of Israel. “Ogni anniversario è un promemoria di ciò che abbiamo perso e di quanto siamo ancora vulnerabili.”

Sharm el-Sheikh, l’Egitto riapre i canali del dialogo

Sul fronte diplomatico, la speranza si sposta a Sharm el-Sheikh, dove ieri si è concluso il primo round di colloqui indiretti tra Israele e Hamas, con la mediazione di Egitto, Qatar e Stati Uniti. Secondo il quotidiano Haaretz, i negoziati si sarebbero svolti in un’“atmosfera positiva”, con l’obiettivo di stabilire una roadmap per la liberazione degli ostaggi in cambio della scarcerazione di prigionieri palestinesi.

Una fonte egiziana citata da Al-Qahera conferma che “il dialogo è proseguito fino a tarda notte e continuerà anche oggi”. Le trattative restano riservate, ma l’impressione è che, per la prima volta dopo mesi, ci sia un spiraglio di intesa.

Secondo al-Jazeera, la mediazione si concentrerebbe su un “meccanismo multilivello” che includerebbe la graduale restituzione degli ostaggi e la riapertura di alcuni corridoi umanitari nella Striscia. Il nuovo piano, ribattezzato “proposta Trump”, punta a un cessate il fuoco stabile e alla ripresa di un processo politico.

Hamas: “I colloqui sono stati positivi”

Due fonti palestinesi vicine a Hamas hanno confermato all’agenzia AFP che le prime sessioni di negoziato sono durate oltre quattro ore e che riprenderanno “a metà giornata”.

“Ieri sera i colloqui sono stati positivi”, ha dichiarato una delle fonti. Anche la seconda conferma “l’atmosfera costruttiva” e la disponibilità a proseguire con incontri ravvicinati. Un linguaggio insolito per il gruppo islamista, che in passato aveva spesso liquidato i negoziati come “inutili”.

Gli osservatori notano che, a differenza di altre occasioni, Hamas non ha interrotto i colloqui dopo la prima sessione. Una scelta che lascia intravedere un mutato atteggiamento, forse dovuto alla crescente pressione umanitaria nella Striscia.

L’appello di Guterres: “Ora basta sofferenze”

Il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha scelto la piattaforma X (ex Twitter) per lanciare un nuovo appello: “L’ho detto più volte e lo ripeto con urgenza: rilascio degli ostaggi, fine delle sofferenze, cessate il fuoco immediato.”

Guterres ha definito la situazione a Gaza una “catastrofe umanitaria senza precedenti”, invitando la comunità internazionale a sostenere il piano diplomatico in corso. “Dobbiamo scegliere la speranza, ora”, ha scritto, sottolineando che la memoria delle vittime del 7 ottobre deve trasformarsi in un impegno per la pace duratura.

Il leader delle Nazioni Unite ha ribadito la necessità di un “processo politico credibile” che garantisca “sicurezza, dignità e rispetto reciproco” a israeliani e palestinesi. “Onoriamo la memoria delle vittime lavorando per l’unica via possibile: una pace giusta e duratura.”

Un anniversario che pesa come una ferita aperta

Due anni dopo, Israele è ancora sospeso tra lutto e paura. Le sirene di oggi non sono solo un ricordo, ma un avvertimento. Il Paese cerca di andare avanti, ma ogni anniversario riapre la ferita. La speranza, fragile ma viva, è che da Sharm el-Sheikh arrivi finalmente la notizia che milioni di israeliani e palestinesi attendono da troppo tempo: la fine del sangue e l’inizio di una tregua vera.

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