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Guerra Russia-Ucraina, l'analista: "Spiragli diplomatici, ma occorre tenere conto delle ragioni dei russi”

Per mettere fine alla guerra secondo Marco Di Liddo, analista ed esperto di Russia per il Centro Studi Internazionali (Cesi), serve un compromesso che, esattamente come tutti i compromessi, per essere buono deve scontentare tutte le parti

Massimiliano Lussanadi Massimiliano Lussana   
Guerra in Ucraina
Carro armato russo in Ucraina (Foto Ansa)

Marco Di Liddo è, tecnicamente, “analista senior del CESI” che, tradotto, significa che è l’uomo che nella struttura guidata da Andrea Margelletti - uno dei maggiori esperti italiani nelle tematiche di Difesa, certamente uno dei più ascoltati nelle trasmissioni televisive, volto noto di “Porta a Porta” – si occupa in particolare di Russia e zone limitrofe, fino all’Asia centrale. Insomma, Marco Di Liddo è praticamente un esperto elevato a potenza.

Di Liddo, lei che ha le mappe come strumento di lavoro, ci disegni una mappa per orientarci in questo conflitto dal punto di vista geopolitico. A partire dall’analisi del comportamento di Putin, che lei segue da decenni. Cosa gli è saltato in mente quindici giorni fa?
“Tutto nasce nel 1991, anzi nel 1989, con due fenomeni, la caduta del Muro prima e poi la conseguente dissoluzione del mondo che dipendeva dai due blocchi. Insomma, la fine della guerra fredda è la chiave per capire la guerra di oggi. In quel quadro nasce anche la dissoluzione dell’ex Unione Sovietica, dove le nazionalità ucraine e russe erano state preponderanti rispetto alle altre”.

Storicamente, più i russi che gli ucraini, direi. E forse quello che vediamo oggi nasce da quello.
“Attenzione a non semplificare, sbagliando. Non dimentichiamoci che l’Ucraina espresse anche un leader dell’Unione Sovietica come Kruscev e lo stesso Breznev era russo, ma nato in Ucraina. Poi, se vogliamo allargarci, Stalin era georgiano….Insomma, non confondiamo tutta l’Unione Sovietica con la Russia e con Mosca”.

Quindi, cosa c’entra la dissoluzione dell’Unione Sovietica con la guerra di oggi?
“Succede che alcuni confini interni sono diventati internazionali e alcune zone come la Crimea e il Donbass, a forte identità russa, sono in Ucraina e si sentono molto più russi che ucraini”.

Si è parlato molto anche del fatto che sono russofoni. La lingua è un elemento determinante?
“Assolutamente no, è una mistificazione, perché la lingua russa è parlata anche a Kiev, non è un elemento determinante a differenza di altri. Forse l’unico errore della leadership ucraina che prese il potere nel 2014 fu proprio il manifesto identitario della legge sulla lingua, che poi venne ritirata, ma il danno era ormai fatto”.

Perché dice “il danno”?
“Perché la Russia fu abilissima a usare questo pretesto per intervenire e lavorare, come sempre, per un governo più filorusso”.

Ma la popolazione dell’Ucraina ha una parte filorussa?
“Il sentimento popolare era a favore della Russia, anche per motivi storici, in Crimea e anche a Donetsk e Lugansk. Ma, intendiamoci, per quanto riguarda queste ultime due, mi riferisco alle città e non alle intere regioni. Già uscendo dai conglomerati urbani, le cose cambiano e questo sentimento filorusso si affievolisce molto e si sentono ucraini”.

Quindi, dal punto di vista storico, lei vede delle motivazioni a favore di Putin?
“Ripeto, decontestualizziamo rispetto ad oggi. Ma la risposta è sì: è stato imposto un allargamento de facto della Nato, disattendendo le promesse fatte a Gorbaciov. La Russia era in totale disfacimento e quindi negli anni Novanta una parte dell’Occidente ha puntato ad umiliarla. In quegli anni siamo stai noi ad imporre un ordine de facto e questo non si può non considerare analizzando la situazione dal punto di vista della geopolitica, che non è quello bellico e che non è quella umano, ovviamente. Io da cittadino posso ovviamente condannare tutto questo, ma qui parlo da analista geopolitico, che è un lavoro diverso”.

Quindi, quella di Putin sarebbe una reazione rispetto a questa umiliazione dei decenni scorsi?
“Dal suo punto di vista, certamente sì. E ora siamo allo showdown, la diplomazia ha fallito e si va alla guerra”.

Tutto molto lineare ciò che lei ha spiegato. Ma rischia di essere un racconto disperato, non c’è una via d’uscita?
“Io credo che la via d’uscita stia nel fatto che una guerra su larga scala non la vuole nessuno”.

E come se ne esce, allora?
“Serve un compromesso che, esattamente come tutti i compromessi, per essere buono deve scontentare tutte le parti interessate, altrimenti non è tale. Occorre certamente tenere conto delle ragioni dei russi”.

Ma sono gli aggressori!
“Lo sono oggi. Ho spiegato che non si possono ignorare alcune ragioni russe, senza tifoserie esagerate, che sono sempre negative, non siamo a una partita di calcio. E sentire trattare in ambienti atlantici od europei – ovviamente l’Ucraina è un’altra cosa e per loro gli argomenti sono diversi - la Russia come un Paese di serie B, addirittura con arroganza, non aiuta. Anzi…”.

Lei sostanzialmente confida nel ruolo della diplomazia. Ma, fino ad ora, abbiamo visto che qualsiasi tentativo di dialogo è miseramente fallito. Addirittura, anzi, abbiamo visto disattendere alcuni accordi che sembravano essere stati presi ai tavoli diplomatici. Dove trova questo ottimismo e questa fiducia nelle arti della trattativa?
“La diplomazia, per definizione, è l’arte del possibile e quindi io devo sperare che dai tavoli di mediazione esca qualcosa”.

Fuori le idee, quali potrebbero essere dei punti su cui discutere seriamente?
“Ritiro delle truppe russe, possibilità di ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, assolutamente no all’ingresso dell’Ucraina nella Nato, riconoscimento internazionale della Crimea russa, garanzie per l’Ucraina…Le strade sono tante”.

Dal suo osservatorio preferenziale sulla Russia, dalla Cecenia su cui ha seguito anche varie tesi universitarie, ad oggi, vede Putin depotenziato come si racconta molto sui giornali italiani?
“La guerra è iniziata da poco, è presto per dirlo, occorre stare attenti a non confondere le proprie speranze o il proprio tifo con la realtà”.

E l’idea che tutto possa finire con un colpo di Stato a Mosca, anziché a Kiev?
“A mio parere, chi lo pensa e lo dice ha sbagliato i suoi calcoli. Un leader non sopravvive per caso alla guida del Cremlino, con questi risultati peraltro, per ventidue anni”.

Insomma, lei il golpe non lo vede?
“La storia personale e la carriera di Putin fanno vedere che ha eliminato molti suoi avversari e credo che, se gli ipotetici congiurati guardano a questo, si fanno passare tutti i mal di pancia. Parlo dei vertici russi, ovviamente. Insomma, questi congiurati – ribadisco, del tutto ipotetici – innanzitutto dovrebbero organizzarsi e al momento io questa organizzazione non la vedo”.

 

Massimiliano Lussanadi Massimiliano Lussana   
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