[L'analisi] Il trucchetto di Mark Zuckerberg per "bersi" i senatori e le nostre vite sfuggendo ai controlli

Il capo di Facebook e i suoi continui "non lo so, non so rispondere". La strategia per svicolare e la posta multimiliardaria in gioco. Dentro ci siamo noi

Mark Zuckerberg scortato verso l'audizione al Congresso
Mark Zuckerberg scortato verso l'audizione al Congresso
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

Da quelle parti si usa così. Fai il serio e il composto, tiri fuori il petto ma non troppo, ti addossi le colpe e ti dici pentito. L'etica protestante americana funziona in questo modo, e Mark Zuckerberg lo sa bene. La notizia, dunque, non è tanto il "mi dispiace, è colpa mia" che stanno riportando in modo grossolano la maggior parte dei media (soprattutto di casa nostra). La vera notizia è che al padrone di Facebook secca tremendamente dover aprire la scatola del suo giocattolo, finora rimasta impenetrabile a controlli e richieste di trasparenza mentre gestisce i dati delle vite di oltre due miliardi di persone. L'altra vera notizia è che Mark, pescato con le mani nel sacco da arcigni senatori che vogliono soprattutto sapere come il social network più popolare del mondo sta condizionando la vita politica americana, e più specificamente cosa Facebook sa di ciascuno di loro, gioca a fare il finto tonto. Fa lo gnorri. Gioca il giochino del dico-qualcosa-per-non-dire-niente. Impressionante la sequela di "non so, non saprei, devo chiedere ai miei collaboratori, non ho dati per rispondere" snocciolati di fronte al Congresso Usa. Col rischio di fare la figura dello scemo. In realtà Zuckerberg si atteggia ad anima candida perché ora gli serve soprattutto una cosa: prendere tempo. Lo scandalo (ma quale, poi?) di Cambridge Analytica porta all'assalto al suo fortino multimiliardario, ad un business da record condotto in sostanziale segretezza. Servono risposte, dettagliate. Ogni mossa da ora in poi sarà decisiva. Vediamo la posta in gioco.

"Facebook è neutrale": fine di una balla, finalmente

Messo sotto da arcigni e navigati politici americani piuttosto avanti negli anni (chissà quanto avrà ghignato tra sé e sé Mark, sapendo che ha i dati anche dei lati oscuri e deboli delle loro vite) il capo di un subcontinente da due miliardi e oltre duecento milioni di persone, che nell'ultimo anno ha fatturato quasi tredici miliardi di dollari con un aumento del 27%, anche se prosegue la fuga di utenti e la pesante tassazione sul social ne ha rallentato la crescita, alla fine ha ceduto. Composto ma tesissimo, non è stato nemmeno in grado di ricordare (su provocazione di un senatore che lo incalzava) in quale albergo stesse alloggiando, lui che è responsabile della raccolta dati in tempo reale di miliardi di vite. Perché è responsabile. Di fronte al Congresso ha tirato giù la maschera da nerd idealista e puro: "L'ultima responsabilità sui contenuti che appaiono sulla nostra piattaforma è nostra". Eccoci al punto: Mark la smette di raccontare la fiaba di Facebook descritto come tecnologia neutrale. E poi ammette il punto di crisi su cui finora lui e i suoi collaboratori hanno nicchiato volutamente. A chi in Commissione gli chiedeva che tipo di impresa sia Facebook, se sia un editore o uno sviluppatore di tecnologia, Zuckerberg risponde che "chiaramente siamo responsabili per i contenuti che passano sulla nostra piattaforma ma che producono i singoli utenti, questo però non è incompatibile con il nostro business fondamentale, che è produrre tecnologia e costuire prodotti". Quei prodotti sono pacchetti di dati variamente ceduti, manipolati, usati in modo tutt'altro che trasparente.

Recuperare in Borsa, soprattutto

La faccia contrita e la sequela di "mi dispiace, è colpa mia, a questo e quello non so rispondere, non lo so. Non lo so" è servita soprattutto a Zuckerberg per recuperare il denaro bruciato nella picchiata del titolo successiva allo scoppio dello scandalo Cambridge Analytica. Bloomberg calcola che mentre intratteneva i senatori, rispondendo più o meno come voleva, il fondatore di Facebook (e padrone, non dimentichiamolo, anche di Instagram e Whatsapp) ha incamerato 67 miliardi di dollari grazie al rimbalzo del titolo. Facile rispondere al Congresso che il suo social non spia nessuno mediante i dispositivi elettronici o le Webcam di chi lo sta usando (ma è celebre la foto di Mark con la sua webcam tappata da un pezzo di nastro telato). Più difficile capire come la sua disponibilità a supportare una maggiore regolamentazione legislativa dei social e dell'industria hi-tech si possa conciliare con la favola del "mondo migliore e libero, con tutte le persone in contatto tra loro in modo soddisfacente" che ha permesso ad un social creato in ambito universitario nel 2004 di aspirare dati come un'idrovora da un quarto degli abitanti del pianeta. Senza che finora nessuno gliene chiedesse conto. "E' gratis, sei tu che lo accetti, nessuno ti obbliga" è il mantra che la maggior parte degli utenti di Facebook ripete a se stesso. Ma siccome è dimostrato (da sociologi, a cominciare da Morozov da leggere sull'Observer, ma anche da ex dipendenti del social) che la piattaforma di Zuckerberg è stata sviluppata sulla base di studi sociali e approfondimenti su come la dopamina legata al mi piace e alle condivisioni condiziona l'utente e genera forme di dipendenza, allora qualcuno deve controllare chi  controlla i dati delle nostre vite, li estrae e li usa in modo quantomeno opaco. Facebook non è militare, non è polizia, non gode quindi di quelle speciali violazioni della libertà individuale che la legge garantisce a chi porta una divisa. Quindi non può fare quel che vuole. Come gli ha ricordato l'Ue, che con il nuovo regolamento sulla privacy si prepara a imporgli una multa da 2,8 miliardi di dollari. 

"Saremo i poliziotti del Web"

Bisognerà capire in dettaglio, dunque, cosa intenda il disruptive, innovativo e libertario Zuckerberg quando sotto il fuoco incrociato dei senatori arriva a dire che entro tre anni risolverà il problema dei dati violati degli utenti, manipolati per fini politici e di propaganda, e che lui e i suoi (un'unità apposita composta da circa 20 mila persone) faranno i "poliziotti del Web". Una frase in totale contraddizione dal "vieni dentro anche tu, è libero per tutti" che ha dato grande fortuna a Facebook. Detta da uno che non vuole rivelare al Congresso in che hotel ha dormito l'ultima notte, dunque gelosissimo della privacy che invece "buca" sistematicamente a un quarto degli abitanti del pianeta, in cambio di assensi frettolosi e di un po' di mi piace. E che ora deve partecipare alle indagini del procuratore speciale Robert S. Mueller III sul ruolo che i dati ceduti da Facebook a Cambridge Analytica ed altri soggetti hanno avuto nell'influenzare le elezioni americane, con lo spauracchio dell'intromissione russa.

Dati cancellati se te ne vai. Anzi, no

Al padrone di Facebook, Whatsapp e Instagram, chi scrive questo articolo ha chiesto una copia completa di tutti i propri dati immagazzinati dal suo social network. Sono passate settimane, nessuna risposta. Durante l'audizione alla Commissione Commercio del Congresso Usa, Mark "non lo so" Zuckerberg è inciampato ancora, prima dicendo che qualsiasi utente può cancellarsi da Facebook quando vuole, avere facilmente copia dei dati che poi dovrebbero diventare inutilizzabili da parte del social network più usato del mondo. Ma non è stato in grado di dire per quanto tempo la sua piattaforma trattiene quei dati nei suoi server. Per venire ancora più vicino alla nostra quotidianità: avete mai scritto a Facebook per chiedere assistenza? La maggior parte di quelli che lo hanno fatto lamenta assenza di risposte, ritardo di risposte rispetto alla nostra urgenza, o risposte opache e incomplete. Zuckerberg continua a dire che Facebook sarà gratis, ma si apre la questione che ne venga sviluppata una versione a pagamento, meno dipendente dai ritorni pubblicitari che foraggiano il social network e dettano legge, quella del gradimento degli inserzionisti. Qualcuno propone che Facebook cominci a restituire ai singoli utenti una parte degli immensi ricavi che fa usando i dati delle loro vite. Mark nel mentre prende tempo a colpi di "non lo so, signor senatore". E lancia la delazione online: fino a 40 mila dollari di compenso per gli utenti che denunciano presunti abusi o movimenti sospetti di dati online. Cioè: uno che ha assoluta fiducia nel potere di regolamentazione da parte dei suoi segretissimi algoritmi promuove una sorta di spionaggio collettivo con la promessa di pagare una taglia. Perché Facebook è idealista e innovativo, ma quando va sotto inchiesta della politica a cui ha pestato i piedi scopre un giustizialismo che neanche sotto la Russia del comunismo di Stalin. Tu che ne dici, Mark? Io non lo so