[L'analisi] "Smembrate Facebook", Zuckerberg senza controllo. L'ex braccio destro svela come usa le nostre vite

Oltre due miliardi e mezzo di esseri umani spiati, catalogati, rivenduti. Siamo noi. In mano a un imperatore del capitalismo tecnologico con potere illimitato. Non doveva andare così

Zuckerberg e Hughes a Cambridge nel 2004: l'inizio dell'avventura di Facebook
Zuckerberg e Hughes a Cambridge nel 2004: l'inizio dell'avventura di Facebook

Lui c'era fin dall'inizio. Quando i miliardi di utenti dovevano ancora diventare miliardi e miliardi (in inglese billions) di dollari. E circa un terzo della popolazione mondiale accettava di raccogliersi dentro la rete sociale di mister Zuckerberg, a dire tutto di sé, a lasciare che ogni dettaglio della propria vita venisse spiato, tagliuzzato e venduto al miglior offerente. Chris Hughes era accanto a Mark Zuckerberg quando nasceva Facebook. Ma il suo duro intervento in cui punta il dito contro il fondatore della rete sociale più diffusa del pianeta non ha solo i toni critici e preoccupati di altri ex andati via, come Sean Parker, Roger McNamee e Chamath Palihapitiya. E' pieno di una rabbia speciale. Perché, come scrive sul New York Times che dà ampio spazio alla sua critica, "Mark è profondamente umano, ma questo rende il suo potere privo di controllo molto problematico". Ed è convinto che quel pericolo, che ci riguarda tutti, si risolva in un solo modo: "E' tempo di smembrare Facebook".

"Solo lui decide e nessun altro al mondo ha questo potere"

Staggering. Letteralmente: barcollante. Hughes decrive così il potere di Mark Zuckerberg, dominus unico di Facebook che comprende anche tutti gli utenti di Whatsapp e Instagram: "La sua influenza è molto al di sopra di quella di qualsiasi altro sia nel settore privato che governativo. Mark controlla più del 60% del peso del voto all'interno della compagnia, è lui a decidere come configurare gli algoritmi per determinare quali contenuti la gente vedrà là dentro, quali messaggi vengano consegnati e quali impostazioni di privacy siano disponibili. Stabilisce le regole per distinguere i discorsi incendiari e violenti da quelli puramente offensivi, e come far chiudere un avversario copiandolo, comprandolo o bloccandolo". Già: l'algoritmo. Il motore segretissimo di Facebook, a cui noi privati e molti governi espongono dati sensibili di tutti i tipi. Confluiscono là dentro, vengono aggregati, catalogati, manipolati, venduti in modi che nessuno sa. E nessun osservatore o ente sembra poterci fare nulla. Si chiama potere assoluto. Hughes non si ferma qui.

"Tiene attorno a se solo quelli che gli danno ragione"

Hughes si dice "arrabbiato" per quel che è diventato Mark Zuckerberg, che in nome dei click su Facebook ha "sacrificato civiltà e sicurezza". E' lo stesso Zuckerberg incalzato da critiche e pressioni di partner in affari e investitori, come avevamo scritto, lo stesso che andò di fronte ai politici del Congresso Usa, dopo lo scoppio dello scandalo Cambridge Analytica, a fare lo gnorri, rispondendo a politici potenti ma anziani e a digiuno di tecnologia una lunga serie di "non so, non ricordo senatore, non saprei". E in sostanza prendendoli in giro. Secondo Hughes, il News Feed di Facebook, cioè quel che l'algoritmo ci fa vedere nelle nostre bacheche, rinforza sentimenti nazionalisti, come discriminazione di tutti i "diversi", razzismo, odio, intolleranza. Cosa si fa davanti a un mostro del genere che nessuno, all'infuori di Zuckerberg, sa controllare? Lo si spacca, lo si divide, per cominciare si evita che vada avanti come un colosso senza precedenti e senza limiti. Con il problema che "Mark si è circondato di un team che rafforza ciò che pensa lui invece di sfidarlo" mettendolo in dubbio. 

Il team di fondatori di Facebook

Il ragazzino che ha rifiutato un miliardo di dollari. Per dominare tutti

Aveva solo 22 anni, Mark Zuckerberg, quando rifiutò 1 miliardo di dollari da Yahoo per l'acquisto del suo social network che stava superando MySpace, la piattaforma acquistata da Rupert Murdoch per 580 milioni di dollari e rapidamente ridimensionata. Hughes ricorda: "Pregai Mark di accettare, quel che in seguito guadagnai grazie a Fb andava ben oltre ciò che avrei mai immaginato". Ma Zuck, come lo chiamano gli amici, aveva in testa solo una cosa: "Il dominio".  Approfittando della legislazione americana in evoluzione dagli anni Settanta, che aveva incoraggiato le privatizzazioni e le concentrazioni imprenditoriali in modo verticistico come mai prima, Facebook si è imposto come qualcosa di unico. Enorme, potente e privo di argini. Ma si è anche mostrato incredibilmente incapace di proteggere i dati sensibili di oltre due miliardi e mezzo di utenti, esposti a fake news, cattiva informazione, titoli fuorvianti, campagne di formazione dell'opinione pubblica pilotate da profili social falsi costruiti apposta. Tutti abbiamo vissuto in diretta l'esaltazione delle notizie sensazionalistiche e a tinte forti che ha dominato sulla bacheca di Fb fino al 2014 e gli editori ci sono cascati con tutti i piedi. Poi la decisione di squalificare proprio le news, tutte, buone o cattive che fossero, con una semplice modifica dell'algoritmo.

Il potere del capitalismo di sorveglianza

Il punto, come Hughes ricorda, è che Facebook fu presentato come "piattaforma neutrale" da Zuckerberg per permettere alla gente di stare connessa e comunicare meglio. Ma Facebook non è affatto neutrale: il team che risponde al suo creatore decide cosa vediamo, come lo vediamo, e cosa non vedremo mai. Non ci sono abbastanza argini per immagini di violenza ma vengono censurate spietatamente foto di madri che allattano i figli, perché considerate erotiche, nudità che danno fastidio agli inserzionisti pubblicitari. Non si riesce a bloccare una società che manipola i dati a favore di ingerenze russe nella campagna per l'elezione del presidente Trump, perché non lo si vuole fare, ma si cancellano tutti i post che inneggiano alla guerra civile in Myanmar. Se c'è scelta ad orientare i pareri e le idee della gente, allora c'è un uso politico del mezzo, un'influenza sociale importante e illimitata.

Non è neutrale, influenza la gente, fa politica a modo suo

Hughes non ha dubbi: la creatura del suo amico Mark è una minaccia per la democrazia, ha devastato la privacy (che ultimamente proprio Zuckerberg ha riesumato come priorità del proprio business, che ridere) e creato un monopolio che danneggia il mercato e distrugge altre realtà imprenditoriali. "Allo Stato costerebbe zero ridimensionarlo e smembrarlo", con benefici per tutti, secondo l'ex braccio destro del creatore di Facebook. Spezzettare e controllare il social network per ridare fiato e opportunit alla società, dunque? A non crederci è Shoshana Zuboff, che sul Financial Times scrive: "Quelli che usa Facebook sono elementi chiave di una nuova logica economica che chiamo 'capitalismo della sorveglianza'. Sono stati inventati per Google, sono stati adottati da Facebook, hanno conquistato l'intera Silicon Valley e poi hanno contagiato tutti i settori dell'economia. Possiamo regolamentare la creatura di Zuckerberg, spezzettarla, imporre un cambio ai vertici. Il capitalismo di sorveglianza non farà una piega. Anzi, riempirà subito il vuoto, cammuffandosi dietro un nuovo gruppo di manager e un nuovo glossario di eufemismi alla moda". Siete pronti per le nuove auto a guida autonoma e intelligente, per le case smart dove tutto è connesso e raccoglie dati sulla nostra quotidianità? "Ormai ogni prodotto e ogni servizio è pensato e studiato in funzione dei ricavi della sorveglianza". 

L'ingresso di Zuckerberg per deporre davanti al Congresso Usa