[L’analisi] “Haftar e Sarraj non ci rappresentano”, le tribù e le brigate libiche demoliscono il summit di Palermo

Secondo Francesco Semprini, che curato un reportage per la Stampa, “i libici non sono rimasti certo con il fiato sospeso davanti alle tivù per assistere all gincane di Khalifa Haftar o alle triangolazioni delle diplomazie”

Nel combo, da sinistra a destra, Haftar e Sarraj
Nel combo, da sinistra a destra, Haftar e Sarraj

"Quelle sedie vuote oggi a Palermo al summit sulla Libia rappresentano uno scacco politico, un fallimento. E come italiano dico che mi spiace: dovevano venir in tanti invece oggi i leader dei Paesi erano tutti a Parigi per ricordare la fine della prima guerra. Il tema della Libia è storicamente molto delicato, per approcciarlo ci vuole la massima attenzione", ha detto l'ex ministro dell'Interno Marco Minniti. "L'Italia sembra più muoversi come Hulk piuttosto che come l'Uomo Ragno - è la metafora utilizzata -. Come nel caso del summit di Palermo e del blocco della nave Diciotti. La politica estera è una materia complessa che non va fatta con gesti simbolici - aggiunge - quella era una nave italiana sulla quale il corpo militare dello Stato faceva il suo dovere. È incredibile che chi ha bloccato quella nave nel nostro mare dice di averlo fatto per la patria quando invece ha disonorato la patria". Insomma, l’ex ministro dell’Interno ha bocciato senza se e senza ma l’esito della Conferenza di Palermo.

Non si sa se l’analisi dell’esponente del Pd sia stata presa in considerazione anche dalle brigate e dalle tribù che sin dal tempo dell’assassinio di Gheddafi, l’unico che in tutta la storia della Libia era riuscito a tenere unite le genti di quel martoriato angolo di mondo. Secondo Francesco Semprini, che ha curato un reportage per la Stampa, “i libici non sono rimasti certo con il fiato sospeso davanti alle tivù per assistere all gincane di Khalifa Haftar o alle triangolazioni delle diplomazie”. Anche perché pare avessero più interesse a fare le file negli uffici governati da una burocrazia cento volte più farraginosa, si dice, della nostra. Più interessati dei cittadini al giornalista del quotidiano torinese sono parsi i sindaci di Misurata e Zintan, anche se sono convinti che la fiera delle vanità di Palermo non ha cavato un ragno dal buco. Il loro giudizio è lapidario, elezioni o quant’altro? “Non cambierà nulla, quei leader non ci rappresentano”. E’ un’affermazione che dovrebbe far tentennare chi la Conferenza di Palermo l’ha voluta, a questo punto il nostro governo dovrebbe chiedersi: se non loro, chi?

Altro tema: il voto nel 2019. Che è poi il progetto portato avanti dai nostri rappresentati in Libia, i primi cittadini hanno affermato: “Non siamo maturi. Bisogna dare sostegno alle città che sono le uniche garanti del territori”. In pratica sostengono quanto ha sempre sostenuto anche Ashraf Shah, membro del dialogo politico libico dal quale sono nati gli accordi di Skhirat, è cioè che la linea dettata dall’Onu è quella giusta “ma il popolo non appoggia quei leader”. Lo stesso pensiero è stato espresso anche da Saad Hamali, portavoce della 7^ Brigata Tarhuna, che cerca anche di far capire quale linea di pensiero si dovrebbe seguire: “Dobbiamo favorire quanto più possibile la transazione verso una forza regolare e agevolare l’uscita di scena delle milizie”. Insomma, al di là delle cortesie diplomatiche, delle indiscrezioni e delle smentite, sembra evidente che sia Haftar, l'uomo sostenuto dall'asse Il Cairo-Mosca ma anche da Parigi, la "star" della Conferenza di Palermo. Ma quella star, ma neanche Al Serraj, sembrano apprezzati dal loro popolo.

Con il suo gioco di presenze e assenze - come quando, mentre lascia Villa Igiea prima dell'inizio della conferenza le telecamere nel cortile dell'albergo sono allontanate per qualche minuto - il generale della Cirenaica ottiene in fondo il suo obiettivo principale: trattare, in un vertice ristretto con il leader-rivale Fayez Sarraj e al cospetto di Conte, Medevedev, Sisi, Tusk, Le Drian e dei partner nordafricani, la sua leadership sull'unificazione dell'esercito libico. Un'unificazione che anche il governo di Accordo di unità nazionale ritiene necessaria e opportuna prima che si arrivi al voto. Conte, dal canto suo, incassa la stretta di mano tra Sarraj e Haftar e, forse, segna un punto in più rispetto alla conferenza di maggio di Parigi: che a "sorvegliare" la stretta siano i rappresentanti di più alto livello di buona parte dei Paesi interessati al dossier libico.

Qualcuno durante l'incontro, sottolineano fonti diplomatiche dopo la riunione ristretta, senza citare il summit di Parigi nota "sorrisi ben più ampi rispetto ad altri contesti" mentre dalla Russia arriva la chiara investitura all'iniziativa italiana e da fonti del governo si bolla come "insensato" il presentare, nei giorni scorsi, la conferenza come un fallimento. Sul piano pratico, per la Libia nel breve periodo non cambia molto. La road map resta quella dell'Onu, che l'Italia ribadisce essere "stella polare" del piano di stabilizzazione della Libia. Nel corso della conferenza di parla invece soprattutto di sicurezza ed economia. Perché gli interessi italiani in Libia restano diversi e potenzialmente proficui ed anche per questo, al fotofinish, Francia e Italia siglano una sorta di "tregua" sul dossier libico. Ma il tempo stringe.

Fonti libiche sottolineano l'urgenza della formazione per i corpi di polizia, di velocizzare le procedure dei visti per l'Italia e di investire anche in cultura. Il tema, si sottolinea, è che nei primi mesi del nuovo governo, la cooperazione si è inceppata. Come sull'ambasciatore Giuseppe Perrone, richiamato in Italia dopo le sue parole sulla data del voto in Libia sebbene, sottolinea la fonte tripolina "né il governo libico né Haftar avessero qualcosa contro di lui". Meno catastrofista delle opposizioni italiane il giudizio dell'inviato Onu per la Libia Ghassam Salamè: “Voglio ringrazia l'Italia e il suo presidente del Consiglio per aver organizzato questa Conferenza, che è stata un successo", ha detto aprendo la conferenza stampa finale a Palermo al fianco del premier Giuseppe Conte. "Palermo resta una pietra miliare" del processo politico in Libia, ha aggiunto, ribadendo che in Libia c'è tanto petrolio da garantire la piena sussistenza a tutto il paese, ma le rivalità territoriali stanno disperdendo tale ricchezza. La priorità dell'Onu, su questo fronte, è l'unificazione degli enti che gestiscono le risorse per garantirne un pieno sfruttamento e soprattutto un'equa redistribuzione.