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[L’analisi] Il governo del cambiamento del Pakistan somiglia molto a quello italiano. E vi spiego perché

I cinesi comprano, in pratica, oltre agli utili anche i nostri debiti e le nostre inefficienze. Ecco cosa abbiamo in comune con il Pakistan, Pase musulmano, sempre più devoto alla sharia con il nuovo premier Imran Khan, ex campione di cricket e un tempo noto playboy

Imran Khan, premier del Pakistan
Imran Khan, premier del Pakistan

Com’è il mondo visto dal Pakistan? Diverso ma non troppo, almeno sotto il profilo della geopolitica e dei soldi. Certo i numeri del Pakistan sono impressionanti: 200milioni di abitanti, il 70% sotto i 30 anni, un tasso di analfabetismo ancora impressionante, la bomba atomica da opporre a quella dell’India, la guerra dell’Afghanistan e il terrorismo in casa. 

Ma qualche cosa il Pakistan e l’Europa la condividono: l’antipatia di Trump. Il presidente americano ha congelato 300 milioni di dollari di aiuti militari perché secondo gli americani il Pakistan non combatte abbastanza il terrorismo e non collabora con gli americani in Afghanistan. A Washington però si dimenticano che negli anni Ottanta furono proprio gli americani con i soldi dei sauditi a finanziare i mujaheddin afghani, che erano anche jihadisti, nella guerra contro i russi.

Ma c’è anche un’altra cosa in comune tra Pakistan, Europa e Italia: l’ascesa della Cina. C’è un nuovo Great Game in Asia che può cambiare gli equilibri mondiali. E’ il progetto di Corridoio sino-pakistano _ 60 miliardi di dollari in autostrade, ferrovie, porti, terminal petroliferi _ che solleva gli entusiasmi nei palazzi del potere di Islamabad, Lahore e Karachi ma anche le preoccupazioni degli americani che vedono in questo piano strategico del presidente cinese Xi Jinping una sfida alla loro egemonia sulle rotte oceaniche e dei rifornimenti energetici.

Gli americani sono molto nervosi per l’influenza di Pechino in Pakistan. Il corridoio sino-pakistano è imperniato sul porto di Gwadar con cui la Cina intende aggirare lo Stretto di Malacca, riducendo di oltre 10 mila chilometri e 26 giorni la distanza marittima dagli strategici giacimenti di idrocarburi nella regione del Golfo. Con  questo progetto la Cina si sottrae al controllo della marina americana che oggi, volendo, potrebbe chiudere quando vuole i rubinetti del rifornimento energetico cinese. Insomma gli Usa perderebbero una delle loro leve strategiche per tenere sotto tiro i cinesi.

L’iniziativa cinese inserisce nella strategia definita “filo di perle” che consiste nel consolidare partnership strategiche con gli stati asiatici piazzando capisaldi lungo una linea marittima che collega il Mar Cinese Meridionale al Golfo del Bengala e poi all'Oceano Indiano e al Mar Rosso. Pechino ha insediato distaccamenti in porti tailandesi e birmani, nello Sri Lanka, in Bangladesh e a Gwadar in Pakistan.

Perché ci interessa tanto cosa fa la Cina in Pakistan? Ci riguarda direttamente. I cinesi hanno passaggi preferenziali per Suez e puntano direttamente sul Mediterraneo dove hanno acquistato il porto del Pireo che in poco tempo è passato dal 93° al 36° della classifica mondiale. Ora i cinesi hanno nel mirino Trieste dove si progetta di insediare una zona franca proiettata sugli scambi con l’Europa del Nord. 

E questo ai cinesi interessa molto. I cinesi hanno appena acquistato Candy, ennesimo marchio italiano che va all’estero. Oltre a società note come Pirelli, Krizia, Salov, Buccellati e quote importanti in Ansaldo, Eni, Enel, Mediobanca, la Cina ha acquisito miriadi di piccole e medie imprese: sono circa 650 le società italiane con capitale cinese, decine di miliardi di fatturato e 40mila dipendenti. 

In Pakistan si sta aprendo il Corridoio cinese una delle Vie della Seta che arriveranno in Italia con infrastrutture, basi commerciali e porti. I cinesi comprano, in pratica, oltre agli utili anche i nostri debiti e le nostre inefficienze. Ecco cosa abbiamo in comune con il Pakistan, Pase musulmano, sempre più devoto alla sharia con il nuovo premier Imran Khan, ex campione di cricket e un tempo noto playboy.

Anche Imran Khan dice si essere il capo di un governo del cambiamento. Promette lotta alla corruzione e una sorta di welfare state islamico. “Nessun musulmano può dirsi tale se non crede che il profeta Maometto sia l’ultimo profeta”, proclama il neo-premier usando gli argomenti dei partiti più radicali.

“Mio marito non è soltanto un politico ma un leader”, dichiara la terza moglie di Imran Khan, una sorta di predicatrice sufi che nelle occasioni ufficiali si presenta con il niqab a coprire interamente il volto ma senza nascondere grandi ambizioni. Centimetri di stoffa che misurano distanze storiche. “In questa università con 44mila studenti venti anni fa solo il 4% delle donne metteva il velo”, dice Mohammed Ajmal Khan vice-rettore dell’Università statale di Karachi .“E questo _ aggiunge _lo dobbiamo anche all’influenza di Paesi del Golfo come l’Arabia Saudita”. La quale, naturalmente, come uno dei maggiori finanziatori del Pakistan, è il primo Paese che Imran Khan ha chiamato a fare la sua parte nel progetto del secolo tra Pechino e Islamabad.

Quando si tratta di battere cassa i pakistani vanno dai cinesi e dalle monarchie del Golfo. Un po’ come noi. Senza offesa, beninteso.

Alberto Negridi Alberto Negri, editorialista e inviato di guerra   
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