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Francesco vuole cristiani che degli altri non se ne fregano: "Guardare come Gesù guarda Zaccheo"

All’Angelus il nuovo invito a pregare per la pace strappa l’applauso della Piazza con migliaia di presenze. "Preghiamo per la pace, non ci stanchiamo di farlo"

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   
Papa Francesco (Ansa)
Papa Francesco (Ansa)

Un applauso prolungato si è levato dalle migliaia di pellegrini e fedeli presenti in Piazza san Pietro, quando oggi papa Francesco ha lanciato l’ennesimo invito a pregare per la pace in Ucraina. “Non dimentichiamo, per favore, nella nostra preghiera e nel nostro dolore del cuore, la martoriata Ucraina. Preghiamo per la pace, non ci stanchiamo di farlo!”. Un appello di Francesco scaturito dal Vangelo odierno che narra dell’incontro di Gesù con Zaccheo, un personaggio singolare e disprezzato dalla gente per il suo ufficio di esattore delle tasse per conto dei romani, divenuto molto ricco con i suoi traffici.

Lo sguardo della Chiesa

Il papa racconta l’incrociarsi di sguardi tra Gesù e Zaccheo che provoca la conversione del peccatore. Gesù guarda tutti a modo di Dio, dal basso, capace di risvegliare la nostra dignità umana. “Questa – ricorda Francesco - è la storia della salvezza: Dio non ci ha guardato dall’alto per umiliarci e giudicarci, no; al contrario, si è abbassato fino a lavarci i piedi, guardandoci dal basso e restituendoci dignità. Così, l’incrocio di sguardi tra Zaccheo e Gesù sembra riassumere l’intera storia della salvezza: l’umanità con le sue miserie cerca la redenzione, ma anzitutto Dio con misericordia cerca la creatura per salvarla”. Non si tratta di un bel quadretto commovente ma di un invito a imitare l’atteggiamento di Gesù: “Noi cristiani – ricorda il papa - dobbiamo avere lo sguardo di Cristo, che abbraccia dal basso, che cerca chi è perduto, con compassione. Questo è, e dev’essere, lo sguardo della Chiesa, sempre, lo sguardo di Cristo, non lo sguardo condannatore”.

Il servizio agli altri

Lo sguardo cristiano di attenzione e di servizio agli altri è stato anche uno dei fili conduttori dell’ampio discorso di Francesco ai duemila giovani di Azione Cattolica Italiana ricevuti ieri nell’Aula Paolo VI. A loro, senza citarlo, ha forse pensato di ricordare un insegnamento di don Lorenzo Milani contenuto nella famosa Lettera a una professoressa. “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è avarizia”. Il senso di questo consiglio è stato spiegato più ampiamente ai giovani da Francesco: “Questo è molto importante: imparare attraverso l’esperienza che nella Chiesa siamo tutti fratelli per il Battesimo; che tutti siamo protagonisti e responsabili; che abbiamo doni diversi e tutti per il bene della comunità; che la vita è vocazione, seguire Gesù; che la fede è un dono da donare, un dono da testimoniare. E poi, ancora: che il cristiano si interessa alla realtà sociale e dà il proprio contributo; che il nostro motto non è “me ne frego”, ma “mi interessa!”. State attenti, state attenti voi, che è più pericolosa di un cancro la malattia del menefreghismo nei giovani. Per favore, state attenti! Abbiamo imparato che la miseria umana non è un destino che tocca ad alcuni sfortunati, ma quasi sempre il frutto di ingiustizie da estirpare. E così via, abbiamo imparato tutte queste cose. Queste realtà di vita si imparano spesso in parrocchia e nell’Azione Cattolica. Quanti giovani si sono formati a questa scuola! Quanti hanno dato la loro testimonianza sia nella Chiesa sia nella società, nelle diverse vocazioni e soprattutto come fedeli laici, che hanno portato avanti da adulti e da anziani lo stile di vita maturato da giovani, nella parrocchia…La fraternità non si improvvisa. L’individualismo, la chiusura nel privato o in piccoli gruppetti contagiano anche le comunità cristiane. Bisogna reagire”.

La conversione di stile di vita

Continuamente papa Francesco utilizza le circostanze per indirizzare i cattolici verso una conversione di stile di vita, vissuta per gli altri sull’esempio di Gesù. Senza lascarsi vincere dal pessimismo e dalla pigrizia insita nell’individualismo. “Zaccheo ci insegna – osserva il papa - che, nella vita, non è mai tutto perduto. Per favore, mai tutto è perduto, mai! Sempre possiamo fare spazio al desiderio di ricominciare, di ripartire, di convertirci. E questo è quello che fa Zaccheo”. Perché dunque meravigliarsi se nel dopo Angelus il papa mette a fuoco lo sguardo solidale verso focolai di sofferenza, prova, conflitti in diverse parti del mondo? Lo ha fatto anche oggi: “Mentre celebriamo la vittoria di Cristo sul male e sulla morte, - ha detto - preghiamo per le vittime dell’attentato terroristico che, a Mogadiscio, ha ucciso più di cento persone, tra cui molti bambini. Dio converta i cuori dei violenti!”. E in chiusura la preghiera “per quanti – soprattutto giovani – sono morti questa notte a Seul, per le tragiche conseguenze di un’improvvisa calca della folla”.

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   

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