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Draghi compatta il Parlamento: via libera alla missione in Ucraina. L’occasione sprecata di Meloni

Voto unanime di tutti i gruppi parlamentari, anche Fratelli d’Italia. Pochi casi di coscienza a sinistra e tra i 5 Stelle. Il discorso duro del premier

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Draghi a confronto con Di Maio, ministro degli Esteri (Ansa)
Draghi a confronto con Di Maio, ministro degli Esteri (Ansa)

Doveva, poteva essere, una buona occasione per tutti. Pur nella gravità e solennità del momento e mentre i carri russi stanno circondando le città ucraine e abbattono per ora in modo selettivo gli obiettivi strategici. Ieri le antenne della tv di Stato. Diciamo subito che lo è stata perchè il Parlamento italiano ha dimostrato, pur tra i dubbi e lo “strazio” interiore di qualcuno, di essere compatto nella difficile decisione di armare la resistenza ucraina. In pratica di entrare in guerra insieme alle Ue e alla Nato in territorio ucraino. Non ci sarà impiego diretto di uomini, al momento. Però ce ne sono 3400 pronti e allertati sulla linea di confine della Nato a est, da mar Baltico al mar Nero.

Il coraggio di rompere con gli indugi

Il Parlamento unito ha avuto coraggio e responsabilità di fronte alla storia e ha fatto ciò che tutti riconoscono essere la cosa giusta da fare. Mai in questa legislatura, neppure ai tempi della pandemia, s’erano visti i tabelloni elettronici di Camera e Senato così “verdi”: a palazzo Madama sono stati 244 su 260 votanti i voti a favore della mozione numero 1 (Pd, Leu, Iv, Coraggio Italia, M5s, Fi, Lega, Fdi), 13 i contrari e tre gli astenuti; alla Camera, dove si è votato per parti separate, c’è stato un massimo di 516 voti a favore (su 517 votanti) e un minimo di 459. Chi ha votato contro il punto 3 della mozione uno - l’invio di armi - come Stefano Fassina - lo ha fatto motivandolo così: “Andiamo ad aumentare il conflitto tra due eserciti tra loro impari e sproporzionati. E le nostre armi finiranno poi ai russi. Andare avanti invece con la diplomazia e le sanzioni ancora più dure”.

Occasione sprecata per Giorgia Meloni

Il voto di Fratelli d’Italia d’Italia è stata quindi una buona notizia. Che Giorgia Meloni non ha però saputo sfruttare. Il suo intervento alla Camera, in dichiarazione di voto, è stato un misto di sarcasmo non riuscito, allusioni sbagliate, citazione errate. C’era quasi da chiederle perchè votasse a favore. La leader di Fratelli d’Italia ha voluto seminare dubbi sullo stato di emergenza facendo credere che per colpa della guerra sarà prorogata anche l’emergenza Covid. E dire che Draghi aveva già chiarito al Senato in mattinata e in via preventiva: “E’ stato dichiarato uno stato di emergenza umanitario che durerà fino al 31 dicembre 2022 esclusivamente per dare massimo aiuto all’Ucraina e al flusso di profughi in arrivo (Unhcr parla di 3-4 milioni).  Si tratta - ha sottolineato Draghi - di un impegno di solidarietà che non cambia la decisione di porre fine il 31 marzo allo stato di emergenza Covid-19”. Ha voluto fare del sarcasmo sulle difficoltà e tensioni diplomatiche del governo Draghi citando quello che è stato - giorni fa - un evidente fraintendimento  con il presidente Zelensky e sottolineando come “lei presidente Draghi non sia più il benvenuto nei summit europei” solo perché la sera prima era saltata una cena a distanza con Macron, Scholz e von der Leyen. Il fatto è che in effetti Draghi ha avuto qualche problema di affidabilità rispetto a Washington e Bruxelles sul dossier Ucraina. Ma “solo” perchè nè Washington nè Bruxelles si fidano di leader come Salvini, Conte e Meloni e partiti come Lega, M5s e Fratelli d’Italia che, per l’appunto,  hanno portato Putin in palmo di mano per anni e fino a pochi mesi fa. L’insistenza di Draghi sui tentativi diplomatici hanno fatto il resto. Dunque Meloni dovrebbe riservare il sarcasmo a se stessa visto che ieri ha votato per armare gli Ucraini contro i russi. Invece ha paragonato palazzo Chigi “alla grotta di bin Laden dove non si riesce a trovare la linea e la connessione”. Ha anche sottolineato il ruolo chiave in questa crisi dei paesi di Visegrad, dalla Polonia all’Ungheria, i suoi alleati nel partiti dei Conservatori europei di cui è presidente.

Letta: “Non vogliamo un’altra Sarajevo”

Qui è stato bravo il segretario dem Enrico Letta, intervenuto subito dopo in dichiarazione di voto, a bollare come “polemiche inutili” quelle di Meloni. A dire che è vero, i paesi di Visegrad - contro le migrazioni, contro il debito comune europeo, quelli dei muri e delle sanzioni - sono stati i primi a chiedere l’intervento della Nato e della Ue. “Ma perchè hanno paura. Timore dei carri russi. E si sono accorti di aver bisogno dell’Europa, di volere più Europa”.  Non è stato facile per il segretario condurre compatti i gruppi dem al voto a favore. Gli argomenti usati sono stati forti. “Non vogliamo un'altra Sarajevo, non saremo i caschi blu di Srebrenica che si voltarono dall'altra parte. Noi vogliamo, cerchiamo piuttosto, una Helsinky 2”, cioè un accordo multilaterale che offra garanzie a tutti i fronti del conflitto.  Ai più scettici ha spiegato che “l’invio delle armi è il passaggio più difficile ma proprio nella Costituzione ci sono le ragioni che motivano l'intervento di oggi” così come “nei principi costituzionali europei”. “Noi stiamo qui oggi - ha detto Letta - perché oggi quello solo a capotavola sta distruggendo vite. La democrazia non è una frase retorica, è la differenza tra la vita e la morte. Spero che la lezione che stiamo imparando ci porterà a dire che qualunque leader democratico è meglio del più dinamico degli autocrati”.

Diplomazia al lavoro anche sul fronte interno

La quasi unanimità del Parlamento italiano è una piccola consolazione di fronte al disastro di quando sta avvenendo sul campo in Ucraina, case distrutte, cadaveri scaricati dai camion, un popolo di donne e bambini in fuga, gli uomini, i ragazzi che restano per resistere mentre ora dopo ora le truppe russe avanzano a tenaglia verso le città per poi entrare e conquistarle. E’ questione di ore. Le “nostre” armi - quella della Ue - sono in arrivo dalla Polonia, in carico agli inglesi sotto l’ombrello Nato. Ma le operazioni di consegna non saranno così celeri. La diplomazia è al lavoro, a tutti i livelli, soprattutto sul fronte interno, tra gli oligarchi e i generali. 

E però in questo momento grave che segna la storia, è importante sapere che questo Parlamento rissoso, pieno di “se”, “ma” e “però” ha saputo trovare il coraggio e la forza, soprattutto per i più pacifisti, di votare a favore delle risoluzioni del presidente Draghi. 

Le liane della jungla della storia

Il premier ha parlato per mezz’ora, alla Camera e al Senato, e poi replicato alla fine di un dibattito alto e solenne. Un discorso duro, a tratti drammatico, aiutato da 26 applausi. Ha parlato di “svolta decisiva nella storia europea”, di “fine delle illusioni” cioè “attenzione a dare per scontate pace, sicurezza, benessere”, di “aggressione premeditata e immotivata da parte della Russia, un paese a noi vicino che ci porta indietro di ottant’anni”. Citando Robert Kagan, Draghi ha parlato del “ritorno della jungla della storia” e delle sue “liane che vogliono avvolgere il giardino di pace in cui eravamo convinti di abitare”. L’Italia non vuole voltarsi dall’altra parte perché “tollerare una guerra d’aggressione nei confronti di uno Stato sovrano europeo vorrebbe dire mettere a rischio la pace e la sicurezza di ciascuno di noi”. Ecco perché all’appello del presidente Zelensky che ha chiesto aiuti militari per proteggersi dall’aggressione russa “non è possibile rispondere solo con incoraggiamenti e atti di deterrenza. Questa è la posizione dell’Italia, dell’Europa e di tutti i nostri alleati”.

Draghi ha ben bilanciato l’intervento tra pragmatismo (la necessità delle armi), umanesimo (porta aperte ai profughi senza i lacci della burocrazia per gli stranieri), accoglienza reale e non pelosa (quella per docenti universitari e studenti), lucidità nell’elencare le durissime sanzioni economiche e finanziarie e le “misure per ridurre la dipendenza italiana dalla Russia per le fonti di energia” visto che importiamo il 95% del gas che consumiamo e oltre il 40% arriva dalla Russia. Lucidità di analisi quando, in replica al Senato, ha detto: “Non ho dubbi che ci sia stata molta premeditazione e preparazione nelle azioni del Cremlino”. Fa un esempio raffinato ed eloquente quando spiega che “non resta quasi più nulla nei depositi presso le banche centrali in giro per il mondo delle riserve dalla Banca centrale russa. Queste operazioni non si fanno in un giorno ma in molti mesi”.

Un’occasione per tanti

Draghi è stato ieri più di sempre un leader politico che ha chiesto e ottenuto fiducia. Ricordando quello del whatever it takes, costi quel che costi. “Finchè ho potuto ho cercato il dialogo. Ho sperato fino alla fine che si potesse evitare questa mostruosità. Non ci siamo riusciti anche perchè era tutto premeditato da molto tempo. Io continuerò a cercare il dialogo e la pace con tutta la mia volontà ma oggi questo è difficile con colonne di carri armati lunghe 60 km che stanno circondando le città”.

Il dibattito di ieri, il confronto di questi giorni tra le forze parlamentari, sono, nella tragedia, un’occasione per tutti. Per Draghi, che cancella il mese buio del Quirinale e prova a riconquistare la fiducia del Parlamento e dell’opinione pubblica. Non più un premier tecnico ma un leader politico che si prende sulle spalle il peso della storia guidando il paese tutto “dalla parte giusta”. E rassicurando quello che non ci sta. Un premier che tenta di risolvere le tensioni diplomatiche con Bruxelles, Parigi e Berlino che hanno guardato con diffidenza gli sforzi diplomatici di palazzo Chigi e, soprattutto, la presenza in maggioranza di due partiti come Lega e 5 Stelle che fino al 2020 hanno assiduamente frequentato Mosca come ospiti d’onore nei congressi del partito di Putin. E’ stato bravo Valentino Valentini, l’uomo della diplomazia ai tempi dei governi Berlusconi, a prendere le distanze senza se e senza ma dall’ex amico Putin diventato “aggressore”.

In cerca di credibilità

Il voto di ieri, e il dibattito di questi giorni, è stata un’occasione per Matteo Salvini e poteva esserlo anche per Giorgia Meloni per mostrarsi “affidabili” rispetto all’Europa. La leader di Fdi, oltre agli ingiustificati attacchi  al premier, ha anche ceduto alla retorica muscolare e nazionalista e ha accusato l’Europa di non aver capito nulla in questi anni mentre perdeva tempo dietro sanzioni, regole di bilancio e “discussioni sul gender”. E Matteo Salvini, indossata la felpa del pacifista convinto, ha voluto punteggiare il suo voto a favore di dubbi e raccomandazioni in nome del dialogo, della diplomazia e della pace. Però alla fine hanno votato. E il nervosismo di Meloni molto probabilmente si spiega col fatto che i no-vax, no-pass e adesso no-Putin - circa il 5% dell’elettorato -  non potranno più  guardare a lei come la leader perfetta e affidabile. Nessun problema invece per la Lega: “Putin è stato un amico, è vero, un nostro interlocutore. Ha sbagliato e si è messo lui dalla parte sbagliata. Chiuso”

I tormenti di Leu e 5 Stelle

Sicuramente soffitti sono stati i Sì di Leu e 5 Stelle. “Stiamo con lei, presidente Draghi – ha detto Federico Fornero –e con la Ue ma il nostro orizzonte non può essere la guerra. Cercate quindi ogni possibilità di dialogo”. I 5 Stelle avevano doppio mal di pancia: l’invio delle armi e l’ipotesi di un ritorno temporaneo al carbone per sostituire il 40 % del nostro fabbisogno energetico che arriva dal gas russo. “Serve proseguire nel dialogo con tutti gli strumenti diplomatici a disposizione senza lasciare intentata alcuna possibilità di mediazione - ha detto il capogruppo Davide Crippa - intanto sosteniamo con forza tutte le iniziative che il governo, insieme all'Unione europea, intenderanno intraprendere”. Poi convinto Buffagni nella discussione generale, “guadiamo le immagini e non ci son dubbi da che parte stare”. Non ce l’ha fatta il senatore Vito Petrocelli, presidente della Commissione Esteri, che ha votato contro. E pochi altri che si sono appellati alla libertà di coscienza. 

La lezione di Casini

Tra mal di pancia e dubbi che restano, a destra e a sinistra, ieri il Parlamento ha deciso con una scelta grave e responsabile da che parte stare: quella dell’Europa che ha saputo rispondere, ha sottolineato Draghi, “in modo fermo, pronto, rapido e unito”. Un cambiamento “importantissimo”. Una “vera forza di pace”. Ha fatto bene Emma Bonino a mettere le mani, a dire che “ci sarà un prezzo da pagare per tutto questo e la compattezza dovrà essere dimostrata allora. Lo dico per evitare che fra tre mesi inizino i se, i ma e i distinguo”. E se Draghi ha citato De Gasperi, Pierferdinando  Casini ha citato Aldo Moro: “Se dovessimo sbagliare, meglio farlo tutti insieme. Il disarmo - ha poi ricordato ai dubbiosi - è iniziato quando Cosisga e Craxi decisero di piazzare gli euromissili contro gli SS20 russi. Non con le bandiere di pace”.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   

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