Draghi e Macron provano a prendere per mano la Ue che agli afgani sa dire solo: “Aiutiamoli a casa loro”

Finisce tecnicamente la missione afgana. I ministri dell’Interno della Ue prevedono aiuti “ma nelle regioni asiatiche”. No pull factor verso l’Europa. “Mai più come nel 2015”. Biden rivendica lo stop “alla guerra più lunga e costosa”. Il colmo del paradosso è vedere i talebani, da oggi padroni indisturbati a Kabul, armati di tutto punto con materiale dei paesi Nato

Draghi e Macron provano a prendere per mano la Ue che agli afgani sa dire solo: “Aiutiamoli a casa loro”
Draghi e Macron (Ansa)

Il 31 agosto alla fine è arrivato. A sera, dopo tre settimane di Aghanistan sulle prime pagine dei giornali, notiziari a rullo continuo che hanno rilanciato le immagini da Kabul, sdegno, paura, disperazione, emozioni, preoccupazioni, il paradosso raggiunge il suo colmo. Il presidente Usa Joe Biden parla alla Nazione, difende e rivendica “la fine della guerra più lunga, un impegno preso che ho voluto onorare”. Venti minuti di discorso i cui punti chiave sono stati: basta con 300 milioni di spese militari al giorno per vent’anni; non aveva più senso restare ancora là; l’evacuazione è stata un successo, 150 mila afgani sono stati portati in salvo; gli afgani ora devono dimostrare di saper camminare sulle loro gambe; noi continueremo ad aiutare le organizzazioni umanitarie, ad usare i canali diplomatici, ad impegnarci in nome dei diritti umani e ad essere le sentinelle contro il terrorismo. Ma basta boots on the ground. Basta occuparsi delle minacce del 2001, ora è il tempo di occuparsi delle minacce del 2021.

Il colmo del paradosso

Nelle stesse ore, tra il pomeriggio e la sera italiana, le immagini da Kabul mostrano squadre di talebani con facce assai poco raccomandabili armati fino ai denti con armi Nato che a malapena sanno usare, vestiti con le mimetiche e accessori che sono il lascito delle truppe Nato costrette a lasciare in fretta e furia Kabul. E l’Europa che si era subito mobilitata per organizzare il più imponente ponte aereo di sempre, ha raggiunto il suo primo vero accordo: gli afgani? Aiutiamoli certo, ma a casa loro. No ai corridoi umanitari, sì ad aiuti nei paesi confinanti, mai più un esodo come quello visto nel 2015 quando un milione di siriani si mise in marcia verso l’Europa con gli esiti che tutti conosciamo. G7, G20, stabilizzazione dell’area, tutto il pacchetto di buone intenzioni di cui si è parlato in questi giorni sembra all’improvviso congelato. Come minino in stallo. Il paradosso, appunto. Unica speranza è un bilaterale Macron-Draghi giovedì Marsiglia dopo che proprio Parigi si è vista bocciare dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite la proposta apposta di una safe area a Kabul, un territorio franco dove far transitare in sicurezza chi chiede di lasciare il paese e far arrivare gli aiuti prima di affidarli a scatola chiusa ai talebani.

“Aiutiamoli a casa loro”

In estrema sintesi è questa la linea comune emersa dalla riunione straordinaria dei ministri degli Interni dell’Unione convocata sul delicato tema dei rifugiati. I ministri dei Ventisette, guidati dalla commissaria Ylva Johansson, hanno risolto la questione evitando di affrontarla. “Dobbiamo evitare una crisi umanitaria per evitare una crisi migratoria: dobbiamo aiutare gli afghani in Afghanistan. Ci sono persone sfollate internamente che hanno cominciato già a rientrare nelle proprie case” ha spiegato la commissaria reduce dagli Usa dove si è confrontata con il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, e con il segretario americano alla Sicurezza interna, Alejandro Mayorkas. “L'Un Women sostiene ad esempio case sicure per le donne, ci sono tante cose che noi possiamo sostenere in Afghanistan. Così come dobbiamo sostenere i Paesi confinanti, dare protezione alle persone che hanno immediato bisogno di protezione internazionale, donne magistrato, attiviste per i diritti umani, giornalisti, autori, e altri che sono in pericolo immediato”. Tutto questo ha uno scopo ben preciso: “Prevenire che le persone si inseriscano nelle rotte dei trafficanti verso l'Unione europea lavorando con le persone in Afghanistan, nei Paesi confinanti. Chi si mette in viaggio sono al 90% per lo più uomini mentre noi dobbiamo dare protezione ai vulnerabili, donne e ragazze”.

Dunque prevenire movimenti migratori illegali “già affrontati nel passato”, mai più come nel 2015, e agire congiuntamente “preparando una risposta coordinata e ordinata”. Il tutto, si legge chiaramente nel documento finale, “per evitare incentivi all'immigrazione irregolare”. Una delle prime azioni sarà “una campagna informativa mirate per combattere le narrazioni utilizzate dai trafficanti, anche nell'ambiente online, che incoraggiano le persone a intraprendere viaggi pericolosi e illegali verso l’Europa”.

Il no di Austria, Danimarca e Repubblica Ceca

“Siamo disponibili ad aiutare gli afghani ma devono restare nella regione” hanno dichiarato i ministri dell’Interno di Austria, Danimarca e Repubblica Ceca arrivando al summit e anticipando le conclusioni. Durante la riunione è emerso in chiaro che devono essere evitati pull factor, fattori attrattivi, alle rotte dei profughi. Non sono stati forniti numeri sulla disponibilità di reinsediamenti, nonostante la volontà di diversi Stati membri ad aumentarli. La ministra dell’Interno Luciana Lamorgese ha spiegato di aver invitato i colleghi "a fare riferimento a tutte le rotte”, di terra e di mare perchè “il problema è complesso e va visto nella sua interezza”.

Insomma, un mezzo buco nell’acqua. Quello temuto da Draghi quando nelle riunioni a livello europeo e di G7 aveva arringato i colleghi chiedendo se “questa volta gli europei sapranno fare quello che non hanno saputo o voluto fare finora”. L’unica vera decisione è quella di pagare altri per fare quello che - dare ospitalità ai profughi - non vuole fare nei poteri confini. Lasciando così il cerino in mano ai soliti paesi di confine con le rotte asiatiche, Grecia, Slovenia, Italia. “Il rischio di una crisi umanitaria è alto”, ha ammesso la commissaria Johansson. Ma la risposta, al momento almeno, non sarà nè coordinata nè ampia.

Il bilaterale a Marsiglia

A meno che Draghi e Macron non riescano a fare un mezzo miracolo. La Germania, al voto tra un mese, è fuori da questa partita. Angela Merkel che apre le porte ai profughi siriani è e resta un lontano ricordo. Una mossa del genere farebbe precipitare i consensi in modo drammatico.

Il presidente della Repubblica francese e il premier italiano si vedranno a Marsiglia domani sera in un faccia a faccia organizzato a ridosso della visita del numero uno dell'Eliseo nella città mediterranea in occasione di un convegno sull'ambiente. Due leader entrambi delusi su come sta reagendo l’Europa e le Nazioni Unite e che tenteranno ancora una volta di ottenere almeno dalle Ue una risposta alla crisi afgana adeguata alla situazione.

Quello dei corridoi umanitari resta uno dei nodi più delicati a cui l'Italia lavora da giorni, tenendo presente i diversi aspetti che potrebbero complicare la sua soluzione. Uno su tutti, quello di essere costretti a recapitare ai Talebani le liste di chi deve lasciare il Paese. Vorrebbe dire rischiare di consegnare le vittime ai carnefici.

Il Consiglio dei ministri

Giovedì in giornata, prima del bilaterale a Marsiglia, il premier potrebbe voler approvare il decreto profughi - mezzi e risorse per l’accoglienza dei cittadini afgani - in modo da portare a Macron un esempio concreto su cosa è possibile fare. Nella stessa riunione potrebbe essere dato l’ ok anche al decreto anti delocalizzazioni dopo che i ministri Andrea Orlando e Giancarlo Giorgetti sembrano aver smussato le incomprensioni dei giorni scorsi. Possibile, anche, il via libera al dl infrastrutture in cantiere già prima della pausa estiva. Bisognerà invece attendere per le altre riforme nel quadro del Pnrr. Le prossime tappe prevedono concorrenza e fisco. Ma le tensioni nella maggioranza soo alte e fino alle amministrative (3-4 ottobre) sarà più difficile del solito concludere qualcosa.