Il dolore del Papa per l’infinita guerra israelo-palestinese e la Terra promessa che resta solo una promessa

Dopo i reiterati fallimenti della diplomazia il papa confida nel dialogo di base per crescere nella reciproca conoscenza e accoglienza tra Israele e Palestina

Manifestazione pro Palestina a Washington (Ansa)
Manifestazione pro Palestina a Washington (Ansa)

Il mondo sembra rassegnato al conflitto mediorientale. La guerra in quella porzione di mondo è diventata parte del panorama come le pietre, il deserto, il petrolio. L’assenza di pace sembra diventata parte integrante di quella regione sognata e descritta fin dall’inizio come “Terra promessa”. La promessa resta tale, una condizione permanente. Allo scenario che rimane tuttora irreparabile hanno concorso non solo i cattivi, ma in parte anche i buoni – o che si ritengono tali, specie in occidente -  con i compromessi inaccettabili perché compromessi non sono e pertanto impediscono la soluzione. Al presente infatti, non si intravede nessuna soluzione che non sia di compromesso tra le parti in conflitto, convincendosi che non tutti i compromessi sono disonorevoli. 

Il dialogo impossibile

La risoluzione dell’Onu del 1948, quando nacque lo Stato d’Israele, per garantire la pace in una regione sconvolta da quella decisione esterna, pareva sulla carta una giusta soluzione al problema. Ma così non fu. Sono trascorsi settant’anni di conflitti ripetuti, aggiornati, crescenti, procurati tra furberie e cattive volontà. E si è giunto a un paradosso: dover prendere atto della difficoltà quasi insormontabile tra due popoli di fare la pace. Una situazione assurda, sconfinata questi giorni in un nuovo conflitto, in realtà mai cessato del tutto, dormiente come carboni accesi sotto la cenere. Ogni tanto capita qualche motivo, casuale o provocato e torna la distruzione e la morte.

Si può fare pace distruggendo l’altro?

Tanto assurdo appare questo conflitto da spingere oggi lo stesso papa Francesco a porsi alcune domande: “L’odio e la vendetta dove porteranno? Davvero pensiamo di costruire la pace distruggendo l’altro?”. Forse ce ne sarebbe una terza di domanda: “Quanto tempo ci vorrà ancora per affrontare la questione palestinese senza ipocrisia?”. La diplomazia mondiale è in mano alle stesse potenze –piccole e grandi – che condannano gli scontri. Da ogni parte si esprime preoccupazione, ma il Consiglio di Sicurezza tarda giorni a riunirsi, sapendo già che non c’è disponibilità sincera a trovare una soluzione e tutt’al più rinvierà la partita a un futuro più o meno prossimo di un nuovo conflitto.

Il diritto palestinese a uno Stato

 Tutti riconoscono il diritto del popolo palestinese ad avere un proprio Stato, ma i Palestinesi hanno un potere inesistente di contrattazione. I loro diritti sono appesi a un esile filo che va e viene perfino negli Stati arabi e forti della regione. Si utilizza la loro causa per interessi estranei. Invece ci vorrebbe giustizia non elemosina politica. Analoga giustizia doverosa mostrata per la nascita di Israele. Più si prolunga il tempo per la riparazione delle ingiustizie storiche, più la pace diventa impossibile.

Gli interessi della Turchia

Le novità di ogni esplosione conflittuale consistono per lo più nel cercare di piegare la situazione agli interessi di nuovi soggetti che si propongono nello scacchiere. Ora sembra il turno della Turchia. Nei decenni la Santa Sede ha potuto constatare di parlare al vento. La si cerca per mediazioni, per promuovere una moral suasion, ma poi i cavilli anzitutto degli interessi economici e poi quelli di ordine culturale, storico e religioso, impediscono soluzioni.

Il nuovo appello del Papa

Il nuovo appello di Francesco è l’ennesima parola di pace destinata al vento: “Tanti innocenti sono morti. Tra di loro ci sono anche i bambini, e questo è terribile e inaccettabile. La loro morte è segno che non si vuole costruire il futuro, ma lo si vuole distruggere”. Appellarsi alla Comunità internazionale viene ripetuto, senza riscontro efficace. Forse per questo il più delle volte il papa non si contenta di parlare ai governi, ma si rivolge alla gente e alla loro anima profonda: “Preghiamo incessantemente affinché israeliani e palestinesi possano trovare la strada del dialogo e del perdono, per essere pazienti costruttori di pace e di giustizia, aprendosi, passo dopo passo, ad una speranza comune, ad una convivenza tra fratelli”.

Poche speranza anche per l’urgenza ecologica

E’ una speranza accesa che richiede molta fatica per non spegnersi. Una sordità tanto diffusa ad ascoltare appelli di pace, lascia pensare che analoga sordità Francesco raccoglierà sull’urgenza ecologica. “Oggi – ha detto a conclusione dei saluti dopo il Regina Caeli -  inizia la “Settimana Laudato si’” [la sua enciclica sull’ecologia –ndr], per educarci sempre di più ad ascoltare il grido della Terra e il grido dei poveri. Ringrazio il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, il Movimento Cattolico Mondiale per il Clima, Caritas Internationalis e le numerose organizzazioni aderenti, e invito tutti a partecipare”. Ma nel suo cuore sa già che una nuova coscienza ecologica, richiede un lungo cammino. Lo è tuttora per la pace in Medioriente. Avrà più fortuna l’appello di Francesco per l’ecologia?