Il Papa prega in due chiese simboliche, la foto di Francesco a piedi nelle vie di Roma resteranno nella storia

Il papa a piedi nella Via del Corso deserta, richiama con la forza dell’immagine, l’efficacia e la profondità di una riforma per una Chiesa vicina alla gente come samaritana disarmata

Roma, papa Francesco con le guardie del corpo
Roma, papa Francesco con le guardie del corpo

Resterà tra le foto emblematiche di questo tempo di epidemia: quando tutto, anche la scienza arranca a trovare una soluzione miracolosa che non arriva al cenno degli esperti o dei potenti, resta una possibilità semplice, mai venuta meno. Dare fondo all’umanità, gridare aiuto a qualcuno che può dare una mano in una situazione irreparabile. Pare facile ma non lo è affatto, specialmente nell’era dell’orgoglio della tecnica e della fede nel denaro. Ogni donna e ogni uomo di buon senso può farla, purché pensi e decida con il cuore.  Papa Francesco che cammina un po’ arrancando, ma deciso e calmo, in via del Corso solitaria nella capitale di un’Italia che ha recalcitrato abbastanza prima di accomodarsi alla regola stringente dello stare a casa come unico mezzo attuale di contrasto al diffondersi del contagio, vale più di una predica o di un appello solenne a unire le forze. 

Era da più di un secolo e mezzo, cioè dai tempi di Pio IX, l’ultimo re di Roma effettivo, che un papa non si recava nelle strade senza sfoggio di potere. Con la differenza che Pio IX era il re. Il papa era visto come l’infallibile, un quasi dio. La foto di Francesco documenta quanta strada la storia ha percorso. Storia della Chiesa compresa. A Francesco, la Chiesa dovrà riconoscere che ha contribuito in modo straordinario a cambiare in positivo la percezione che la gente ha della Chiesa cattolica. Da alleata del potere a compagna di strada della gente comune, dei poveri e degli esclusi. Francesco è una icona della Chiesa che va adeguando se stessa – lentamente ma decisamente -  all’immagine evangelica cui l’ha risvegliata, dopo secoli di sonno, il concilio Vaticano II. E Paolo VI ha sintetizzato come Chiesa samaritana. Chiesa che si ferma accanto alle persone ferite, chiunque siano, senza chiedere tessere e identità al di fuori dell’umanità e se ne fa carico soccorrendole fino alla guarigione. 

Altre volte Francesco era andato quasi furtivamente per le strade di Roma, ma per risolvere problemi personali, come il cambio di occhiali. Questa volta è andato nel cuore di una emergenza che la gente comincia a vivere con paura. Pio XII - il papa cui dopo la guerra si era dato il titolo di “Defensor civitatis”, difensore della cittadinanza, ma dopo su di lui è prevalso il giudizio forse frettoloso di un autore di teatro - si era recato tra la folla dopo il bombardamento nel quartiere san Lorenzo. E lì la gente accalcata quasi lo soffocava.

 In via del Corso, Francesco è solo, un uomo solo, che cammina silenzioso verso qualcuno che lo aspetta. La scorta dei pochi gendarmi lo segue a distanza e rispettando la distanza tra loro richiesta dalle norme dell’ordinanza governativa. Ha l’aria, Francesco, di portare un messaggio urgente, di dover chiedere qualcosa per tutti e non per sé, qualcosa che nessun altro può dare: la fine o almeno l’attenuarsi dell’epidemia che semina malattia, tristezza, incertezza esistenziale, morte. 

La decisione di andare a questo appuntamento gli è nata nel cuore prima che nella mente. Cuore di pastore che vive con la semplicità del credente comune la fede in Gesù, figlio di Maria di Nazareth, donna del popolo. La capacità di restare semplice di cuore, nonostante la profonda scienza teologica e la capacità di governo, gli ha suggerito il gesto che lo ha reso ancora più familiare ai poveri e alla gente comune. Francesco non ha dato finora una spiegazione del suo gesto, della sua decisione di recarsi a pregare ai piedi del crocifisso degli appestati nella Chiesa di san Marcello.

 Lo stesso che era stato di consolazione e guarigione ai romani nella peste del 1522. Chi era con lui ha riferito del suo silenzio assoluto. Tuttavia qualcosa si può con fondamento ipotizzare dalle sue parole dette prima della recita dell’Angelus in streaming e nell’omelia di questa mattina nella messa a santa Marta. Forse in segno del suo operare in solidarietà con i vescovi dell’Italia in questo momento particolare e inedito dove anche le messe di popolo sono sospese, si è richiamato al gesto di uno di loro, Mario Delpini, arcivescovo di Milano, cuore della zona rossa attuale. 

“In questo momento – ha esordito Francesco - sta finendo a Milano la Messa che il Signor Arcivescovo celebra nel Policlinico per gli ammalati, i medici, gli infermieri, i volontari. Il Signor Arcivescovo è vicino al suo popolo e anche vicino a Dio nella preghiera. Mi viene in mente la fotografia della settimana scorsa: lui da solo sul tetto del Duomo a pregare la Madonna. Vorrei ringraziare anche tutti i sacerdoti, la creatività dei sacerdoti. Tante notizie mi arrivano dalla Lombardia su questa creatività. È vero, la Lombardia è stata molto colpita. Sacerdoti che pensano mille modi di essere vicino al popolo, perché il popolo non si senta abbandonato; sacerdoti con lo zelo apostolico, che hanno capito bene che in tempi di pandemia non si deve fare il “don Abbondio”. Grazie tante a voi sacerdoti”. 

Forse da questo ragionamento la sua capacità di saper prendere il buono e imitarlo. Lui che un don Abbondio non è mai stato e ha spogliato in maniera determinante il servizio petrino di residui privilegi estranei ai discepoli di Gesù. Nell’omelia di questa mattina ha sottolineato la necessità di accogliere la semplicità di Dio per non cadere nella superbia. “Mi hanno fatto vedere, alcuni giorni fa, - ha raccontato nell’omelia - su un telefonino, un filmato della porta di un palazzo che era in quarantena. C’era una persona, un signore giovane, che voleva uscire. E la guardia gli ha detto che non poteva. E lui lo ha preso a pugni, con uno sdegno, con un disprezzo: “Ma chi sei tu, ‘negro’, per impedire che io me ne vada?”. 

Lo sdegno è l’atteggiamento dei superbi, ma dei superbi poveri, dei superbi con una povertà di spirito brutta, dei superbi che vivono soltanto con l’illusione di essere più di quello che sono. É un ceto spirituale, la gente che si sdegna: anzi, tante volte questa gente ha bisogno di sdegnarsi, di indignarsi per sentirsi persona.  Anche a noi può succedere questo: “lo scandalo farisaico”, lo chiamano i teologi, scandalizzarmi di cose che sono la semplicità di Dio, la semplicità dei poveri, la semplicità dei cristiani come, per dire: “Ma questo non è Dio. No, no. Il dio nostro è più colto, è più saggio, è più importante. Dio non può agire in questa semplicità”. E sempre lo sdegno ti porta alla violenza; sia alla violenza fisica sia alla violenza delle chiacchiere, che uccide come quella fisica”. La forza di una fotografia sta tutta qui: nel cuore segreto che nasconde allo sguardo superficiale.