Il ddl Zan e lo scontro con il Vaticano, così in udienza Papa Francesco prova a disinnescare la polemica

La rigidità – ha spiegato il papa nell’udienza generale - nuoce sempre perché tiene ciascuno arroccato nei bastioni delle proprie certezze.

Papa Francesco (Foto Ansa)
Papa Francesco (Foto Ansa)

Nel polverone di polemiche alimentate ad arte dopo la pubblicazione della nota verbale vaticana sul disegno di legge Zan, il modo migliore per riportare l’Italia indietro di decenni sarebbe quello di entrare a gamba tesa accampando le proprie ragioni senza ascoltare quelle degli altri. La tematica dei diritti è un argomento sempre divisivo che infiamma il panorama sociale e politico. Quando c’è voglia di lite più che di soluzioni dei problemi non si punta a garantire il bene comune, ma al prevalere delle ragioni di parte. E’ un’ingerenza la nota verbale vaticana? E’ un attentato alla laicità dello stato? E’ un segno di ravvedimento del papa rispetto ai cedimenti finora mostrati nella difesa della dottrina dai pericoli del progressismo culturale ed etico? E’ una trappola confezionata dal clericalismo oltranzista verso il papa gesuita? Le cronache e i dibattiti danno il sapore di una forte passione sociale e politica. Sembrano tornati gli anni in cui si pensava a un nuovo Concordato tra Stato e Chiesa, ma non si concludeva mai nulla pensando che la lite e la rivendicazione giovasse a entrambi. Senza prudenza e discernimento che produssero il nuovo Concordato,  si rischia  sempre che da un dissidio vero o presunto, nasca un conflitto irreparabile e ciascun attore della contesa resti vittima dei propri pregiudizi.

Cosa pensa Francesco

Rispetto a questo schema che pare rispolverato di condurre i rapporti Chiesa-Stato come una lite persistente, Francesco pensa diversamente. Lo aveva mostrato nel passato. Il suo modo di intendere la Chiesa in uscita si applica bene anche all’uscire da situazioni che appannano l’immagine di Chiesa che vuole il Vangelo. E nel grande polverone propone una riflessione di metodo e di pensiero nuovo per non infilarsi in una polemica senza sbocco.

Se alla polemica divampata in ogni settore, ecclesiastico e civile, si applicasse la riflessione odierna del papa nell’udienza generale, la lite sarebbe – forse - disinnescata o almeno ridimensionata sul nascere. Tema dell’udienza è stata infatti la spiegazione della Lettera dell’apostolo Paolo ai Galati dove l’apostolo indica i criteri per discernere chi predica il Vangelo da coloro che seminano zizzania. Una Lettera che secondo il papa trova un riscontro di attualità nel nostro presente.

I Galati

“I Galati – riferisce il papa nell’ultima parte della catechesi su quale fosse la novità del Vangelo per quella gente e quanto fosse immediato il tentativo  di creare confusione  - si trovavano in una situazione di crisi. Che dovevano fare? Ascoltare e seguire quanto Paolo aveva loro predicato, oppure dare retta ai nuovi predicatori che lo accusavano? È facile immaginare lo stato di incertezza che animava i loro cuori. Per loro, avere conosciuto Gesù e creduto all’opera di salvezza realizzata con la sua morte e risurrezione, era davvero inizio di una vita nuova, di una vita di libertà. Avevano intrapreso un percorso che permetteva loro di essere finalmente liberi, nonostante la loro storia fosse intessuta da tante forme di violenta schiavitù, non da ultimo quella che li sottometteva all’imperatore di Roma. Pertanto, davanti alle critiche dei nuovi predicatori, si sentivano smarriti e si sentivano incerti su come comportarsi: “Ma chi ha ragione? Questo Paolo, o questa gente che viene adesso insegnando altre cose? A chi devo dare retta? Insomma, la posta in gioco era davvero grande!

"Non mancano predicatori che possono turbare la comunità"

Questa condizione – osserva Francesco considerando la facilità oggi come ai primi tempi del cristianesimo di seminare zizzania - non è lontana dall’esperienza che diversi cristiani vivono ai nostri giorni. Non mancano nemmeno oggi, infatti, predicatori che, soprattutto attraverso i nuovi mezzi di comunicazione, possono turbare le comunità. Si presentano non anzitutto per annunciare il Vangelo di Dio che ama l’uomo in Gesù Crocifisso e Risorto, ma per ribadire con insistenza, da veri e propri “custodi della verità” – così si chiamano loro -, quale sia il modo migliore per essere cristiani. E con forza affermano che il cristianesimo vero è quello a cui sono legati loro, spesso identificato con certe forme del passato, e che la soluzione alle crisi odierne è ritornare indietro per non perdere la genuinità della fede. Anche oggi, come allora, c’è insomma la tentazione di rinchiudersi in alcune certezze acquisite in tradizioni passate. Ma come possiamo riconoscere questa gente? Per esempio, una delle tracce del modo di procedere è la rigidità. Davanti alla predicazione del Vangelo che ci fa liberi, ci fa gioiosi, questi sono dei rigidi. Sempre la rigidità: si deve far questo, si deve fare quell’altro … La rigidità è proprio di questa gente. Seguire l’insegnamento dell’Apostolo Paolo nella Lettera ai Galati ci farà bene per comprendere quale strada seguire. Quella indicata dall’Apostolo è la via liberante e sempre nuova di Gesù Crocifisso e Risorto; è la via dell’annuncio, che si realizza attraverso l’umiltà e la fraternità, i nuovi predicatori non conoscono cosa sia umiltà, cosa sia fraternità; è la via della fiducia mite e obbediente, i nuovi predicatori non conoscono la mitezza né l’obbedienza. E questa via mite e obbediente va avanti nella certezza che lo Spirito Santo opera in ogni epoca della Chiesa. In ultima istanza, la fede nello Spirito Santo presente nella Chiesa, ci porta avanti e ci salverà”.

Un papa così è una pietra di inciampo per la laicità? E’un papa pentito di quanto detto e fatto finora per aggiornare il servizio della Chiesa cattolica al Vangelo? In tanti ricorderanno  nel film la Strada di Fellini l’invito a pensare rivolto da Gelsomina a Zampanò.  Un invito prezioso sempre.