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Il paradosso inatteso: Stati Uniti, Cina e Medio Oriente

Lo spostamento del baricentro della politica americana da Oriente a Occidente, dal Medio Oriente al Pacifico sta lasciando spazio al dispiegarsi delle ambizioni globali della Cina

Alessandro Spaventadi Alessandro Spaventa   
Il paradosso inatteso: Stati Uniti, Cina e Medio Oriente

In Medio Oriente la situazione sta evolvendo e molte cose potrebbero cambiare nel futuro più o meno prossimo. Alcune con risvolti paradossali. Gli Accordi di Abramo potrebbero aprire prospettive inedite per l’area mentre gli Stati Uniti accelerano il loro disimpegno e un nuovo e inaspettato attore si sta facendo avanti sulla scena: la Cina.

Via i soldati dal Medio Oriente

Gli Accordi di Abramo, i trattati commerciali bilaterali da poco sottoscritti da Israele con Emirati Arabi Uniti e Bahrein e sponsorizzati dall’Amministrazione Trump, potrebbero rappresentare il primo passo verso una normalizzazione dei rapporti tra paesi sunniti e lo stato ebraico. D’altronde essi non fanno altro che ratificare una crescente sintonia tra Israele, regni ed emirati del Golfo Persico e Stati Uniti in funzione anti-iraniana. Se tale processo prendesse piede fino ad arrivare a coinvolgere l’Arabia Saudita, il governo americano potrebbe non avere più motivi per rimanere ancora in un’area del globo nella quale gli Stati Uniti hanno perso uomini e mezzi per quasi un ventennio senza riuscire a imporre la loro supremazia. Già oggi, nonostante le perplessità dei generali, Washington sta diminuendo progressivamente la sua presenza in Afghanistan e in Iraq, ha abbandonato la Siria e si limita a tenere un occhio sulla Libia. La dottrina Trump, in realtà coniata da Barack Obama, marcia spedita: via i soldati dal Medio Oriente. Penisola arabica esclusa naturalmente.

Grazie, facciamo da soli

D’altra parte, il petrolio non è più una questione per la quale preoccuparsi. Nel 2005, le importazioni nette degli Stati Uniti rappresentavano il 60% del loro fabbisogno; nel 2019, prima della pandemia, la quota era scesa al 3%, il dato più basso dal 1957. In pratica, oggi l’America è autosufficiente. C’è un solo motivo per cui rimanere ancora in zona, l’Iran appunto. Ma per quello, non è necessario spedire le truppe nei deserti o tra le montagne. Bastano le comode e sicure basi nella penisola arabica, la V° flotta e i bombardieri di stanza nella base dell’isola Diego Garcia, nel mezzo dell’Oceano Indiano.

Non importa chi vincerà

Certo, a novembre ci sono le elezioni presidenziali e potrebbero vincere i democratici. Ma non è detto che con un’eventuale presidenza Biden il vento sia destinato a cambiare. Di sicuro la politica estera non sarebbe tra le priorità immediate della nuova amministrazione, visti i numerosi, complicati e poderosi problemi interni da affrontare, dalla pandemia, all’economia, alla questione dei diritti civili. Ma anche quando il dossier Medio Oriente arriverà sul tavolo del Presidente, non è scontato che egli abbia intenzione o convenienza a invertire la rotta. Dopotutto il problema principale per gli Stati Uniti non è più quel che accade tra il Mediterraneo e il Golfo Persico, ma cosa si muove dall’altra parte del Pacifico. Che vinca Biden o Trump, il dossier che conta è uno solo: la Cina.

Fame di energia

Già la Cina. Poiché il mondo e tondo e i vuoti son destinati a essere riempiti, ecco che, mentre gli Stati Uniti smobilitano, il governo di Pechino si affaccia con sempre maggiore insistenza nell’area. La potenza asiatica è un gigante affamato di energia che assorbe circa il 23% della domanda di energia globale. E il petrolio, nonostante il ruolo crescente di rinnovabili e gas naturale, continua a giocare un ruolo rilevante tra le fonti energetiche utilizzate per soddisfare il suo fabbisogno. Il paese del dragone ne consuma più di ogni altro al mondo e continuerà a farlo per lungo tempo. Lo shale oil, che ha placato l’appetito statunitense, non è un’opzione per Pechino; l’unica possibilità è quindi importare greggio dall’estero. E non è difficile immaginare da dove. Nel 2019 più del 40% delle importazioni cinesi di petrolio proveniva da soli cinque paesi, tutti regni del Golfo: Arabia Saudita, Iraq, Oman, Kuwait ed Emirati. Un altro 3% proveniva dall’Iran. In totale, quasi metà delle importazioni cinesi di petrolio arrivano dal Golfo Persico. Ed è un dato destinato a consolidarsi e crescere. Nel 2040 la dipendenza cinese dalle importazioni dovrebbe arrivare al 76% del fabbisogno totale, rispetto all’attuale 67%. In pratica ogni quattro barili di petrolio consumati, tre arriveranno dall’estero e di questi almeno la metà arriverà dal Golfo Persico.

Baghdad Café

Vista dall’altra parte, la fame cinese di idrocarburi rappresenta un terno al lotto. Di fronte a una domanda in calo già prima della pandemia, infatti, i paesi del Golfo Persico sono a caccia di clienti sicuri e paganti. Pechino, da questo punto di vista, rappresenta un’assicurazione sul futuro. Esemplare il caso dell’Iraq, il paese per il quale gli Stati Uniti hanno combattuto due guerre e dal quale si stanno ritirando, lasciando un contingente di soli tremila uomini. Ci si aspetterebbe che il suo principale mercato di esportazione del petrolio fosse proprio quello americano, dopotutto in molti sostengono che le truppe statunitensi siano andate lì per quello. Invece no. È la Cina la principale destinazione del greggio estratto nei pozzi iracheni e il trend è in crescita. Nella prima metà del 2020, nonostante il Covid-19, le esportazioni di Baghdad verso Pechino sono cresciute di quasi il 30% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, arrivando a rappresentare oltre un terzo del totale delle esportazioni del paese. Non sorprende che il governo del paese della Mesopotamia guardi alla Cina come a un partner strategico. Da notare come nello stesso lasso di tempo le esportazioni irachene verso gli Stati Uniti si siano circa dimezzate.

Ce n’è per tutti

L’Iraq non è l’unico paese conquistato dai soldati americani nel quale i cinesi stanno muovendosi agilmente. C’è anche l’Afghanistan dove Pechino ha un ruolo importante nel processo di pace e pare abbia promesso ai Talebani generosi investimenti in infrastrutture ed energia. Naturalmente non prima che l’ultimo soldato statunitense abbia lasciato il paese. E non finisce qui. La Cina è ormai il maggior investitore estero nel Medio Oriente e ha siglato accordi strategici con tutti gli stati del Golfo, tranne il Bahrein, e molti di loro, pur alleati degli Stati Uniti, non si fanno particolari scrupoli ad acquistare tecnologia militare Made in China.

Piani a lungo termine

A conferma della facilità con cui la politica e i soldi cinesi rompono schemi consolidati c’è il caso dell’Iran. Anche qui come negli altri paesi si guarda a Pechino. Ma non lo si fa solo in nome degli affari, come nei regni sunniti, ma anche nel segno della necessità e della speranza. Da quando il negoziato sul nucleare è andato in stallo e gli Stati Uniti hanno rinvigorito la politica delle sanzioni, a Teheran non sono rimaste molte alternative se non guardare a Mosca e Pechino. Non sorprende quindi che la leadership iraniana stia lavorando a un piano per i prossimi 25 anni perché l’Iran e la Cina divengano “importanti partner strategici”, ipotizzando come aree di cooperazione l’energia, il petrolchimico, il nucleare civile, e i settori tecnologici e militare. È possibile che l’accordo venga sottoscritto da entrambe le parti già il prossimo anno.

Teheran non val bene una sanzione

Possibile, ma non certo. Poiché si tratta di affari, è chiaro che il governo cinese non si avventurerà a sfidare le sanzioni statunitensi per commerciare con l’Iran. Va bene la sete di petrolio, ma perdere l’accesso al mercato americano non è un’opzione sul tavolo. E la cosa è ben chiara anche a Teheran. L’ipotesi è quindi che il piano venga sottoscritto in via preliminare, ma che prenda corpo e venga attuato solo se e quando verranno tolte le sanzioni americane. Anche se solo invia preliminare, tuttavia, l’eventuale firma dell’accordo raggiungerebbe comunque un obiettivo importante per il regime degli ayatollah: far capire ai paesi occidentali, e in particolare a quelli europei, che, se non cambiano atteggiamento, rischiano di consegnare Teheran nelle braccia di Pechino.

Partner stretti

Già oggi la Cina è il primo partner commerciale dell’Iran, con un interscambio totale nell’ultimo anno del calendario iraniano di 21 miliardi di dollari, circa un quarto del totale. Pechino è uno dei primi mercati di destinazione del greggio iraniano e il paese sciita è più che desideroso di accrescere il volume di petrolio esportato. Ma poiché non si vive di solo petrolio, tra gli affari in ballo c’è anche il possibile acquisto da parte della città di Teheran di 630 vagoni per la sua metropolitana.

Lupi e formiche

Il rafforzamento del legame della Cina, tuttavia, per quanto perseguito non è visto con particolare entusiasmo dal regime degli ayatollah. È ritenuto più la scelta necessaria e inevitabile di un male minore, che un’opportunità. Come ha dichiarato un anonimo funzionario del regime iraniano al Financial Times, l’Iran guarda agli Stati Uniti come ad un “gigantesco lupo” e alla Cina come a “un armata di formiche” - «siamo terrorizzati quando vediamo il lupo e non lo siamo troppo delle formiche, ma entrambi svuoteranno i nostri granai».

Lungo la via della seta

Per Pechino, come per tutti, tuttavia, assicurarsi la fornitura di greggio rappresenta solo il primo passo. Dopodiché bisogna anche farlo arrivare a destinazione. Ed è qui che entra in scena la One Belt One Road Initiative, meglio nota come Nuova Via della Seta. Si tratta del programma infrastrutturale promosso dal governo cinese che mira a coinvolgere 70 paesi per sviluppare porti, strade e ferrovie nella larga fascia che va dal Pacifico fino all’Atlantico, passando per l’Asia centrale, il Medio Oriente, gli stati africani rivieraschi del Mar Rosso e del Mediterraneo e infine l’Europa.La suggestione della via della seta è notevole, ma in realtà la parte strategicamente più rilevante del progetto non è quella terrestre, ma quella marittima. La Cina, il cui scambio commerciale avviene per il 60% via mare, vuole assicurarsi il controllo diretto o indiretto delle rotte e dei porti che uniscono da un lato le sue fabbriche al mercato europeo e dall’altro le miniere africane di materie prime e i pozzi del Golfo Persico alle sue industrie.

Lunga la strada, stretta la via…

Vitale a tal fine è poter garantire l’accesso ai tre stretti fondamentali per il commercio marittimo mondiale: lo stretto di Malacca, tra l’isola indonesiana di Sumatra e la Malesia, il braccio di mare più trafficato del mondo e lungo il quale passa la maggior parte del traffico marittimo diretto ai porti cinesi; lo stretto di Hormuz, alla bocca del Golfo Persico, da dove transita oltre il 20% del petrolio consumato in tutto il mondo; lo stretto di Bab-al-Madab, da dove si passa per entrare nel Mar Rosso e quindi arrivare ai mercati europei. Per cercare di assicurarsi la tranquillità lungo la rotta verso il Golfo Persico e il Mediterraneo, tre anni fa la marina cinese ha inaugurato la sua prima base navale all’estero, a Gibuti, sul Corno d’Africa. Ma stabilire delle basi è spesso complicato e non sempre la via più efficace. Così Pechino sta anche investendo in misura rilevante in porti commerciali che alla bisogna potrebbero essere utilizzati come appoggio per le proprie navi militari. Tra questi vi sono quello di Gwadar in Pakistan e quello di Duqm in Oman, rispettivamente sull’una e sull’altra delle sponde del Golfo di Oman, il tratto di mare che conduce allo stretto di Hormuz e di lì al Golfo Persico. In quest’ultimo, qualora l’accordo con Teheran venga effettivamente sottoscritto, le navi cinesi potrebbero poi contare sull’accesso ai porti iraniani.

Amici di tutti, alleati di nessuno

Come già in Africa, anche in Medio Oriente la Cina sta seguendo una politica di non ingerenza e di terzietà. Si astiene dal ficcare il naso negli affari interni dei diversi paesi e fa affari con tutti, senza allearsi con nessuno. Entrambe le politiche sono assai apprezzate da tutti i paesi dell’area, così come lo sono state nel cosiddetto continente nero, e rendono Pechino assai più popolare delle capitali occidentali tanto piene di scrupoli, almeno a parole. Avviene così che la potenza asiatica possa trovarsi a negoziare investimenti per 400 miliardi di dollari in Iran e al contempo assistere l’Arabia Saudita nel suo programma nucleare, senza che nessuno dei due paesi abbia a che ridire. O che levi la voce in favore della causa palestinese mentre cerca di convincere Israele a condividere le tecnologie più recenti e ad affittare i suoi porti alle imprese statali cinesi.

Felicità e sicurezza

Il segno più evidente della crescente influenza di Pechino nella regione è il fatto che nessuno degli stati che dovrebbero avere a cuore la causa dei musulmani nel mondo abbia trovato nulla da ridire nella carcerazione di massa di circa un milione di Uiguri, musulmani anche loro, nei quasi 400 campi di internamento dello Xinjiang, provincia occidentale della Cina. Anzi. Quando nel luglio del 2019 la faccenda è stata sollevata da oltre una ventina di paesi presso il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Oman, Gibuti, Pakistan, Palestina ed Egitto, insieme ad altri 28 paesi, hanno sottoscritto una lettera allo stesso Consiglio per «sottolineare i notevoli risultati ottenuti da Pechino nel campo dei diritti umani» ed esprimere un pieno e soddisfatto apprezzamento della politica cinese nello Xinjiang. Il tutto senza lesinare lodi a Pechino per i risultati ottenuti nel contrastare il terrorismo, nella deradicalizzazione e, naturalmente, nella tutela dei diritti umani. Sforzi grazie ai quali la popolazione «gode di un maggiore senso di felicità, soddisfazione e sicurezza». Difficile immaginare un allineamento più completo.

Il paradosso inatteso

Lo spostamento del baricentro della politica americana da Oriente a Occidente, dal Medio Oriente al Pacifico, era iniziato già con la presidenza di Obama durante la quale è avvenuto il grosso del ritiro di truppe americane e il confronto con la Cina ha cominciato a farsi più acceso. L’amministrazione Trump, tendenzialmente isolazionista, ha accentuato tale aspetto, aumentando i toni dello scontro con Pechino e sostanzialmente disinteressandosi del Medio Oriente, eccezion fatta per il supporto a Israele di cui è attivo promotore il genero del Presidente, Jared Kushner. Proprio tale politica, tuttavia, sta lasciando spazio al dispiegarsi delle ambizioni globali della Cina. Pechino sta consolidando e rafforzando la sua posizione e i suoi legami con gran parte dei paesi dell’area, assicurandosi sia la fornitura di petrolio che la tranquillità e la sicurezza necessaria per il suo trasporto via mare. Entrambi elementi fondamentali per garantire la tenuta dell’economia e alimentarne la crescita. E incidentalmente anche per assicurare la capacità di movimento e proiezione delle proprie forze armate e in particolare della propria flotta. È il paradosso inatteso: distogli risorse, mezzi ed energie dal Medio Oriente per dedicarti alla lotta con la Cina, contrastarla, contenerla, indebolirla, solo per scoprire che così facendo le hai lasciato campo libero o quasi perché possa assicurarsi tutto il petrolio di cui ha bisogno. Eterogenesi dei fini avrebbe detto il filosofo Wundt.

 

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