La cattiva coscienza dell’Europa sul Congo

Il vescovo Crociata, i missionari, le Ong raccolgono la testimonianza dell'ambasciatore Attanasio e del carabiniere Iacovacci, costruttori di pace

La cattiva coscienza dell’Europa sul Congo

Sembra un filo di terra ma è sterminata e spaziosa quella parte d’Africa che confina con Uganda, Burundi e Ruanda. Si chiama Nord Kivu e appartiene all’immenso Stato della Repubblica Democratica del Congo. Cuore dell’Africa questo territorio che deve la sua esistenza al grande fiume da cui prende il nome, ma che dalla fine del colonialismo non trova pace. Il Congo, come buona parte dell’intero continente nero, lo si conosce in maniera approssimativa, ci è scomodo o estraneo. In realtà fa parte della nostra storia di europei. Cerchiamo di rimuoverlo forse per la cattiva coscienza che abbiamo nei suoi confronti. Ci viene in mente e ne parliamo in misura eccessiva in occasione di eventi luttuosi che toccano  italiani o bianchi in generale.

Accade anche ora con l’uccisione dell’ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere della scorta Vittorio Iacovacci caduti, insieme al loro autista congolese Mustapha Milambo, in un agguato lungo la strada più pericolosa del mondo tra Goma e gli incerti confini del Ruanda e Burundi teatro a metà degli anni novanta del secolo scorso di un immane genocidio. Ma sono proprio le figure e le convinzioni di Attanasio e di Iacovacci a inquietare la nostra coscienza spingendoci alla responsabilità perché qualcosa cambi davvero. Non basta deprecare o solidarizzare con l’Africa quando qualcuno dei nostri muore.

Il perché della tragica fine

La notizia della loro tragica fine mi è giunta da un missionario insieme a una serie di fotografie di ordinaria violenza cruda e crudele sulle popolazioni civili sotto il tallone della violenza quotidiana, in un conflitto infinito tra fazioni militari, paramilitari di varia estrazione, ideologia, appartenenza. Tutte unite dalla febbre dei profitti di élite africane e di potenze straniere, che si contendono quella terra ricchissima di materie prime e indispensabili per lo sviluppo delle tecnologie avanzate. Le testimonianze su Attanasio e Iacovacci confermano il detto che spesso sono i migliori che se ne vanno, vittime della loro generosità. Amici veri, disinteressati dell’Africa. “Questo è il Congo – mi ha scritto padre Giulio Albanese da bravo cronista quale è –. Nel Nord Kivu regna l’anarchia da anni. Il contingente delle Nazioni Unite ha totalmente fallito la propria missione. Ora si parlerà del Congo perché hanno ucciso il nostro ambasciatore”.

Parole che mi hanno riportato alla mente quel celebre e dimenticato libro di Frantz Fanon “I dannati della terra”, con prefazione di Jean-Paul Sartre. Pubblicato nel 1961 è diventato fondamentale per la presa di coscienza africana verso la responsabilità collettiva per una storia altra rispetto all’eredità coloniale sopravvissuta e dura a morire. Allora non c’era ancora un Mandela presidente, simbolo del riscatto africano che lotta non solo per sé, ma per la liberazione di tutti i dannati della terra. Sulla sua scia si sono mossi gran parte dei missionari e delle missionarie e anche delle Ong che si richiamano sinceramente al Vangelo. Diverse tra queste Ong, come il Vis, operano condividendo la condizione senza pace e senza giustizia della popolazione nera del nord Kivu, a Goma o Bukavu. E hanno dichiarato non solo sgomento, ma dolore e rimpianto sincero per l’ambasciatore Attanasio, diplomatico incredibile che viveva quasi in fraternità con chi era impegnato nella cooperazione e nel servizio alla popolazione.

Ci sono state le parole non di circostanza di Mariano Crociata vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, diocesi cui appartiene Sonnino, il paese del carabiniere ucciso con l’ambasciatore. Mi viene da associarle per l’umanità che contengono all’umanità di Fanon. Diversi tra loro, il vescovo e lo scrittore sono accomunati dal bisogno di migliorare la nostra umanità per cambiare la condizione di sofferenza e dipendenza delle vittime nel mondo. Nella sua prefazione al volume di Fanon, Sartre scriveva: “Questo libro non aveva bisogno d’una prefazione. Tanto meno in quanto non si rivolge a noi. Ne ho scritta una, tuttavia, per portare fino in fondo la dialettica: anche noi gente d’Europa, ci si decolonizza: ciò vuol dire che si estirpa, con un’operazione sanguinosa, il colono che è in ciascuno di noi. Guardiamoci, se ne abbiamo il coraggio e vediamo quel che avviene di noi… niente più congruo da noi che un umanesimo razzista, poiché l’europeo non ha potuto farsi uomo se non fabbricando degli schiavi e dei mostri”.

Il lamento di quanti - da sinceri amici dell’Africa come Attanasio e Iacovacci - perché ci si accorga che l’Africa esiste solo davanti alle tragedie preparate dalla nostra insipienza, in forma garbata viene ripetuto dal vescovo Crociata che è anche vicepresidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione Europea.

I messaggi da cogliere

La prima cosa da dire e da fare – secondo il vescovo - è questa: la prossimità, la vicinanza alle famiglie colpite. “La seconda cosa da dire – aggiunge in una intervista a Vatican news -  è che bisogna cogliere il senso di testimonianza che ha questa fine così tragica perché ci sono persone che nell'adempimento del loro lavoro, del loro dovere, all’interno di un servizio diplomatico, di un lavoro nell'ambito della sicurezza, pur consapevoli dei rischi che corrono, si mettono al servizio di una causa di pace in una terra difficile nel contesto delle Nazioni Unite. Questo è un fatto positivo. Ci sono persone che, consapevoli del rischio, si mettono al servizio della pace. Questo è il secondo messaggio da cogliere in questo momento. E la terza riflessione da fare è che ci sono situazioni politiche e militari in Paesi come la Repubblica Democratica del Congo, e bisogna dire guardando le cose, senza controllo, con la responsabilità di poteri economici e politici.

Io credo che l'opinione pubblica deve diventare sempre più consapevole di questo e far sentire la propria voce. I mezzi di comunicazione devono parlare. Non sono fatalità quelle che accadono così. Sono fenomeni prodotti da disordini, ingiustizie in qualche modo alimentate, quantomeno sopportate e non contrastate debitamente da un ordine di giustizia e di legalità, che purtroppo in troppi territori manca.  Quindi direi queste tre cose: la vicinanza, l'espressione della preghiera e della fede per la famiglia e per chi è stato colpito, il senso di stima e anche l'esemplarità di chi si mette a servizio, anche a rischio della propria vita, e poi questa coscienza di responsabilità. Tutto questo sta dietro a questa situazione”.

Essere costruttori di pace, di ponti evoca l’invito ripetuto da sempre da papa Francesco. Secondo Crociata l’indicazione di Francesco è un valore “non soltanto in un tempo come questo in cui si rischia di essere ripiegati su sé stessi, presi dalla tentazione dell'egoismo e dell'autoreferenzialità, ma vale per una cultura come la nostra che, purtroppo, è troppo chiusa in sé stessa, alla ricerca di un benessere o della soluzione dei propri problemi”.