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[Esclusiva] Il carteggio segreto del Vaticano su Don Milani, la segreteria di Stato: "E' duro e amareggiato, ma un buon parroco"

Gli appunti del cardinale Capovilla: "Don Milani ha molto sofferto. Dirà taluno: per causa sua. Ma, in faccia alla morte, sembra doveroso aggiungere che trovandosi in zona scristianizzata, ha voluto tentare metodi nuovi, disturbando quei ceti padronali che non perdonano"

di Giuseppe Caporale   
[Esclusiva] Il carteggio segreto del Vaticano su Don Milani, la segreteria di Stato: 'E' duro e...

La visita di Papa Francesco sulla tomba di don Lorenzo Milani, 50 anni dopo la morte dolorosa del priore di Barbiana, riscatta un comportamento non cristiano scelto nei suoi confronti dalla curia fiorentina e dal suo arcivescovo che vollero punirlo per la semplice colpa di aver anticipato i tempi di una chiesa più vicina ai poveri. Non è un caso che il primo papa a recarsi sulla tomba del prete esiliato in un paesino di neppure cento anime porti il nome di Francesco che ha indetto una giornata mondiale annuale dei poveri. Ma in realtà egli non fa che completare un’opera di attenzione che, sebbene in forme riservate e non pubbliche, non mancò a don Milani sempre da parte del Vaticano e specialmente nel periodo della grave malattia che lo portò rapidamente alla tomba. Di questa attenzione se ne trova conferma in alcune carte del cardinale Loris Capovilla al tempo segretario di Papa Giovanni. Trent’anni dopo la morte di don Milani, Capovilla  scriveva: “Mi conforto al pensiero di essermi interessato di lui non in modo protocollare, bensì fraterno”. E nel ricordo dei ripetuti inviti ricevuti da don Milani perché visitasse i ragazzi di Barbiana, aggiunge: “Mi punge il rimorso di non essermi recato a Barbiana. Mi intimidiva il cardinale Ermenegildo Florit, arcivescovo di Firenze. Temevo i commenti di ecclesiastici e laici ostili al Priore di Barbiana. Temevo la strumentalizzazione  della mia stima e del mio affetto, interpretati in chiave di ‘fronda’. Dovevo guardarmi le spalle proprio allora che giornali e periodici della destra, anche quella democristiana, non perdevano occasione per denigrarmi e pugnalarmi”.

I documenti inediti su Don Milani

Clima di caccia alle streghe nei confronti di chi voleva rinnovamento della Chiesa

Chi viveva quella stagione prima del concilio e subito dopo il concilio ricorda certamente il clima di caccia alle streghe che c’era nei confronti (perfino del Papa) di chi voleva un rinnovamento della Chiesa, passando da un tempo di castighi  e isolamento a un tempo di fraternità e vicinanza ai poveri anziché al potere. Ma nonostante Capovilla riconosca una sua debolezza o una sua prudenza, egli tuttavia nei suoi appunti ha lasciato tracce che documentano gesti di vicinanza dei papi a don Milani che fu anche presente con i suoi ragazzi di Barbiana a una udienza generale del 23 maggio del 1962, quando Papa Giovanni parlò del concilio che stava per aprirsi e parlò dei poveri serviti da san Giovanni Battista De Rossi, prete romano.

Una lettera che va letta e riletta, e fatta conoscere in Vaticano

Il 28 maggio commentando la lettera di don Milani a Capovilla in cui criticava il comportamento del personale vaticano nei confronti dei suoi ragazzi, l’allora sostituto alla segreteria dello Stato Vaticano Angelo dell’Acqua poi diventato cardinale e vicario di Roma, informato dallo stesso Capovilla  giudicava lo scritto di don Milani  “un pò duro e risente l’amarezza provata; ma si spiega e si comprende. E’ una lettera che va letta e riletta e… se fosse possibile, fatta leggere o almeno conoscere in Vaticano. Penso si tratti di un buon parroco. Perciò sarei del parere di fare un gesto di bontà e generosità: l’invio cioè di lire 500 mila per i parrocchiani dicendo al parroco di celebrare una Santa Messa per la Chiesa. Per sé si dovrebbe passare dall’Ordinario: ma come finirà poi il buon parroco? Ai bambini poi non sarebbe male far pervenire un regaluccio ricordo della loro visita al Papa”.

I documenti inediti su Don Milani

Don Milani è certamente un valoroso

A questa nota ne segue una di Capovilla di pochi giorni dopo che lascia intravedere le difficoltà del tempo per operare apertamente il bene verso don Milani. “D’accordo – scrive – sulla nota di Sua Eccellenza monsignor Dell’Acqua. Attendere un poco, e  poi cercare la strada per trasmettere l’offerta e la benedizione del papa. Don Milani è certamente un valoroso. La sua vocazione lo sospinge  sulle vie della riscoperta dell’uomo. Temo che i rapporti con il Coadiutore di Firenze siano tesi”. 

Ha disturbato quei ceti padronali che non perdonano

Il 6 giugno del 1964, Capovilla, già segretario di papa Giovanni allora defunto da un anno era stato nominato da Paolo VI perito conciliare così da poter restare in Vaticano. Scrive una nota  a mons. Dell’Acqua informandolo della grave malattia di don Milani che di lì a tre anni lo avrebbe portato alla tomba. Nella nota si legge tra l’altro: “Don Milani ha molto sofferto. Dirà taluno: per causa sua. Ma, in faccia alla morte, sembra doveroso aggiungere: trovandosi in zona scristianizzata, ha voluto tentare metodi nuovi, disturbando quei ceti padronali che non perdonano. (Ho sempre insegnato e praticato: un prete non può, non deve agire di sua testa; non deve lasciarsi prendere dall’ispirazione incontrollata di fare il profeta, il riformatore…ma nemmeno dobbiamo lasciarci trascinare a condanne quasi ne fossimo sollecitati da un corsivo de “il Tempo”…).

Ha cambiato la coscienza umana e cristiana del suo tempo

L’11 novembre dell’anno seguente Capovilla scriveva a Milani assicurandolo che avrebbe tenuto tra le sue carte più care la famosa Lettera ai giudici che lo stavano giudicando per sostegno dato ai giovani obiettori di coscienza al servizio militare. E così concludeva: “Prego per lei, con lei, con i suoi ragazzi. Non siamo chiamati a cantar vittoria, ma a seminare nel campo dei poveri. Con i migliori auguri per la sua salute che so fragile”. In definitiva don Milani era stato vissuto dal vaticano proprio come il priore di Barbiana scriveva in una lettera ormai pubblicata diceva di sentirsi considerato da alcuni impiegati nella curia di Firenze: “un eretico inoffensivo”. Ma considerandolo tale non si erano accorti di quanto sommovimento storico egli stava contribuendo a dare alla coscienza umana e cristiana del suo tempo e di quello che sarebbe seguito alla sua morte.

Riferimenti
di Giuseppe Caporale   
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