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[Il ritratto] Il trionfo di Putin sotto gli occhi del mondo. Usa il calcio per annunciare il ritorno della Grande Russia

Undici miliardi di euro: il 55 per cento direttamente dal governo centrale, 2,8 miliardi da investitori privati, 1,27 dalle regioni coinvolte nelle diverse partite. La metà di questi soldi è investita per la costruzione e il mantenimento degli albergi e solo il 33 per cento per gli stadi nuovi. Questo flusso di denaro ha aumentato il Pil dell’uno per cento, sostiene il Cremlino. Ma soprattutto consegnerà al mondo l’immagine di un Paese splendente, ricco e forte

[Il ritratto] Il trionfo di Putin sotto gli occhi del mondo. Usa il calcio per annunciare il...

Il Mondiale di calcio della Russia è quella partita che si gioca in undici contro undici e che vince sempre Putin. E per ora è davvero cominciato così, sin dal primo giorno, quando lo zar Vladimir è apparso sul trono del regno al nastro di partenza, davanti a tutte le televisioni del globo, permettendosi pure di consolare lo sceicco dell’Arabia Saudita stracciata inesorabilmente per 5 a 0 dai suoi ragazzi guidati da Golovin, la nuova stella del football targato Mosca, inseguito già dalle grandi potenze del Continente. Verranno tutti, a posare il cappello nella sua tana, capi di stato e di governo, tifosi e giornalisti, senza contare che addirittura 10,8 miliardi di spettatori dovranno assistere al suo trionfo, come non ce ne sono mai stati nella storia, 14 per cento in più dell’ultima edizione, quella del Brasile.

Esulta persino Berlusconi, che ormai fa tenerezza tanto lo prendono in giro su tutto, da Crozza alle scoppole del voto, fino a questi Mondiali comprati in esclusiva, quando non poteva sapere che l’Italia non ci sarebbe andata, per la prima volta nella sua storia, da 60 anni a questa parte. Non ne azzecca più una, dicevano, povero Silvio. E invece anche le tv di Mediaset fanno il botto con i record di audience. Putin fa bene. Oggi è una medicina. E’ come quando hai il vento in poppa e non sbagli più niente. Gli rubano la sedia dal tavolo del G7, espellono i suoi rappresentanti diplomatici dalle ambasciate europee, gli fanno le sanzioni per la Crimea e per la Siria, lo attaccano per le interferenze nelle elezioni dall’America all’Italia e accusano Mosca di aver avvelenato l’ex spia Serei Skripal, e lui si prende la scena che vorrebbero tutti, mettendosi ad aspettare, seduto sul trono, che vengano semplicemente ad ossequiarlo, davanti alle televisioni radunate in massa per lo sport più seguito del mondo.

E’ per questo che ha fatto di tutto per avere questi Mondiali, proprio nell’anno delle sue elezioni. Venite a vedere, è tornata la Grande Russia. Quattro anni di guerra e diciotto anni di Putin hanno consegnato al mondo il nuovo volto di questo paese sconfinato che ha ritrovato tutto il suo orgoglio dopo gli anni della decadenza: questa volta non possono più boicottarlo, come era successo alle Olimpiadi di 38 anni fa per l’Afganistan, anche se ci hanno provato e l’hanno mincacciato. Alla fine però sono tutti qui. Questa volta, sembra dire Putin, non siamo più un impero di carta. La Russia ha riscoperto il suo amore per l’esercito e le volontà di guerra, che s’erano sopite con il crollo della vecchia Urss: se n’è andata in Medio Oriente a combattere lo Stato islamico e lo ha fatto per davvero, mica come l’America che a volte non si capisce da che parte sta, arma i ribelli filorussi in Ucraina e ha ritrovato il sapore inebriante dello spionaggio nei rapporti internazionali.

E’ tornata la Belle Epoque di Madre Russia. E per avere in casa il torneo più importante del mondo ha usato tutte le armi che conosceva. La corsa russa al campionato mondiale qualcuno ha provata a raccontarla, più o meno senza prove: non perché non ci fossero, ma perché le avevano cancellate tutte. Il regista danese Niels Borghert Holm ha realizzato un documentario, «A World Cup of spies», che si muove in meandri inesplorati cercando di descrivere questo scenario sotterraneo di mazzette e spionaggio, di ricatti e servizi segreti. E il reporter investigativo Ken Bensinger ha scritto un libro, Red Card, che intreccia tutte queste manovre con il Russiagate. E’ una cronaca che parte dal 2008, con la presentazione delle candidature. Due anni dopo, quando la Russia arriva in finale con l’Inghilterra, a Londra sono convinti di aver già in tasca la vittoria. Temono solo i giochini di Putin e per questo ingaggiano l’ex agente dell’M16 Christopher Steele, che avrebbe scoperto come lo zar Vladimir avesse ordinato ai suoi di prendere la rassegna del 2018 a ogni costo, corrompendo membri della Fifa e facendosi aiutare dagli oligarchi per convincere Sepp Blatter con tutti i mezzi. Il giorno che arriva la notizia dei mondiali, Putin esulta: «Blatter merita il Nobel». Altroche: l’Fbi, indagando sulla criminalità finanziaria della mafia russa, coinvolge la Fifa e il suo presidente viene rimosso nel 2015 per corruzione. Niente Nobel, stavolta.

Ottenuto quel che voleva, Putin fa come ha sempre fatto: tira diritto senza badare agli altri. Un caterpillar. E il calcio è un grande strumento di potere e di propaganda. Non bada a spese: i suoi mondiali saranno i più dispendiosi della storia. Undici miliardi di euro: il 55 per cento direttamente dal governo centrale, 2,8 miliardi da investitori privati, 1,27 dalle regioni coinvolte nelle diverse partite. La metà di questi soldi è investita per la costruzione e il mantenimento degli albergi e solo il 33 per cento per gli stadi nuovi. Questo flusso di denaro ha aumentato il Pil dell’uno per cento, sostiene il Cremlino. Ma soprattutto consegnerà al mondo l’immagine di un Paese splendente, ricco e forte. La manifestazione verrà così ospitata in 12 stadi grandiosi, alcuni costruiti per l’occasione, altri ristrutturati. Quasi delle opere artistiche di ingegneria futuristica. Se l’Otkritie Arena di Mosca sembra richiamare nella sua megalomania le cupole delle chiese ortodosse, quello di Sochi ricorda le montagne del Caucaso e quello di Samara addirittura una navicella spaziale. Non c’è limite al sogno di grandezza. In piccole città che hanno solo una squadra di serie B con tremila spettatori al massimo, gli organizzatori hanno voluto impianti da 35mila, delle autentiche cattedrali nel deserto che non serviranno più a niente, dopo il 15 luglio. Ma non importa. I Mondiali di Putin sono una sfida al mondo. E la Russia deve dare sempre una buona immagine di sé. Alcune aziende hanno pagato ai loro dipendenti dei corsi di buone maniere. Il personale degli alberghi è stato istruito per mesi a evitare modi sbrigativi nell’accoglienza dei turisti. Ed è stato messo a disposizione di qualsiasi cittadino persino un vedemecum che insegna come dare informazioni con garbo. Solo la rappresentante della Commissione per le politiche familiari ha invitato le russe a non fare sesso con gli stranieri, ricordando i precedenti delle Olimpiadi di Mosca del 1980, quando nacquero un mucchio di bambini senza papà: «Vi abbandoneranno e dovrete crescerli da soli». Ma Putin ci ha sorriso sopra: «Le donne russe sono le più belle del mondo. E le più intelligenti. Sanno benissimo come comportarsi». E soprattutto quando lo zar vince non deve lamentarsi nessuno.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno, editorialista   
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