Dobbiamo riscrivere le nostre mappe. Il Belgio è a 2 ore da casa ed è qui che si combatte la battaglia per la nostra libertà

I terroristi vedono la città belga come la capitale politica di una Europa ostile

Dobbiamo riscrivere le nostre mappe. Il Belgio è a 2 ore da casa ed è qui che si combatte la battaglia per la nostra libertà
di Luca Telese

Non cambiate canale. Non fatevi tradire dalla sinecura del sollievo: "Tanto è in Belgio". Non confortatevi con l'idea rassicurante che siamo ancora indenni e, però ora - miracolosamente - immuni. Dovremmo prendere questo attacco a Bruxelles come una lezione amarissima: noi abbiamo la percezione - spesso legittima - di una Europa matrigna e divisa, di una entità dedita a declinare in legislazione interessi economici forti. Invece i nostri nemici vedono Bruxelles come un simbolo, come la capitale politica di un continente unito e ostile, esattamente come vedevano Parigi come la culla della civiltà dei lumi, (che ovviamente odiano), come la patria delle libertà (che ovviamente combattono).

Tiravano bombe sullo stade de France che racconta il nostro diritto al divertimento, la nostra passione per lo sport come avventura civile. Tiravano bombe sul Bataclan, che rappresenta il nostro diritto al divertimento, alla gioia, al sorriso. Sono un potere triste e truce, una banda di pirati con un piede nel medioevo ed un altro nel postmoderno, uno nella schiavitù feudale e nell'ossessiva idea dello sfruttamento della donna, e un altro piede ben piantato nella videoestetica del terrore.

Non sono uno Stato riconosciuto, non sono la rappresentanza di una etnia o anche solo di un desiderio di nazione, non sono nemmeno - anche se vorrebbero - la bandiera sdrucita di una arcaica e anacronistica guerra di religione. Sono disperati e cupi, fanatici ideologici, che con la loro furia distruttrice rendono bello tutto quello di cui ogni giorno godiamo forse senza avere piena consapevolezza e percezione.

Loro pensano di essere belli e terribili perché si percepiscono puri e uniformi, noi siamo belli perché siamo imperfetti, liberi, diversi. Perché abbiamo come bandiera non le insegne nere, ma le belle facce di Valeria Solesin e di Giulio Regeni, i volti splendenti di Elena, Valentina, Elisa, Lucrezia, serena Elisa Francesca, che non sono morte per una gita, ma perché avevano in mente l'ideale di una Europa nazione, e la struggente volontà di vivere senza barriere doganali la bellezza di un sogno collettivo.

Forse, oggi, di fronte a queste bombe, dobbiamo riscrivere le nostre mappe, aggiornare la nostra geografia, capire che Erasmus non è il nome in codice una borsa di studio ma uno dei padri fondatori dell'Europa, capire che Bruxelles non è la sede di un'authority, ma il governo di un continente, capire che il Belgio non è lontano migliaia di chilometri, ma a due ore da casa nostra, la frontiera avanzata dove si combatte - se davvero abbiamo il cuore per capirlo - la battaglia più importante, quella per la nostra inconsapevole libertà.