Brexit entro il 31 gennaio, ma la partita si gioca in dodici mesi. Cosa accadrà e quali rischi corre l'Ue

La vittoria schiacciante di Johnson non sarà una passeggiata: la partita del commercio e le questioni interne di Scozia e Irlanda del Nord sul tavolo

Brexit entro il 31 gennaio, ma la partita si gioca in dodici mesi. Cosa accadrà e quali rischi corre l'Ue

Se ancora avevamo recondite convinzioni sul fatto che i britannici, in fondo in fondo, la Brexit non la volessero, ora i dubbi sono davvero fugati. La vittoria schiacciante di Boris Johnson, il leader Tory che in campagna elettorale ha promesso un'unica cosa, Get Brexit Done (facciamo la Brexit), fuga ogni dubbio. "Fuori dall'Ue subito", entro il 31 gennaio - data limite della terza proroga concessa - ha tuonato il primo ministro dopo che gli exit poll lo hanno rimesso saldamente al numero 10 di Downing Street. La volontà è chiara e lui l'ha sintetizzata in uno slogan molto semplice. Non altro: né lavoro, clima, economia né immigrazione. L'uscita dalla "matrigna" Unione europea ha catalizzato l'intera narrazione della campagna elettorale vista, evidentemente, come soluzione per tutti gli altri temi. A dimostrarlo la vittoria dei conservatori anche nei feudi minerari e industriali del Nord dell'Inghilterra e del Galles, tradizionalmente rossi ma favorevoli alla Brexit. 

I 12 mesi caldi dei negoziati

Cosa accadrà ora? Non sarà una passeggiata come ha preannunciato il nuovo primo ministro. Tra un mese e mezzo tutto cambierà, anche se per negoziare i trattati di uscita saranno necessari almeno 12 mesi che si preannunciano esplosivi. Nei quali si discuterà di tutto, dalla circolazione delle persone e delle merci, quindi il commercio, all'uscita dai fondi strutturali. "Sarà un negoziato difficile - dice il premier italiano, Giuseppe Conte - perché i tempi sono stretti, ma confidiamo che i lavori preparatori lo avvieranno a conclusione facilmente". 

Proprio sul commercio si giocherà una partita importante sulla quale si stanno già focalizzando gli interessi degli Stati Uniti, come il tweet di Donald Trump conferma. "La Gran Bretagna e gli Stati Uniti saranno ora liberi di concludere un nuovo grande accordo commerciale dopo la Brexit", ha scritto infatti il presidente Usa.

E' chiaro che quello che i quotidiani definiscono il "terremoto inglese" - i Tory non raggiungevano simili risultati dai tempi di Margaret Thatcher -, non va sottovalutato per i contraccolpi che, inevitabilmente, si registreranno al di qua della Manica. E come avvertono diversi economisti, è bene che l'Europa si attrezzi: più è forte il consenso di Johnson, più sono possibili fibrillazioni nella stabilità del continente unito. E il consenso di Johnson è straordinario. 

Le questioni interne: Scozia e Irlanda del Nord

Non sarà una passeggiata nemmeno per i fatti interni. Se il neo primo ministro ha promesso "un'uscita rapida dall'Ue e una Gran Bretagna unita", allo stato dell'arte è chiaro che dovrà fare i conti in primis con il caso Scozia. Il partito nazionalista scozzese (Snp) di Nicola Sturgeon, che si prefigge di guidare lo Stato verso un nuovo referendum, l'indipendenza dal Regno Unito e l'ingresso nell'Unione europea, è uscito fortemente rafforzato dalle urne: più del 50 per cento dei consensi in casa e 13 seggi in più nel Parlamento britannico rispetto alle elezioni del 2017. 

Ma la patata nelle mani di Johnson bolle anche per un'altra criticità: sul piatto c'è anche la frontiera tra l'Ulster e l'Irlanda, tracciata da uno degli accordi già scritti con l'Ue, che resta questione irrisolta e foriera di destabilizzazione sulle tracce di un passato prossimo di terrorismo e dolore il cui ricordo non è ancora sopito.