[L'analisi] "Nuovo referendum" o "meglio nessun accordo": lo stallo sulla Brexit che minaccia Ue e Londra

Le trattative fra Bruxelles e il governo della May sono a un punto di non ritorno: pochi progressi, pochissimi accordi. Tusk: "Senza passi avanti, inutile rivedersi". Tutti i punti critici in discussione, e le loro conseguenze

La premier britannica May e il presidente del Consiglio Ue, Tusk
La premier britannica May e il presidente del Consiglio Ue, Tusk
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

Un mese per trovare l'accordo che abbia un senso per le due parti, se no sarà inutile rivedersi una terza volta. L'uscita del Regno Unito dall'Unione europea è un percorso su campo minato, e mentre le settimane che mancano alla scadenza si consumano a velocità preoccupante, i negoziati non fanno progressi significativi. Lo stallo è evidente, tanto che all'indomani del vertice informale di Strasbuego la premier britannica Theresa May ha detto: "Meglio nessun accordo che un cattivo accordo". Scatenando critiche feroci contro il suo governo e i fautori della Brexit. Uno dei maggiori punti di crisi è l'ipotesi che torni la barriera doganale fra Irlanda (Paese che fa parte dell'Ue) e Gran Bretagna. Su questo la May è stata categorica: "Abbiamo trattato l’Ue con nient’altro che rispetto e mi aspetto lo stesso da loro, mi aspetto una vera alternativa". Ma le incertezze e i malumori crescono da entrambe le parti, e mettono sotto notevole pressione il governo britannico.

Corbyn e la voglia di un secondo referendum

Il leader dei laburisti Jeremy Corbyn, nel corso del congresso del partito britannico di sinistra, riunito a Liverpool, è tornato sull'ipotesi di un secondo referendum sulla Brexit. Proposta con toni volutamente ambigui e morbidi. La stragrande maggioranza dei sostenitori del partito resta filo europea, ma il Labour rappresenta anche una fetta consistente di operai arrabbiati e pieni di voglia di rivalsa, che invece si tiene stretto all'abbandono dell'Unione europea. Mentre Corbyn e i suoi attendono il giusto momento per colpire una traballante May e aspettare le eventuali elezioni anticipate per batterla. Sul versante europeo, Donald Tusk, presidente del Consiglio Ue, è stato lapidario: "Senza un accodo di massima al vertice europeo di ottobre, non ci sarà il summit straordinario di novembre. Se invece si riusciranno a fare passi avanti, allora torneremo a riunirci con un vertice straordinario il 17 e 18 novembre". I punti di maggiore distanza restano proprio il confine irlandese e come regolarsi in materia di mercato unico.

Tutti i pericoli di un negoziato difficile

Fuga delle multinazionali dal territorio britannico, difficoltà di approvvigionamento farmaceutico e nei trasporti di merci. Sono tre dei maggiori pericoli nascosti dentro l'incapacità, finora, di trovare un accordo soddisfacente tra Ue e Uk. Sono circa 45 milioni di scatole di medicinali vanno dal Regno Unito all’Europa, il Paese governato dalla May ne riceve dall'Ue 37 milioni, ognuno dei quali deve essere provato e certificato dall'organismo regolatore europeo. I test reciprocamente validi, non lo sarebbero più, 361 prodotti farmaceutici britannici venduti in Europa, alcuni dei quali sono salvavita, non sarebbero più validi. Da parte sua, Londra non potrebbe più ricevere fino a circa 1000 farmaci che oggi sono disponibili nel territorio britannico dopo aver passato i controlli regolati dall'Ue. La stretta doganale porterebbe a lungaggini nell'invio di medicinali nel territorio del Regno Unito, questo diventerebbe particolarmente critico in scenari di attacco terroristico. La fuga delle aziende multinazionali dalla Gran Bretagna, in parte già cominciata, potrebbe incrementarsi se entro marzo 2019, data ultima per perfezionare l'accordo di Brexit, non si trovasse un adeguata alternativa a quanto è in vigore finora. Il che vorrebbe dire che si tornerebbe indietro ad accordi pre Ue, quando erano appena 103 i permessi per far viaggiare i mezzi britannici che oggi effettuano in media 300 mila spostamenti annuali sul territorio dell'Europa unita. Diecimila tir britannici al giorno dovrebbero stare in coda alla frontiera francese e aspettare l'esito dei controlli. Londra risponde a questi timori con il libro bianco, che racchiude il piano della May e che in sostanza prevede: un regolamento comune per le merci compreso il settore agroalimentare, la partecipazione del Regno Unito alle agenzie dell’Ue che forniscono autorizzazioni, l’introduzione graduale di una dogana mista, nessuna tariffa sulle merci, la stipula di nuovi accordi sui servizi e il digitale, nuove disposizioni economiche e regolamentari per i servizi finanziari e la continua cooperazione in materia di energia e trasporti, con il mantenimento della politica energetica comune. 

Sicurezza e mercato unico: tutto da rifare

Nel libro bianco che è il dossier che Theresa May ha con sé durante le trattative per l'abbandono dell'Ue, viene confermato che il Regno Unito non farà più parte delle politiche comunitarie in materia di difesa, sicurezza, giustizia e ordine interno. Si studia invece il mantenimento della condivisione di dati di polizia internazionale per scongiurare soprattutto il pericolo eversivo e terroristico, e questo dovrebbe passare per la partecipazione britannica alle agenzie Europol ed Eurojust. Sul fronte del mercato comune, ormai al tramonto, l'idea è che venga sostituito da un accordo che il governo di Londra definisce "differente ma equo", che comprende: l’istituzione di una nuova zona di libero scambio regolata da un decalogo comune per le merci, comprese quelle del settore agroalimentare, coprendo solo le regole necessarie per garantire l’assenza di scontri commerciali lungo i confini ripristinati. Londra si riserverebbe il controllo assoluto delle persone che vogliono entrare nel suo territorio. Come si vede, lo scenario è complesso. Il piano b della May, di ispirazione canadese, passa per due termini: backstop e chequers plan. Il backstop, in sintesi, prevede che se entro marzo non fosse perfezionato l'accordo con l'Ue, il confine tra Uk e Repubblica di Irlanda resti libero, ma su questo i contendenti hanno idee di realizzazione molto diverse. Il chequers plan riassume buona parte delle alternative alla libera circolazione delle merci menzionate poco sopra, e che dovrebbero perfezionarsi nell'arco di 20 mesi. Molti la chiamano Soft Brexit, ma dovrà scontrarsi con la linea intransigente opposta dall'Unione europea, che non vuole rischiare le conseguenze economiche e politiche del permettere alla Gran Bretagna di andarsene senza pagare un prezzo severo. Come si vede, ci si muove in un magma, con poche certezze. E la scadenza ultima, il 30 marzo 2019, pare dietro l'angolo.