Beirut, nell’esplosione morta una 92enne italiana. Una decina i connazionali feriti

Si tratta, secondo quanto confermano fonti della Farnesina, di Maria Pia Livadiotti. Intanto è di almeno 137 morti e 5.000 feriti il nuovo bilancio - ancora provvisorio - delle vittime delle esplosioni che martedì hanno devastato la città

TiscaliNews

Una cittadina italiana di 92 anni è morta nell'esplosione di Beirut e almeno dieci sono rimasti lievemente feriti. Lo confermano fonti della Farnesina, che stanno monitorando in tempo reale la situazione insieme all'ambasciata d'Italia a Beirut. Si tratta, secondo quanto si apprende, di Maria Pia Livadiotti, nata a Beirut nel 1928 e moglie di Lutfallah Abi Sleiman, già medico di fiducia dell'ambasciata d'Italia in Libano.

Ci sono "buone possibilità" di trovare sopravvissuti sotto le macerie a Beirut. Lo ha detto un soccorritore francese al presidente Emmanuel Macron che si è recato sul posto. "Stiamo cercando un gruppo di 7 o 8 dispersi che potrebbero essere rimasti intrappolati in una sala operativa sepolta nell'esplosione" di martedì, ha detto il colonnello che guida la squadra di soccorso francese arrivata ieri. "Pensiamo che ci siano buone possibilità di trovare persone vive", ha aggiunto.

Intanto è di almeno 137 morti e 5.000 feriti il nuovo bilancio - ancora provvisorio - delle vittime delle esplosioni che martedì hanno devastato parte di Beirut. Lo ha reso noto il ministero libanese della Salute, come riferiscono le tv satellitari arabe precisando che i soccorritori continuano a cercare i dispersi. Gli sfollati sono almeno 300mila.   I sommozzatori stanno ancora scandagliando le acque alla ricerca di corpi, a pochi metri da una nave dell'Unifil, la forza dell'Onu di interposizione tra il Libano e Israele, gravemente danneggiata.

Le distruzioni maggiori si registrano nei quartieri orientali cristiani più vicini al porto: Mar Mikhael, Geitawi, Ashrafieh, Bourj Hammoud. Ma lo spostamento d'aria ha scardinato le porte e mandato in frantumi le finestre fino a chilometri di distanza. Mentre il governo ha dichiarato uno stato d'emergenza per almeno due settimane, il ministro della salute Hamad Hasan ha invitato chi può a lasciare la città per il timore della diffusione nell'aria di sostanze tossiche. Si cercano superstiti.

Diversi testimoni hanno riferito di avere sentito il rumore di aerei poco prima delle esplosioni. Ma qualcuno fa notare che i voli di ricognizione israeliani si sono intensificati nelle ultime settimane in coincidenza con una recrudescenza delle tensioni di confine fra lo Stato ebraico e le milizie libanesi filo-iraniane di Hezbollah. Entrambe le parti hanno del resto smentito l'ipotesi di un raid israeliano mal calcolato contro depositi di armi del Partito di Dio. Ad alimentare i dubbi sulla dinamica degli eventi sono anche autorevoli personaggi. Primo fra tutti il presidente americano Donald Trump, che ha affermato di avere avuto informazioni dai suoi generali secondo le quali il disastro potrebbe essere stato provocato da "una bomba di qualche tipo". Salvo poi essere smentito da fonti anonime del Pentagono citate dalla Cnn. A Beirut il patriarca maronita, cardinale Beshara al Rai, ha parlato di "misteriosa esplosione".

La catena di eventi che ha provocato le devastanti esplosioni a Beirut ha inizio il 23 settembre del 2013. Quel giorno salpa da porto di Batumi, sul Mar Nero, in Georgia, la nave Rhosus, battente bandiera della Moldavia. A causa di un problema tecnico, il cargo - diretto in Mozambico - è costretto a fare una sosta non prevista a Beirut due mesi dopo, il 21 novembre. Qui le autorità portuali libanesi conducono un'ispezione, rendendosi conto che la nave non può proseguire il suo viaggio non solo a causa dell'avaria, ma anche per il carico che trasporta: 2.750 tonnellate di nitrato d'ammonio. Ma forse non solo. Secondo alcuni esperti nel deposito ci sarebbero stati oltre al nitrato anche armi e missili

"In seguito all'ispezione della nave da parte del Port State Control - si legge in una nota postata online da Baroudi & Associates, uno studio legale libanese che, per conto di "diversi" creditori non meglio identificati, aveva ottenuto un ordine per far fermare il cargo - al mezzo era stato vietato di proseguire la navigazione. La maggior parte dell'equipaggio, a parte il capitano e quattro marinai, era stata rimpatriata e subito dopo la nave era stata abbandonata dai suoi armatori". Il capitano e gli altri quattro membri dell'equipaggio, tutti ucraini, erano stati costretti a restare bordo della nave con il suo carico pericoloso ed in patria erano anche diventati famosi in quanto 'ostaggi' a bordo di un cargo bloccato a Beirut.

In una dichiarazione resa nel giugno del 2014, il capitano Boris Prokoshev aveva denunciato che il proprietario della Rhosus, Igor Grechushkin, un russo il cui ultimo indirizzo note è Cipro, "ha abbandonato la nave ed il suo equipaggio, come ha abbandonato il suo carico di nitrato d'ammonio". Poi, quasi un anno dopo l'arrivo della nave un giudice libanese aveva permesso al capitano ed ai quattro marinai di tornare a casa. Secondo Baroudi & Associates, era stata accolta la tesi dell"imminente pericolo che l'equipaggio correva a causa della natura pericolosa del carico" e, tenendo conto dei rischi ad esso correlati, "le autorità portuali avevano scaricato" il nitrato "in un deposito del porto", mentre la nave si trova ancora all'Hangar 12, lo stesso dove ieri è avvenuta l'esplosione, ricostruisce il giornale canadese Globe and mail.