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Il processo del secolo per cambiare mentalità. In Vaticano non solo resa dei conti

Sotto accusa il cardinale Becciu. Passa anche per la giustizia la riuscita delle riforme volute da Francesco e il rapporto difficile della Chiesa con il denaro

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   
Il cardinale Angelo Becciu (Foto Ansa)
Il cardinale Angelo Becciu (Foto Ansa)

Il gran giorno è arrivato per il Vaticano chiamato a celebrare un processo penale, sotto i riflettori del mondo, che –andrà come andrà per gli imputati, cardinale Angelo Becciu compreso – non risolve il nodo della contraddizione tra denaro e Vangelo. L’aut aut del Vangelo continuerà a imbarazzare tutti i cristiani. Non dimenticarlo aiuterà a restringere la tentazione dell’ipocrisia che di solito accompagna la contraddizione non risolta. Che ci sia per la prima volta anche un cardinale tra gli imputati, complica la risposta sul come sia potuto accadere uno scandalo tanto grave e lacerante nella Chiesa cattolica.

Prima ancora che entri la corte per vagliare le accuse a vario titolo di truffa, riciclaggio, peculato, corruzione, piatti forti del processo, risuona l’ammonimento del Vangelo: nessuno può servire a due padroni, Dio e denaro. Finora le riforme della gestione finanziaria vaticana hanno sortito l’efficacia di un intervento di plastica facciale. Resta il problema di come conciliare Chiesa e denaro. Le riforme sono state un lasciapassare per un posto rispettabile nella finanza internazionale, ma non hanno risolto quell’ultimo ostacolo: incompatibilità tra Vangelo e denaro tuttora insuperabile. L’aspirazione iniziale del pontificato di Francesco (“come vorrei una Chiesa povera e dei poveri”) ha messo in moto un movimento impensabile, ma l’efficacia storica è travagliata e lontana. Il Tribunale presieduto dal magistrato Giuseppe Pignatone potrà accertare le singole responsabilità dei dieci imputati. Se ci riuscirà, sarà già molto. La vicenda tiene tutti con il fiato sospeso. C’è una voglia matta di liberarsi di un peso soffocante, di capire se si tratti di poche mele marce o di un sistema sbagliato.

 Nel migliore dei casi si verificherà che in Vaticano funziona un sistema giudiziario riformato, moderno e liberato dalle antiche crudeltà e segreti dell’Inquisizione. Non scioglierà inquietudini e dubbi di natura teologica e spirituale che sorgono quando si parla di Chiesa e corruzione. Si dirà che un Tribunale è un tribunale e basta, dove si passano al vaglio la consistenza delle prove a carico o a discolpa degli imputati. Ma trattandosi di un Tribunale che giudica accuse di reati entro la più importante istituzione della Chiesa cattolica, si fatica a mettere da parte l’interrogativo da sciogliere che Paolo VI prospettò ai padri conciliari, tornato attuale. “ Chiesa che dici di te stessa? Il Concilio ha dato una risposta magnifica e calibrata, rimettendo al centro non la Chiesa ma Gesù, “Luce delle genti” a cui essere fedeli nel solo modo possibile: vivendo da samaritani. Ma come è potuto accadere di dover processare persone  all’interno del Vaticano per reati finanziari?

Più che l’accanimento verso gli imputati o l’attesa di una giusta sentenza, resta la ricerca di modi e maniere per evitare scandali tanto devastanti per la credibilità dei cristiani. 

Il processo cade in un momento per nulla facile per la S. Sede: il papa convalescente, crepe ancora diffuse nel mondo per la pedofilia del clero, rendimento finanziario inferiore al passato, pandemia che ha sconvolto perfino tempi e modi della preghiera ufficiale.

“L’economia della Santa Sede – ha dichiarato il gesuita Juan Antonio Guerrero Alves, prefetto della Segreteria per l’Economia spiegando il senso di un deficit di 66,3 milioni di euro nel bilancio consolidato della S.Sede  alla vigilia di un processo importante -  non è importante per il suo volume né interessante per il suo contenuto. Ciò che è importante, e di cui si dovrebbe parlare, è la sua missione, il servizio che rende alla Chiesa e al mondo. Quando c'è interesse a parlare dell’economia della Santa Sede di solito è perché qualcosa non ha funzionato come dovrebbe. E questo mina la credibilità della sua missione. Basterebbe parlarne abitualmente una o due volte all’anno quando si presentano i bilanci e i risultati. Ma nel caso specifico di questo processo, penso che segni una svolta che può portare a una maggiore credibilità della Santa Sede in materia economica. Prima di tutto, questo processo ci parla di un passato, un passato recente, ma di un passato. Ci possono sempre essere errori, ma oggi non vedo come gli eventi del passato possano ripetersi. In secondo luogo, il fatto che questo processo abbia luogo significa che alcuni controlli interni hanno funzionato: le accuse sono venute dall’interno del Vaticano…I recenti Motu Proprio del papa sulle questioni economiche hanno reso più trasparente l’economia vaticana.

Siamo ancora in cammino, sappiamo che le leggi non sono sufficienti, che devono essere attuate e che devono essere rispettate fino a quando non si crea una nuova cultura. In questo senso, grazie a questo processo, indipendentemente dal suo esito, abbiamo imparato e stiamo imparando. Possiamo sempre fare errori, ma oggi vedo molto difficile che ciò che è successo possa ripetersi”. Una cultura “ha cominciato a cambiare”. Ora si guarda al futuro. “Non sappiamo come sarà il futuro. Esso appartiene a Dio e possiamo solo guardare avanti con speranza. Non sappiamo come cambierà la comunità cristiana. Sappiamo però che da qualche anno tutti i passi fatti dalla Santa Sede in campo economico vanno nella giusta direzione: coerenza con la sua dottrina sociale, trasparenza, controllo, efficienza... La vita sempre si fa strada e troveremo il modo, con l’aiuto del Signore, di andare avanti”. Si usa dire che da un male, talvolta, può nascere un bene. Accadrà anche in questo processo finora unico in duemila anni di storia ecclesiastica?

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   

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