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Le armi inviate in Ucraina potrebbero finire sul mercato nero dei paesi europei

Europol, l’agenzia europea contro la criminalità organizzata e il terrorismo, ha fatto sapere che vi sono indizi concreti sull’esistenza di un traffico d’armi dall’Ucraina verso le organizzazioni criminali della UE. Il tracciamento non è cosa semplice

Alessandro Spaventadi Alessandro Spaventa   
Armi all'Ucraina (Ansa)
Armi all'Ucraina (Ansa)

C’è un timore che si diffonde sempre più nei palazzi europei e della Nato ed è che le armi inviate in Ucraina per contrastare l’invasione russa non vadano tutte davvero al fronte e che in parte stiano finendo nelle mani dei trafficanti. La cosa è divenuta di dominio pubblico ad aprile quando Europol, l’agenzia europea contro la criminalità organizzata e il terrorismo, ha fatto sapere che vi sono indizi concreti sull’esistenza di un traffico d’armi dall’Ucraina verso le organizzazioni criminali della UE e ha chiesto che venisse istituito un sistema per tracciare le spedizioni.

«Non abbiamo idea di dove vadano a finire»

Il tracciamento, tuttavia, non è cosa semplice. «Tutte le armi atterrano in Polonia meridionale, vengono spedite al confine e lì vengono divise e caricate su camion, camioncini e persino automobili» – ha ricordato al Financial Times un funzionario occidentale. «Da quel momento non sappiamo più nulla della loro posizione e non abbiamo idea di dove vadano a finire, se vengano usate o addirittura se rimangano nel paese». Opinione condivisa da un altro funzionario europeo che allo EUobserver ha dichiarato: «È difficile evitare il contrabbando d’armi. Cerchiamo di tracciarle, ma mentirei se affermassi che avremo successo. Abbiamo fallito dopo la guerra in Jugoslavia e non riusciremo a impedirlo ora». Ancora più chiaro è stato il capo dell’Interpol, Jürgen Stock, che a giugno ha sottolineato: «I criminali si stanno focalizzando sulle armi, di ciò dovremmo essere preoccupati e aspettarci che esse vengano contrabbandate nei paesi confinanti e persino in altri continenti».

Trent’anni di storia

Il rischio, sempre presente quando vi sono delle guerre, è tanto più concreto perché l’Ucraina ha una storia consolidata nel traffico d’armi europeo e mondiale che parte dai tempi del collasso dell’Unione Sovietica. Nel 1992 le truppe russe che abbandonavano il paese lasciarono dietro di loro 7 milioni di armi leggere che in misura non trascurabile finirono poi sul mercato nero e di lì a truppe regolari e irregolari, gruppi armati di varia estrazione e organizzazioni criminali di mezzo mondo, dalla Sierra Leone alla Croazia. Il contrabbando di quegli anni favorì la nascita, il consolidamento e il radicamento di organizzazioni di trafficanti che divennero sempre più potenti e con crescenti ramificazioni internazionali. Una delle più rilevanti era quella guidata da Leonid Minin, signore di Odessa, poi arrestato nel 2000 a Cinisello Balsamo, che esportava armi nella Liberia di Charles Taylor ricavando “diamanti di sangue” da destinare in Europa. Traffici che hanno ispirato due film holliwoodiani, “Diamanti di sangue”, appunto, e “Lord of War”. L’eredità di Minin è stata raccolta dal suo sodale Aleksander Angert, noto come il “padrino dei padrini” ufficialmente morto di cancro nel 2017, ma che pare invece si nasconda In Turchia. Tra gli uomini legati a Minin e Angert negli anni ’90 c’era l’attuale sindaco di Odessa Gennadiy Trukhanov, un tempo pro-russo, adesso divenuto fervente patriota ucraino.

Confine labile

La crescita del mercato illegale durò fino alla fine degli anni ’90 quando gli Stati Uniti decisero di porvi un freno istituendo un efficiente e accurato sistema di controlli su origine e uso delle armi. Il traffico illegale post-sovietico crollò e parallelamente si sviluppò un’industria legale di produzione delle armi. Tra il 1997 e il 2000 il giro d’affari ufficiale del comparto esplose decuplicando il fatturato che arrivò a 1,5 miliardi e oggi il paese è tra i primi dieci esportatori di armi al mondo. Ma nel settore delle armi il confine che separa “legale” da “illegale” è molto labile: armi prodotte legittimamente possono essere vendute o triangolate a chi non potrebbe acquistarle e, grazie a documenti falsi e alla compiacenza delle autorità, armi dall’origine illegale possono essere ripulite e trovare la loro strada sul mercato ufficiale. Il tutto grazie a intrecci pericolosi e perversi tra aziende, governi e organizzazioni criminali.

La MV Faina

Nel 2008 si è avuto forse il caso più eclatante, quello della nave cargo ucraino “MV Faina” che trasportava fucili d’assalto AKM, ma anche di pezzi d’artiglieria, lanciarazzi multipli Grad BM-21 e ben 33 carri armati T-72. La nave ufficialmente diretta in Kenya, ma il cui carico si sospettava fosse destinato al Sud Sudan, venne catturata dai pirati somali che per restituirla pare riuscirono a ottenere il pagamento di un riscatto di 3,2 milioni di dollari. Cifra cospicua, ma sopportabile considerando che a quanto pare la MV Faina era l’ultima di una serie navi cargo che avevano già consegnato la loro merce inclusi almeno altri 67 carri armati T-72. Il tutto pare con il beneplacito degli Stati Uniti di George W. Bush. Secondo Amnesty International il traffico d’armi ucraino verso il Sud Sudan è continuato almeno fino al 2014 come dimostrato da un contratto firmato in quell’anno da Ukrinmash, azienda di proprietà del governo di Kyiv, per la fornitura di migliaia di mitragliatrici, mortai, armi anticarro e di milioni di munizioni.

Russi e Ucraini: soci in affari

Per lungo tempo e fino alla rivoluzione arancione del 2014, russi e ucraini sono stati partner nel traffico d’armi. I primi le fornivano facendole arrivare fino ai porti nel Mar d’Azov o sul Mar Nero o a quello di Oktyabrsk nei dintorni di Mykolaiv, l’unico scalo ucraino ad avere la licenza per l’esportazione di armi; i secondi le trasportavano ai compratori tra cui Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Myanmar, Venezuela, Cina, Angola e Iran.

Crimea e Donbass, nuove opportunità

L'esplodere del conflitto in Donbass e in Crimea nel 2014, se ha bloccato le partnership tra aziende dei due paesi, ha offerto nuove opportunità ai trafficanti. Si calcola che tra il 2013 e il 2015 si siano perse le tracce di circa 300mila armi leggere razziate da depositi e magazzini da entrambe le parti, separatisti russi e forze ucraine. In parte sono state utilizzate nei combattimenti, ma in parte sono finite a gruppi criminali locali e attraverso di loro in Ucraina e Russia. Il sodalizio tra le mafie dei due paesi è continuato anche negli anni seguenti. Nel novembre 2020 la polizia spagnola con il supporto di Europol ha smantellato un’organizzazione internazionale di trafficanti d’armi che utilizzando navi ucraine faceva arrivare armi russe a paesi sotto embargo in Africa e in Medio Oriente. I proventi del traffico venivano ripuliti con società offshore e poi depositati in conti in Svizzera e Spagna.

Storia vecchia

Oggi la guerra voluta da Putin devasta l’est e il sud dell’Ucraina. La strada che porta le armi dal confine con la Polonia al Donbass è lunga, spesso fatta di percorsi tortuosi che passano per posti sperduti. E non sorprende che i carichi si possano perdere, trovare destinazioni diverse da quelle a cui erano destinate e di lì pian piano tornare in Europa, a disposizione di chi le vuole. Storia vecchia d’altronde. Come tante altre cose di questa guerra è tutto già successo ai tempi del conflitto nella ex-Jugoslavia.

Alessandro Spaventadi Alessandro Spaventa   
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