Armi europee all’Arabia Saudita, le politiche del Governo Conte ricalcano quelle del Governo Gentiloni

Amnesty International denuncia le complicità di Usa e Europa. L’inatteso dietrofront della Spagna che in un primo momento aveva deciso di fermare la vendita di armi all’Arabia Saudita. Cambia il governo ma i contratti stipulati dall’Italia con Ryad restano. Solo Belgio, Germania, Grecia e Norvegia, hanno deciso di sospendere almeno in parte la vendita di armi

Yemen
Yemen

 Se qualche imprenditore gioisce per un terremoto, i produttori di armi ballano la tarantella quando si apre un nuovo fronte di guerra. Una storia lunga quanto quella degli uomini. I tempi cambiano, i conflitti restano. Ecco perché troppo spesso anche le battaglie di Amnesty International sembrano quelle di Don Chisciotte contro i mulini a vento. Ciò nonostante le sue lotte sono sacrosante (anche quando ad essere salvata è la vita di un solo bambino, di un vecchio, di una donna, di un uomo o di un soldato). Questa volta i pacifisti hanno messo sotto la lente di ingrandimento la sarabanda di decisioni (schizofreniche) prese in questi ultimi tempi dai singoli paesi europei (in particolare dal governo spagnolo e da quello italiano). L’esecutivo iberico ha prima deciso di vendere meno armi all’Arabia Saudita (e alla coalizione sunnita che l’appoggia) impegnata da tempo in una battaglia senza quartiere cominciata nel 2015 (dopo la cosiddetta “primavera araba “del 2011) contro gli sciiti Houthi dello Yemen.

Bambini yemeniti

Perché gli spagnoli si sono esibiti in un repentino dietrofront? L’Arabia Saudita ha fatto capire alla Spagna di essere pronta a stracciare il contratto d’acquisto di 5 corvette (piccole navi militari con elevate capacità di manovra e dotate di armamento leggero) per una commessa pari a 2 miliardi di euro. Pecunia non olet (neanche di sangue). “Non abbiamo avuto neanche il tempo di gioire per la notizia che la Spagna aveva cancellato una grande fornitura di armi all’Arabia Saudita che il governo ha iniziato a pedalare all’indietro per non dare un dispiacere al suo ricco cliente – ha dichiarato in una nota ufficiale Steve Cockburn, direttore del programma Temi globali di Amnesty –. Dopo tre anni di devastante conflitto in Yemen, con migliaia di civili uccisi e una lista sempre più lunga di quelli che in tutta evidenza appaiono crimini di guerra, né la Spagna né alcun altro paese ha una scusa possibile per continuare a vendere armi alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita”. Tra il 2015 e il 2017 la Spagna ha esportato armi all’Arabia per un valore di 932 milioni e ha dato licenze alla vendita per altri 1.235 milioni. “Questa settimana il governo spagnolo ha di fronte a sé una scelta: può continuare a fare affari onorando accordi commerciali che potrebbero acuire la già terribile sofferenza della popolazione civile yemenita o può assumere una posizione in linea con un approccio legalitario e sospendere tutti i trasferimenti di armi all’Arabia Saudita e agli stati membri della coalizione. Chiediamo alla Spagna di essere un esempio e di porre fine a questo vergognoso capitolo della sua storia”, ha aggiunto senza mezzi termini Cockburn.

Non gliene frega nulla a nessuno se qualche bimbo salta in aria in Yemen. Le armi per l’Arabia ci saranno sempre e la Spagna gode delle complicità di Usa e Ue. “Gli stati che continuano a fornire armi alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita rischiano di essere ricordati dalla storia come complici di crimini di guerra nello Yemen”, si legge nella relazione di Amnesty. Appello inutile: l’11 settembre il parlamento britannico ha deciso di difendere i suoi trasferimenti di armi (un sondaggio pubblicato ha rivelato che solo il 13% della popolazione britannica è d’accordo con la vendita di armi all’Arabia Saudita). Il 12 settembre l’amministrazione Trump ha acceso la luce verde al proseguimento del sostegno degli Usa all’Arabia Saudita. Al contrario, Belgio, Germania, Grecia e Norvegia, hanno deciso di sospendere almeno in parte la vendita di armi. “Ricorsi legali sono stati presentati nel Regno Unito, in Francia e in Italia per costringere i rispettivi governi a rispettare i loro obblighi giuridici e a sospendere la fornitura di armi da usare in Yemen”, si legge sempre nella relazione di Amnesty.  E in Italia? Qualcosa si muove (in modo un po' anomalo come vedremo). Il nostro ministero della Difesa ha chiesto agli Esteri una verifica del rispetto delle normative sull’argomento, cioè della legge 185/90.

"Ho chiesto un resoconto dell'export, o del transito - come rivelato in passato da alcuni organi di stampa e trasmissioni televisive, che ringrazio - di bombe o altri armamenti dall'Italia all'Arabia Saudita", ha scritto su facebook il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. La richiesta è stata fatta alla Farnesina, "sottolineando - laddove si configurasse una violazione della legge 185 del 1990 - di interrompere subito l'export e far decadere immediatamente i contratti in essere. Contratti firmati e portati avanti dal precedente governo", aggiunge Trenta. "La mia - spiega il ministro - è una sana preoccupazione, politica e da essere umano, peraltro condivisa da ONU e Ue. Affrontiamo il tema, non possiamo girarci dall'altra parte! In questo senso, ho allertato il collega Moavero ovviamente, che sono certa si interesserà quanto prima dell'argomento". Insomma, la Trenta passa la palla a Moavero. Eppure le valutazioni nel merito delle istanze “vengono previamente effettuate con il Ministero della Difesa nell'iniziale fase delle trattative contrattuali, e successivamente con i Dicasteri della Difesa, Interno, Sviluppo Economico ed Ambiente, e con l'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, nell'ambito del Comitato Consultivo ex-L. 185/90 subito prima dell'eventuale autorizzazione alla movimentazione dei materiali d'armamento”. Nel caso specifico delle licenze di esportazione di materiali d'armamento a Paesi dell'area, si deve segnalare come si sia passati da 8,6 miliardi nel 2016 a 4,6 miliardi nel 2017 e poi a 302 milioni nel primo semestre del 2018 per l'Area geografica «Africa Settentrionale, Vicino Medio Oriente”.

L’ex senatore Roberto Cotti (M5S, non ricandidato nel 2018) ha più volte segnalato il problema, in particolare ha denunciato i carchi d’armi che, dalla Rwm Italia con sede a Domusnovas in Sardegna, partivano alla volta di Ryad. Lo stesso ha fatto Manlio Di Stefano (M5S): “Europa e Italia fingono di non capire che le armi vendute all’Arabia Saudita vadano a finire nelle mani dei terroristi (e parliamo di uno tra i primi acquirenti al mondo nonché primo acquirente di armi italiane)», scriveva il 29 luglio 2016: «Italia ed Europa dovrebbero contenere in tutti i modi quei Paesi che forniscono soldi e armi ai terroristi e responsabili dello scempio in Yemen”. Quando però il M5S si è insediato negli alti scranni tutti si aspettavano una politica conseguente alle interrogazioni di Cotti e Di Stefano. Non è successo. La deputata Pd Lia Quartapelle ha presentato un’interrogazione in commissione esteri nella quale chiede “se il Governo […] non ritenga opportuno, assumere iniziative per rivedere […] i termini delle forniture di materiali di armamento ai Paesi” impegnati nella guerra in Yemen. La replica di Di Stefano, oggi sottosegretario agli Esteri, è stata questa volta titubante: «il Governo presterà particolare attenzione affinché tutte le richieste autorizzative di esportazione di materiale d’armamento continuino ad essere valutate con estrema attenzione e particolare rigore».

Detto con altri termini: il governo Conte sta ricalcando né più e né meno quello che hanno fatto i governi Renzie Gentiloni. Nessuna rivoluzione. L’Arabia stia tranquilla. «Nel novembre del 2016 – ricorda l’analista dell’Opal Giorgio Beretta a Left - i parlamentari del M5S membri delle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato hanno depositato un esposto in Procura a Roma per chiedere alla magistratura di indagare sulle esportazioni di bombe dell’Italia all’Arabia Saudita, ipotizzando reati ministeriali da parte dei ministri Pinotti e Gentiloni. La recente risposta del sottosegretario è perciò quanto mai rilevante perché manifesta una radicale differenza rispetto alle posizioni sostenute dal M5S quando era all’opposizione: differenza di cui non posso non prendere atto, ma che il M5S dovrebbe spiegare ai suoi elettori e a tutti coloro che sono in attesa di vedere le novità del Governo del Cambiamento».