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[L’analisi] Arafat, i fondi neri di Berlusconi, Craxi e Andreotti. Ed il mistero del tesoro scomparso

Forbes valutava la fortuna di Arafat 300 milioni di dollari, 1,2 miliardi secondo i servizi israeliani, sei miliardi secondo la Cia, una cifra che appare francamente esagerata. Una cosa è certa: negli anni dell’esilio a Tunisi era Abu Ala, allora fedelissimo di Arafat, a gestire i petrodollari sauditi, 85 milioni di dollari l’anno secondo i dati ufficiali, un altro centinaio in “nero”. I sauditi pagavano perché appoggiavano la causa palestinese e soprattutto per tenere lontano il terrorismo da casa loro

Alberto Negridi Alberto Negri   
Arafat e berlusconi

A 14 anni di distanza dalla morte a Parigi, l’11 novembre del 2004, Yasser Arafat torna a fare notizia con il ritrovamento dei suoi diari pubblicati dall’Espresso con un’inchiesta di Lirio Abbate sui fondi neri di Silvio Berlusconi al partito socialista di Bettino Craxi. Allora Berlusconi per questi finanziamenti era finito sotto processo. Secondo i diari, Arafat decise di confermare la falsa versione data da Berlusconi ai giudici, cioè che i dieci miliardi di lire al centro del processo erano destinati non al Partito Socialista Italiano bensì all’Olp come sostegno della causa palestinese. Non era vero ma dopo un incontro nel 1998 con il leader italiano, ancora oggi sulla breccia e favorito alle elezioni di marzo, Arafat venne premiato con un sostanzioso bonifico.

Si spiega anche per queste ragioni la recente prudenza di Berlusconi quando dopo la dichiarazione di Trump su Gerusalemme capitale di Israele ha mostrato un’inconsueta diplomazia sgusciando con una battuta: “Non si tratta di scegliere, ma di far sedere attorno ad un tavolo le grandi potenze per risolvere insieme le grandi crisi mondiali”.

Sorriderebbe di questa uscita anche Abu Ammar - questo il nime di battaglia di Arafat - che aveva una consuetudine con i leader italiani e un filo diretto con Giulio Andreotti: se si presta fede a questi diari, custoditi da una fondazione francese, sarebbe stato Andreotti a fare pressioni su Craxi, allora presidente del Consiglio, per fermare gli americani a Sigonella e rispettare gli accordi con Arafat che doveva tenere lontani i terroristi arabi dall’Italia. 

Era la notte tra il 10 e l’11 ottobre 1985 e nella base Nato in Sicilia erano atterrati cinque palestinesi che avevano sequestrato la nave Achille Lauro. Durante il sequestro, che si era concluso in Egitto, l’americano di origine ebraica Leon Klinghoffer era stato ucciso e gettato in mare. Gli italiani si rifiutarono di consegnare i palestinesi e i carabinieri spianarono le armi contro  200 incursori dei Navy Seal schierati intorno all’aereo.

Le rivelazioni sulla vita Arafat si stanno moltiplicando. Non ci sono soltanto i diari in parte pubblicati dall’Espresso ma anche un recente libro del giornalista israeliano Ronen Bergman, “Rise and Kill First” su come i servizi israeliani tentarono in tutti i modi di uccidere il capo guerrigliero. Il suo nemico più irriducibile fu il generale Ariel Sharon, che fu ministro della Difesa e premier. Sharon, quando era ministro, arrivò a pensare di far saltare in aria l’intero stadio di Beirut pur di farlo fuori.

Nell’intelligence israeliana era maturata l’idea che l’eliminazione di Arafat avrebbe risolto l’intera questione palestinese: già nel 1968 gli israeliani, dopo i primi attentati, addestrarono un prigioniero palestinese per trasformarlo in un killer programmato per ucciderlo, come accade al protagonista del film The Manchurian Candidate.

Quello tra Sharon e Arafat fu un duello a distanza che fa parte della storia segreta del Medio Oriente. L’ossessione di Sharon per uccidere Arafat era tale che cominciò a mettere nel mirino dei caccia israeliani anche gli aerei civili che trasportavano Arafat e il suo seguito. E quando nel giugno il 1982 fu invaso il Libano sotto il comando di Sharon, l’ordine era uccidere Arafat e spingere i palestinesi in Giordania per formare un loro stato al posto della dinastia hashemita.

Ma forse i segreti finanziari di Arafat sono custodi ancora meglio di quelli del Mossad. Quando morì a Parigi l’intera leadership dell’Olp si precipitò nella capitale francese dove era stato assistito fino all’ultimo dalla moglie Suha Tawil, la giovane donna che aveva sposato segretamente nell’89 quando lei aveva 25 anni e lui era già un maturo guerrigliero. La posta in gioco era l’eredità del capo. Forbes valutava la fortuna di Arafat 300 milioni di dollari, 1,2 miliardi secondo i servizi israeliani, sei miliardi secondo la Cia, una cifra che appare francamente esagerata.

Una cosa è certa: negli anni dell’esilio a Tunisi era Abu Ala, allora fedelissimo di Arafat, a gestire i petrodollari sauditi, 85 milioni di dollari l’anno secondo i dati ufficiali, un altro centinaio in “nero”. I sauditi pagavano perché appoggiavano la causa palestinese e soprattutto per tenere lontano il terrorismo da casa loro: lo hanno sempre fatto anche con Al Qaida e i jihadisti di tutte le risme. Era Abu Ala che gestiva la finanziaria dell’Olp: lui comprava le linee aree nel Centrafrica, le bananiere in Somalia, i terreni e gli immobili in Europa. Ma la firma finale su ogni operazione era sempre quella di Arafat.

Che fine ha fatto il “tesoro” di Arafat resta un mistero. Il suo braccio finanziario, Mohammed Rashid, ha comunque sempre affermato che “Arafat non aveva proprietà personali in nessuna parte del mondo”. In parte aveva ragione. Arafat non usava il denaro per fini personali ma come strumento di gestione del suo potere.

L’aspetto forse più interessante erano le relazioni personali che coltivava con partiti, uomini politici e banchieri di ogni dove. Ci sapeva fare. Andava incontro a ogni visitatore come fosse la persona più importante del mondo e lo prendeva per mano stringendolo a sé per una breve passeggiata: anche i più sospettosi rispetto a un guerrigliero che amava portare la pistola nella cinturone si lasciavano andare. L’ho visto fare con molti visitatori ben più importanti di chi scrive a Tunisi o alla Muqata di Ramallah. Aveva attraversato momenti difficili come l’esilio dal Libano negli anni Ottanta e altri esaltanti come la stretta di mano con Yitzhak Rabin a Camp David, una delle foto storiche del ‘900. 

Ma anche questa immagine si rivelò per tutti, arabi e israeliani, un inganno amarissimo. Nessuno come lui ha rappresentato il popolo palestinese e nessuno come lui forse lo ha più illuso di avere un patria e uno Stato.

Alberto Negridi Alberto Negri   

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