E così alla fine il 31 ottobre sarà Brexit dopo 3 lunghi anni. Forse

Il premier britannico Boris Johnson e il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker hanno annunciato il raggiungimento del tanto sospirato accordo sulle modalità di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea

Boris Johnson e Jean-Claude Juncker (Ansa)
Boris Johnson e Jean-Claude Juncker (Ansa)
di Alessandro Spaventa

In una conferenza stampa congiunta, convocata ieri ad hoc a Bruxelles, il premier britannico Boris Johnson e il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker hanno annunciato il raggiungimento del tanto sospirato accordo sulle modalità di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

L’intesa, raggiunta dopo due anni e mezzo di faticosissimi negoziati, è per larga parte quella già definita a suo tempo con l’allora primo ministro britannico Theresa May, incluso il pagamento da parte del Regno Unito di circa 39 miliardi di sterline. La differenza, rilevante, è sulla fondamentale questione dello status dell’Irlanda del Nord, che trova finalmente una soluzione apparentemente accettabile per tutte le parti in causa: Regno Unito, istituzioni nordirlandesi, Repubblica d’Irlanda, Unione Europea.

La questione nordirlandese e il nuovo accordo

Il problema, oggetto di serrati negoziati e tempestose dichiarazioni, era coniugare la necessità pratica di avere un confine tra Regno Unito e Unione Europea all’esigenza politica di non imporre controlli e barriere tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, col rischio di rinfocolare le tensioni tra cattolici e protestanti. Il vecchio accordo prevedeva una soluzione di transizione alquanto complessa, il cosiddetto “backstop”, che avrebbe finito col marcare una netta divisione tra Irlanda del Nord e Regno Unito, prevedendo per la prima la permanenza per diversi aspetti nel mercato unico, mentre il secondo ne sarebbe uscito con l’obbligo tuttavia di mantenere un’unione doganale con l’Unione Europea. Il tutto senza che venisse fissata alcuna scadenza e in attesa di giungere a un’intesa definitiva.

Il nuovo accordo prospetta una soluzione diversa, spostando il confine nel tratto di mare che divide l’isola irlandese da quella britannica. In pratica, a molte delle merci in arrivo dalla Gran Bretagna nei porti dell’Irlanda del Nord verrebbero applicate tariffe doganali come se esse fossero di default dirette alla Repubblica d’Irlanda e quindi destinate a entrare nell’Unione Europea. Se così non dovesse essere, e le merci fossero invece destinare a rimanere nell’Irlanda del Nord, e quindi nel Regno Unito, le tariffe incassate verrebbero restituite.

Se dal punto di vista pratico, la soluzione non appare poi così dirompente e neanche troppo complessa, potendo essere gestita con meccanismi di rimborso e compensazione fiscale, dal punto di vista politico la novità c’è ed è rilevante. Con il nuovo accordo il Regno Unito esce tutto intero, Irlanda del Nord compresa, non solo dall’Unione Europea, aspetto mai messo in discussione, ma anche dal mercato unico. Il governo britannico potrà così negoziare nuovi accordi commerciali con paesi terzi che abbiano valenza non solo per Inghilterra, Scozia e Galles, ma anche per l’Irlanda del Nord, cosa prima impossibile. La sovranità del governo britannico sul territorio nordirlandese rimane quindi completa e non limitata. Al contempo, la stessa Irlanda del Nord diviene “punto di accesso” dell’Unione Europea risolvendo la questione del confine con la Repubblica di Irlanda. Infine, viene dato un ruolo anche alle istituzioni nordirlandesi prevedendo che lo status dell’Irlanda del Nord non durerà ad libitum, ma dovrà essere confermato ogni quattro anni dal parlamento nordirlandese, ogni otto in caso di una vasta maggioranza che coinvolga almeno il 40% sia dei parlamentari cattolici che di quelli protestanti.

L’intesa prevede anche una serie di altre misure tese a non complicare troppo la vita degli irlandesi, da qualunque parte del confine si trovino, ma la cosa rilevante è la definizione dello status dell’Irlanda del Nord: parte integrante del Regno Unito, ma punto di accesso dell’Unione Europea. Capra e cavoli sembrano essere finalmente e felicemente approdati sull’altra sponda del fiume.

Un lungo stallo

L’accordo rompe uno stallo protrattosi per quasi un anno e conclude un processo avviatosi con il referendum sulla Brexit del 23 giugno dl 2016. Al referendum erano seguite le dimissioni dell’allora primo ministro conservatore David Cameron, nuove elezioni e l’avvento del nuovo governo conservatore di Theresa May. A quasi un anno di distanza dal referendum, il 29 marzo del 2017, il Regno Unito notifica al Consiglio Europeo di voler lasciare l’Unione Europea secondo quanto previsto dall’articolo 50 del Trattato della stessa Unione. Da allora sono iniziati lunghi negoziati per la definizione di un’intesa che regolasse l’uscita del Regno Unito, in mancanza della quale vi sarebbe stato il cosiddetto “No Deal”, ovvero un’uscita senza alcun tipo di accordo sugli scambi di beni e servizi, sui diritti garantiti ai cittadini residenti nell’uno o nell’altro territorio, sulle somme dovute dal Regno Unito all’Unione Europea e sui mille altri aspetti di un rapporto sempre più stretto e pervasivo maturato e sviluppatosi in quasi mezzo secolo.

I negoziati, che nessuno aveva mai immaginato semplici, si rivelano rapidamente più complicati del previsto dando corpo e realtà al mito greco di Sisifo o a quello omerico della tela di Penelope. Non si fa in tempo a risolvere una questione che ne emerge un’altra ancora più complicata, mentre intese faticosamente raggiunte vengono smontate da lì a poco. Grazie agli sforzi di entrambe le parti, tuttavia, lentamente le distanze si riducono fino a far sembrare vicino un accordo. È a quel punto che sulla scena irrompe la questione del confine tra le due Irlande che, inizialmente trascurata, acquisisce progressivamente un ruolo centrale. Le cose si complicano ulteriormente dopo che nuove elezioni nel Regno Unito costringono Theresa May a cercare il sostegno degli unionisti irlandesi, assai sensibili sul tema. La soluzione, che appare impossibile, tuttavia alla fine viene trovata. Il 25 novembre del 2018, le due parti approvano la bozza di accordo contenente la controversa clausola del “backstop”. La Camera dei Comuni, il parlamento britannico guidato dal vulcanico speaker John Simon Bercow però boccia per ben tre volte l’accordo costringendo il governo di Theresa May alle dimissioni, dopo averlo precedentemente già costretto a chiedere a Bruxelles un rinvio. Siamo a maggio 2019 e al governo britannico arriva Boris Johnson che promette che la Brexit si farà: il regno Unito uscirà il 31 ottobre 2019, costi quel che costi.

Improvvisamente la situazione si sblocca

Nonostante l’impeto e la volontà del nuovo premier britannico, che arriva ad imporre una sospensione del parlamento britannico con una procedura poi giudicata incostituzionale, la questione sembra non avere soluzione. Poi, improvvisamente tutto si sblocca. E a dare una mano decisiva potrebbe essere stato il primo ministro irlandese Leo Vardkar, il cui assenso è fondamentale perché l’Unione Europea dia il via a qualunque ipotesi di accordo. Varadkar si incontra due volte con Johnson, il 9 settembre e il 10 ottobre, e dopo il secondo incontro improvvisamente le cose si muovono. Le delegazioni britannica ed europea cominciano a lavorare febbrilmente, il responsabile dei negoziati per la Commissione, il francese Michel Barnier, mostra qualche segno di cautissimo ottimismo. Si susseguono giorni e notti di lavoro per definire una bozza di accordo da presentare al Consiglio Europeo del 17 ottobre, ultima occasione per arrivare a un’intesa prima della fatidica data del 31 ottobre. E alla fine l’accordo si trova. Brexit doveva essere e Brexit sarà. O no?

Il dubbio è legittimo, perché per avere efficacia l’accordo deve essere approvato dalla Camera dei Comuni dove il voto a favore è tutt’altro che scontato. Il Parlamento è diviso, non solo o non tanto tra maggioranza e opposizione, ma tra pro e anti Brexit, due schieramenti che attraversano i partiti tradizionali con mille sfumature diverse. Ci sono i conservatori che sono a favore della Brexit purché venga raggiunta con un accordo e ci sono quelli che invece vogliono la Brexit, ma senza accordo. Ci sono i conservatori anti-Brexit e quelli che sono stati espulsi da Johnson. Ci sono i nordirlandesi unionisti che hanno già dichiarato il loro voto contrario, i liberal-democratici che sono europeisti e quindi anti-Brexit e contro l’accordo, così come gli indipendentisti scozzesi. E poi ci sono i laburisti di Jeremy Corbyn su mille posizioni diverse, compreso il favore alla Brexit. A stare ai numeri sulla carta Johnson potrebbe perdere il voto, ma con tante posizioni e sensibilità diverse è possibile e forse addirittura probabile che alla fine, per convinzione o per evitare il caos che seguirebbe a una bocciatura o più semplicemente per stanchezza, più di un parlamentare teoricamente contrario voti a favore dell’accordo appena raggiunto. E così, dopo tre lunghi anni, sarà Brexit. Forse.