[Il ritratto] Addio grande Hulk, poliziotto leggenda ucciso dal tumore. Un altro così non nasce più

Aveva 53 anni. Era un uomo da Volante, poliziotto della Squadra Mobile di Palermo e dei Falco 65 bis, guardia del corpo di Giovanni Falcone e poi un soldato contro i banditi della mafia, fra i quartieri antichi e senza sole di Palermo, un uomo di strada che ha battuto tutti i marciapiedi della guerra di malavita, rischiando la sua pelle «ogni giorno, ogni ora, ogni secondo»

[Il ritratto] Addio grande Hulk, poliziotto leggenda ucciso dal tumore. Un altro così non nasce più

Una foto l’ha reso celebre, mentre corre con l’arma in mano, i muscoli stretti nella camicia, gli occhiali da sole, i suoi lunghi capelli bianchi spostati dal vento e quell’aria di uno che il cinema sembra aver prestato alla vita. Cristoforo Rubino veniva da un film davvero, poliziotto leggenda, poca carriera e tanta fama, uno di quegli agenti tutto azione celebrati dai grandi registi americani, un Clint Eastwood con i baffi a manubrio e la faccia da duro sotto la sua chioma incanutita quando era già solo un ragazzo che correva dietro agli scippatori. E’ rimasto sempre lo stesso, anche adesso che un tumore l’ha portato via correndo con tutta la violenza del male, in sei mesi appena, a una città che era fatta per lui e ai colleghi sbarbatelli, come li chiamava lui, che lo guardavano come un mito. Aveva 53 anni. Era un uomo da Volante, poliziotto della Squadra Mobile e dei Falco 65 bis, guardia del corpo di Giovanni Falcone e poi un soldato contro i banditi della mafia, fra i quartieri antichi e senza sole di Palermo, un uomo di strada che ha battuto tutti i marciapiedi della guerra di malavita, rischiando la sua pelle «ogni giorno, ogni ora, ogni secondo», come ha scritto un suo collega, ricordandolo con disperazione sulla sua pagina di facebook: «Perché un altro così non nasce più».

Non è solo un modo di dire

Lui era quello che si buttava da solo dietro agli scippatori, che rischiava la pelle per passione. Lo chiamavano Hulk Hogan, il grande Hulk, lottatore terribile del wrestling, perché un po’ ci si assomigliava davvero con quei suoi baffoni a manubrio e il vocione rauco, e perchè era grande e grosso, e «più si arrabbiava più diventava forte e cattivo», come lo piangono adesso i suoi amici della Squadra Mobile. E’ difficile trovarne un altro così, uno di quelli che faceva il suo lavoro con tanta incoscienza da non avere più paura di niente: «Abbiamo vissuto tutti i giorni come se non ci fosse domani». Nei film non hanno paura. Cristoforo parlava ai suoi colleghi e prima di salutarli ripeteva sempre la stessa cosa: «Se mi chiami e mi dici che dobbiamo andare all’inferno, arrivo in cinque minuti». Ci credeva così davvero a quello che faceva, che se avessero dovuto metterlo dietro a una scrivania a fare carriera, si sarebbe spento per disperazione.

Era nella strada la sua vita

E lavorava anche quando non ce n’era bisogno. Come quella volta che riconobbe quasi per caso Antonino Lauricella, grande boss delle estorsioni a Palermo centro, ricercato da sei anni, dal 3 ottobre 2005, da tutte le polizie. Lui lo vide davanti a un palazzo che stava guardando la casa. Da quel pedinamento partì la sua cattura. Antonino Lauricella, detto u Scintilluni, come uno pieno di scintille, era l’esatto opposto del Grande Hulk. Ma la guerra di mafia mette molte volte di fronte uomini così. Proprio come in un film. Antonino, a differenza di Rubino, sempre in jeans e magliette strette, vestiva camicie Burberrys, portava pantaloni con la piega perfetta, scarpe lucide, ed era sempre elegantissimo anche quando prendeva i soldi che gli versavano i costruttori e i negozianti. Per questo era detto Scintilluni, proprio perché riluceva di eleganza. Ma a lui non piaceva questo soprannome, come protestò quella volta al Maxi Ter quando fu messo a confronto con Vincenzo De Caro, il pentito che lo accusava, e si mise a spiegare al Presidente che non si ricordava quand’era stato in carcere, «perchè, dottore, io sono detenuto da bambino, purtroppo, entro e esco. Ma Scintilluni a me non mi ha mai chiamato nessuno, e questo signore qua, Vincenzo De Caro, lo sa benissimo». E come la chiamano?, chiese il magistrato. «A me mi chiamano Nino il bello», rispose mentre il pentito gli andava sopra con la voce per urlare «Non è vero», e lui insisteva: «Mi chiamano solo il bello. Non lo stia a sentire. Con questo soprannome, il bello, ho anche fatto un processo, signor presidente».

Il giorno che Hulk lo arrestò, non sembrava troppo bello, con la barba e gli occhiali da sole, anche se continuava a sorridere e salutare i fotografi, esibendo trionfante i polsi chiusi nelle manette, accanto a Cristoforo che stringeva il suo sguardo da duro, senza fare una piega. L’aveva fermato che era su uno scooter Honda SH grigio. Nel bauletto aveva un passamontagna, c’erano guanti in lattice, un coltello e un telo da mare. Alla sera, in un corridoio della Questura, al collega che lo abbracciava, Hulk rispose con un sorriso: «E adesso cosa facciamo?». E a quello che tirò solo un sospiro senza sapere cosa dire, gli buttò contro il suo vocione: «C’è tanto da fare, ragazzo. C’è ancora tutto da fare». Il film era appena inziato, allora. E’ un peccato che sia finito.