L’accusa di Francesco per difendere la pace: “Su armi e immigrati Europa ipocrita”

Il Papa si schiera con le popolazioni del Medio Oriente derubate della speranza da un conflitto infinito. Richiamo ai governi che chiudono i porti all’accoglienza ma li aprono alle navi che commerciano armi

L’accusa di Francesco per difendere la pace: “Su armi e immigrati Europa ipocrita”

Il futuro delle Chiese Orientali Cattoliche passa in misura significativa attraverso l’impegno per la pace e la solidarietà dei Paesi occidentali cristiani e cattolici. Francesco non lo dimentica e continua a tessere la tela della pace ricordando ai governi e alle coscienze europee anche ambiguità sgradevoli. Una prova ulteriore di questo suo parlare con chiarezza l’ha data ai partecipanti alla riunione delle Opere di Aiuto alle Chiese Orientali (Roaco) che hanno tenuto la loro 92ma assemblea plenaria in Vaticano.

La pace in Medio Oriente è un tassello fondamentale per la pace nel mondo: Francesco lo sa bene tanto che ha in progetto una visita in Iraq il prossimo anno. Il papa ce la mette tutta per disinnescare i motivi di attrito e di conflitto che - lo sostiene da tempo - hanno già scatenato una Terza Guerra Mondiale per ora combattuta a pezzi in diverse aree del Pianeta. La sua convinzione nasce leggendo in trasparenza segnali allarmanti: il comportamento ipocrita dei governi nei rapporti internazionali, le crescenti chiusure nazionalistiche, il persistente commercio delle armi, i conflitti locali e regionali che spuntano e permangono come fuochi nei diversi continenti, l’egoismo e l’ipocrisia di quanti chiudono i loro porti alle navi degli immigrati ma li tengono ben spalancati e attivi per il carico di armi destinate a tenere vivi i conflitti disseminati in quegli stessi Paesi da dove la gente fugge e chiede asilo ai Paesi del benessere.

E’ trasparente nel contrasto del Papa a un conflitto in crescita esponenziale che il suo anatema non nasce da rancori o calcoli umani, ma dal proclamare con coerenza il Vangelo. Si tratta, perciò, di una denuncia non interessata a un guadagno ma alla vita di milioni di persone che ogni giorno lottano per la propria dignità, pedine inconsce di giochi di guerra e di odio più grandi di loro. Quanta tenerezza Francesco riserva ai poveri e agli esclusi, si muta in altrettanta fortezza e determinazione davanti alle politiche egoiste dei ricchi e dei potenti che mettono a rischio su scala mondiale il bene comune. A cominciare dalle popolazioni del Medio Oriente occorre mettersi

“in ascolto del grido di molti che in questi anni sono stati derubati della speranza: penso con tristezza, ancora una volta, al dramma della Siria e alle dense nubi che sembrano riaddensarsi su di essa in alcune aree ancora instabili e ove il rischio di una ancora maggiore crisi umanitaria rimane alto. Quelli che non hanno cibo, quelli che non hanno cure mediche, che non hanno scuola, gli orfani, i feriti e le vedove levano in alto le loro voci”.

Il Papa non si ferma alla pura descrizione di una condizione drammatica ma mira dritto a trasformare le coscienze con un richiamo all’ira di Dio che può chiedere conto a quei governanti che si comportano come Caino spargendo il sangue del fratello. “Se sono insensibili i cuori degli uomini, non lo è quello di Dio, ferito dall’odio e dalla violenza che si può scatenare tra le sue creature, sempre capace di commuoversi e prendersi cura di loro con la tenerezza e la forza di un padre che protegge e che guida. Ma a volte penso anche all’ira di Dio che si scatenerà contro i responsabili dei Paesi che parlano di pace e vendono le armi per fare queste guerre. Questa ipocrisia è un peccato. Un pensiero insistente mi accompagna pensando all’Iraq - dove ho la volontà di andare il prossimo anno -, perché possa guardare avanti attraverso la pacifica e condivisa partecipazione alla costruzione del bene comune di tutte le componenti anche religiose della società, e non ricada in tensioni che vengono dai mai sopiti conflitti delle potenze regionali”.

E ancora: “Gridano le persone in fuga ammassate sulle navi, in cerca di speranza, non sapendo quali porti potranno accoglierli, nell’Europa che però apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti, capaci di produrre devastazioni che non risparmiano nemmeno i bambini. Questa è l’ipocrisia della quale ho parlato. Siamo qui consapevoli che il grido di Abele sale fino a Dio, come ricordavamo proprio a Bari un anno fa, pregando insieme per i nostri fedeli del Medio Oriente”.

Insieme al lamento e al pianto, è tempo per tutti di ascoltare “voci di speranza e consolazione: sono gli echi di quella instancabile opera di carità che è resa possibile anche attraverso” l’impegno di ciascuno e degli organismi caritativi”. E’ questa solidarietà che “manifesta il volto della Chiesa e contribuisce a renderla viva, in particolare alimentando la speranza per le giovani generazioni”.

Specialmente i giovani possono contribuire a un tempo nuovo nel quale vinca la generosità e l’apertura al dialogo e all’ascolto. E’ perciò importante nelle regioni dove la pace non c’è, sostenere i giovani perché “possano crescere in umanità, liberi da colonizzazioni ideologiche, con il cuore e la mente aperti, apprezzando le proprie radici nazionali ed ecclesiali e desiderosi di un futuro di pace e di prosperità, che non lasci indietro nessuno e nessuno discrimini”. Non è un caso che in Occidente il papa sia l’unico a richiamare “la fraternità sincera e rispettosa” presente nella Dichiarazione da lui sottoscritta ad Abu Dhabi insieme al Grande Imam di Al-Ahzar”. Un documento definito da Francesco di “alleanza buona per il futuro dell’umanità”. La comune umanità unisce, le ideologie dividono. Perché dichiararsi cristiani quando i simboli religiosi si accompagnano a politiche ostili e discriminanti verso i migranti?