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Wirecard. Lo scandalo che ha sconvolto la Germania. La terza parte: il crollo

Diciotto anni dopo il caso Enron, che determinò la scomparsa dell’allora blasonatissima società di revisione Arthur Andresen, lo scandalo Wirecard potrebbe avere serie conseguenze per un’altra società di revisione, la Ernst&Young

Alessandro Spaventadi Alessandro Spaventa   
Wirecard. Lo scandalo che ha sconvolto la Germania. La terza parte: il crollo

Siamo all’inizio del 2020. Mentre il mondo si dibatte nella pandemia, a marzo a Ernst&Young arrivano documenti relativi a 1,9 miliardi di dollari contabilizzati da Wirecard nella propria liquidità e invece a quanto pare detenuti a garanzia da una società terza in due conti bancari nelle Filippine. È esattamente lo schema rivelato pochi mesi prima dal Financial Times. La somma è considerevole, pari al totale dei profitti dichiarati dall’azienda bavarese dal 2012 in poi, e la faccenda merita di essere approfondita.

Il rapporto KPMG

Un mese dopo, il 28 aprile, KPMG pubblica il proprio rapporto sulla contabilità di Wirecard: è un siluro dritto dritto alla fiancata dell’ammiraglia del settore hi-tech tedesco. La società di revisione afferma di non essere in grado di verificare una serie di accordi dai quali proviene la gran parte dei profitti dal 2016 al 2018 e fa riferimento a vari “ostacoli” al suo lavoro. Ma non finisce qui, la società mette anche in dubbio l’esistenza di 1 miliardo di liquidità affermando che l’unica prova della sua esistenza sono i documenti forniti da una fiduciaria di Singapore legata a doppio filo con la Wirecard. Il bello è che per questo rapporto pare che KPMG abbia fatturato alla Wirecard la somma non indifferente di 10 milioni di euro.

Imperturbabile e imperturbato lo stesso 28 aprile Markus Braun glissa sul rapporto e dichiara agli investitori che «questa mattina Ernst&Young ci ha informato di non avere alcun problema a firmare la relazione al bilancio 2019». La pubblicazione della relazione però è rinviata a giugno. Il motivo? Il Covid-19.

Brutte notizie

Arriva giugno, ma la relazione non viene resa pubblica. Quel che diventa pubblico invece è la notizia che la polizia di Monaco ha perquisito gli uffici della Wirecard e ha messo sotto indagine Markus Braun e altri tre membri del consiglio di amministrazione. Sorprenderà, ma l’indagine è frutto di un esposto della BaFin, la Consob tedesca, la stessa che un anno prima si era scagliata contro il Financial Times.

Dalle Filippine con sorpresa

Una decina di giorni dopo, il 16 giugno, le due banche delle Filippine interpellate da Ernst&Young, la Bank of the Philippine Islands e la BDO Unibank, informano la società di reivsione che la documentazione relativa ai depositi di 1,9 miliardi di euro è falsa. «Sembra che un impiegato infedele abbia dato una falsa conferma sulla sua autenticità senza che vi fossero soldi né in entrata né in uscita. Hanno usato il nostro nome. Non conosciamo queste persone, non sappiamo cosa stia avvenendo. Questi conti non esistono, punto e basta» - ha dichiarato Nestor Tan, presidente e amministratore delegato della BDO, al Financial Times.

E in effetti l’ammontare è pari al 5% del totale delle riserve estere del paese asiatico e come ha ricordato il governatore della banca centrale delle Filippine, Benjamin Diokno, difficilmente i trasferimenti sarebbero passati inosservati alle autorità in un‘economia che oltretutto è dollaro-centrica e nella quale quindi flussi consistenti di euro avrebbero attirato l’attenzione.

L’abdicazione del sovrano

Due giorni dopo Wirecard dovrebbe finalmente pubblicare la relazione di Ernst&Young relativa al 2019, invece le tocca annunciare che gli ormai famosi 1,9 miliardi in effetti mancano all’appello e come la Titina, tutti li cercano, ma nessuno li trova. Data la situazione Jon Marselek, il sodale e conterraneo di Markus Braun, viene sospeso dalla carica di direttore generale.

Il 19 giugno dopo diciotto anni ininterrotti di regno assoluto Braun si dimette. Già che si trova vende gran parte delle sue azioni facendo calare la sua partecipazione dal 7,1 al 2,6 per cento e incassando 155,2 milioni di euro. Quanto basta per ripagare un prestito di 150 milioni di euro contratto con Deutsche Bank nel 2017 che aveva a garanzia proprio le sue azioni.

Il castello di carte crolla

I problemi non si limitano al buco da quasi 2 miliardi. La mancata consegna della relazione di Ernst&Young sui conti 2019 dà la possibilità a un consorzio di banche, guidato da Commerzbank, la stessa che era stata scalzata dal Dax30, di ritirarsi da un’operazione di prestito per altri 2 miliardi. Il castello di carte, la “House of Wirecards” per usare il titolo dell’inchiesta del 2015 del Financial Times, sta crollando.

Il 22 giugno finalmente l’azienda bavarese ammette pubblicamente che i conti degli ultimi anni forse non sono proprio corretti e che “probabilmente” gli 1,9 miliardi di euro che mancano all’appello “non esistono”. Marsalek viene licenziato. Il giorno successivo Markus Braun viene arrestato e poi rilasciato con una cauzione di 5 milioni di euro con l’accusa di falso in bilancio e manipolazione del mercato. Insieme a lui sono sotto indagine anche tutti gli altri membri del CdA.

Marsalek intanto è uccel di bosco, forse fuggito nelle Filippine nella città di Cembu, dove risulterebbe essere arrivato per poi imbarcarsi su un volo per la Cina, anche se nessuna delle telecamere a circuito chiuso lo riprende e quel giorno non c’era nessun volo in partenza da Cembu per la Cina.  

Intelligenza artificiale

Wirecard, guidata da un nuovo CdA con a capo James Freis, ex capo degli affari legali della Borsa Tedesca (Deutsche Börse) nominato a capo dell’azienda di Monaco per tentare di rimettere le cose a posto, chiama degli specialisti in ristrutturazioni aziendali per cercare di il salvabile. Ma le prime analisi sembrano indicare che il giro d’affari, quello vero, sia troppo piccolo per sostenere i costi e il debito della società. L’excel relativo al primo semestre del 2017, ad esempio, rivela un volume d’affari effettivo che è la metà di quello dichiarato. I nomi di migliaia di clienti non sarebbero altro che duplicazioni e in realtà a far girare il grosso delle cose sarebbero solo un centinaio di clienti. C’è da dire però che a suo modo la cosa dà ragione a Braun: in effetti a Wirecard utilizzavano file artificialmente intelligenti o forse intelligentemente artificiosi.

Sic transit gloria mundi

Si arriva così all’ultima scena, quella in cui ogni tentativo di rianimazione risulta vano e il protagonista muore. Il 25 giugno 2020 Wirecard dichiara il fallimento, lasciando un buco di almeno 3,4 miliardi di euro. È la prima società del Dax30 a cui capita nei 32 anni di vita dell’indice di borsa.

Il fallimento riguarda solo la capogruppo, che impiega 200 del totale dei 5.700 addetti del gruppo, e non Wirecard Bank e le società che agiscono sotto licenza di Wirecard, che possono invece continuare ad operare all’interno dei network Visa e Mastercard.

Scommesse vinte e perse

Gli unici a gioire del fallimento sono alcuni hedge fund inglesi e statunitensi che nell’ultima settimana di vita della società avevano scommesso su un tragico epilogo della vicenda. I profitti delle operazioni allo scoperto degli otto fondi che hanno investito di più si aggirano in totale intorno a 1,1 miliardi di euro. Non male.

Certamente sono stati molto più lungimiranti dei manager di altre banche che invece ancora all’11 giugno, due settimane prima del fallimento, davano indicazioni di comprare azioni Wirecard prospettando una crescita del titolo, che allora navigava intorno ai 91 euro, fino a 230 o anche 240 euro. Tanto per dare un’idea: il 18 giugno le azioni erano quotate a 39,90 euro; il 26 giugno a 1,28. Quando si dice la preveggenza.

Chi controlla i controllori?

Diciotto anni dopo il caso Enron, che determinò la scomparsa dell’allora blasonatissima società di revisione Arthur Andresen, lo scandalo Wirecard potrebbe avere serie conseguenze per un’altra società di revisione, la Ernst&Young.

A quanto scrive il Financial Times, pare che la società di revisione non abbia mai verificato direttamente l’esistenza dei fondi a garanzia dichiarati dall’azienda bavarese. Ernst&Young si sarebbe invece fidata dei documenti e degli screenshot forniti dalle fiduciarie e dalla stessa Wirecard. Una condotta a dir poco trascurata, tanto da far chiedere a un dirigente di uno degli istituti di credito esposti con la società di Markus Braun: «la domanda fondamentale è che diavolo faceva Ernst&Young quando approvava i conti?».

Nel mondo della revisione ottenere conferme indipendenti dei saldi in banca è quello che si insegna nel primo giorno di scuola. E invece a quanto pare Ernst&Young dal 2016 al 2018 non ha fatto alcuna richiesta di informazioni agli istituti di credito coinvolti. Facendolo avrebbe rapidamente scoperto che la fiduciaria che avrebbe dovuto avere i soldi in garanzia per conto di Wirecard, i famosi 1,9 miliardi di euro, addirittura non aveva neppure un conto presso di loro.

“Siamo stati imbrogliati”

È chiaro che molti clienti di Ernst&Young per un verso o per l’altro non saranno contenti, così il 26 giugno l’azienda fa circolare una nota tra i suoi senior partner che consiglia loro di dire ai clienti che l’”obiettivo” della frode messa in piedi da Wirecard era quello di “imbrogliare gli investitori e E&Y” e che la truffa è stata scoperta anche grazie al lavoro dell’azienda di revisione. Non solo, Ernst&Young dichiara che «anche le più solide e durature procedure di audit possono non scoprire una truffa collusiva», qualunque cosa voglia dire “truffa collusiva”.

Il tutto nonostante l’azienda abbia controfirmato i bilanci per un decennio e stante che l’obiettivo di un revisore è proprio quello di non farsi menare per il naso, magari cominciando con il chiedere gli estratti conto bancari. O almeno i saldi. Soprattutto se a ballare sono cifre che vanno da 1 a 2 miliardi di euro.

Come ha rilevato James Freis, il CEO ad interim di Wirecard, per individuare la truffa sarebbero stati sufficienti dei controlli terra terra, cosa che gli ha fatto risultare incomprensibile come la frode sia potuta andare avanti tanto a lungo.

A margine va notato come quello di Wirecard non sia l’unico scandalo che abbia vista coinvolta Ernst&Young quest’anno. La sua attività di revisione dei conti è sotto indagine anche in altri due casi, tutt’altro che trascurabili (NMC Health e Luckin Coffee).

Fin, fin, fin Bafin…

Ma la società di revisione non è l’unica a essere stata trascinata nel fango dallo scandalo Wirecard. A uscirne malconcia è pure BaFin, la Consob tedesca, che ha a lungo protetto la star tecnologica del listino tedesco arrivando a denunciare penalmente due giornalisti del Financial Times che avevano segnalato possibili frodi contabili nella controllata di Singapore della società bavarese.

A scandalo esploso tutto quello che è riuscito a dichiarare il suo presidente, Felix Hufeld, è che «tutta una serie di soggetti privati e pubblici, inclusi quello a cui appartengo, non sono stati abbastanza efficaci nel prevenire il disastro Wirecard».

Più drastica l’opinione di un investitore, Carson Block, che al Financial Times ha dichiarato: «Quando il regolatore è così incompetente e codardo come BaFin, il mercato tedesco diviene un paradiso per i criminali della finanza».

Da Enron a Wirecard

Se la BaFin e il suo presidente traballano chi ha già pagato è il Financial Reporting Enforcement Panel (FREP) l’organismo tedesco privato, ma con poteri quasi ufficiali, che si occupava di vigilare per conto del governo sui report finanziari delle società quotate. Il 29 giugno il governo tedesco gli ha tolto l’incarico e ha trasferito tutte le competenze alla BaFin, nella speranza che nel frattempo anche lì le cose migliorino.

Il bello è che la FREP era stata fondata nel 2004 in reazione allo scandalo Enron. Uno scandalo per molti versi assai simile a quello Wirecard, ivi comprese partite di giro, fiduciarie e negligenza della società di revisione, per dire il meno.

E così siamo arrivati alla fine della storia, almeno per ora. È la storia di Wirecard ed è una storia che purtroppo somiglia a tante altre già viste.

Leggi anche:

>> In principio era il porno. Lo scandalo Wirecard: prima parte

>> Il trionfo e i primi scricchiolii. Lo scandalo Wirecard: seconda parte

Alessandro Spaventadi Alessandro Spaventa   
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