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L’appassionato richiamo all’unità di papa Francesco: “Basta liti e divisioni sul concilio Vaticano II”

A 60 anni dall’apertura dello storico evento il papa traccia il profilo di una Chiesa mossa dall’amore per il mondo scosso tuttora da guerra e ingiustizia.

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   
Foto Ansa
Foto Ansa

Basta liti e divisioni sul concilio in un tempo dove il dissidio cattolico e le reazioni perfino verso il papa hanno raggiunto il culmine. Lo ha chiesto Francesco nella solenne celebrazione per ricordare i 60 anni dall’apertura del concilio Vaticano II presieduta l’11 ottobre 1962 da Giovanni XXIII. Forse ci si poteva aspettare un intervento apologetico del suo pontificato, accusato perfino di eresia da parte di sovranisti, neoconservatori e tradizionalisti. Invece Francesco ha dato un esempio pratico di contenuti e toni esposti nello stile del concilio che ha chiesto alla Chiesa di convertirsi all’imitazione di Gesù e del suo Vangelo, facendosi “ospedale da campo” nei confronti dell’umanità anziché puntello dei poteri politici e ideologici. L’omelia del papa è stata perciò un invito all’unità e un esempio pratico di non fermarsi sul negativo ma sulle cose positive da fare insieme per dare al mondo una testimonianza di fraternità e di servizio. Francesco risponde alle critiche superando la polemica e chiede alla Chiesa un agire nuovo, preferendo l’amore al giudizio e alla condanna verso il mondo. Questo non significa identificarsi con il mondo ma vivere in modo che l’esempio buono attiri consenso e conversione per il bene, la giustizia, la verità, la dignità di ogni uomo e ogni donna.

Non è un caso che confrontando il discorso d’apertura di papa Giovanni e l’omelia di Francesco in ricordo del 60° si scopre una sostanziale consonanza con la cura di rispondere alle sfide della situazione mondiale attuale bisognosa di una presenza di cattolici convertiti seriamente al Vangelo. Papa Francesco ha perciò delineato un cammino di cambiamento della Chiesa per completare il cammino iniziato dal concilio. Sessant’anni trascorsi sembrano tanti e, invece, oggi si vive una situazione analoga al tempo dell’apertura conciliare. Anche allora, mentre si aprivano speranze inedite, il mondo si ritrovò sull’orlo di un conflitto mondiale con il pericolo di una distruzione nucleare. Le cronache sul peggioramento della guerra odierna in Ucraina ricordano che si è riaperta l’opzione del ricorso all’arma nucleare con il rischio di una fine del mondo.

Come allora resta attuale la domanda: quale Chiesa per quale mondo? La proposta di Francesco è chiara e lineare. Se la Chiesa è generata dall’amore di Cristo per l’umanità, i cristiani non possono fare altro che essere espressione dei questo amore. “Sia il progressismo che si accoda al mondo, sia il tradizionalismo – o l’ “indietrismo” – che rimpiange un mondo passato, non sono prove d’amore, ma di infedeltà. Sono egoismi pelagiani, che antepongono i propri gusti e i propri piani all’amore che piace a Dio, quello semplice, umile e fedele che Gesù ha domandato a Pietro”.

Il leitmotiv dell’omelia di Francesco  è parso un vero e proprio appello a tornare al concilio, a riscoprire il concilio: “Riscopriamo il Concilio per ridare il primato a Dio, all’essenziale: a una Chiesa che sia pazza di amore per il suo Signore e per tutti gli uomini, da Lui amati; a una Chiesa che sia ricca di Gesù e povera di mezzi; a una Chiesa che sia libera e liberante…Ritorniamo alle pure sorgenti d’amore del Concilio. Ritroviamo la passione del Concilio e rinnoviamo la passione per il Concilio! Una Chiesa innamorata di Gesù non ha tempo per scontri, veleni e polemiche. Dio ci liberi dall’essere critici e insofferenti, aspri e arrabbiati”. Insistente il papa nel ricordare il concilio quale condizione per andare avanti in maniera credibile.

“Fratelli e sorelle, torniamo al Concilio, che ha riscoperto il fiume vivo della Tradizione senza ristagnare nelle tradizioni; che ha ritrovato la sorgente dell’amore non per rimanere a monte, ma perché la Chiesa scenda a valle e sia canale di misericordia per tutti. Torniamo al Concilio per uscire da noi stessi e superare la tentazione dell’autoreferenzialità, che è un modo di essere mondano. Pasci, ripete il Signore alla sua Chiesa; e pascendo, supera le nostalgie del passato, il rimpianto della rilevanza, l’attaccamento al potere, perché tu, Popolo santo di Dio, sei un popolo pastorale: non esisti per pascere te stesso, per arrampicarti, ma per pascere gli altri, tutti gli altri, con amore. E, se è giusto avere un’attenzione particolare, sia per i prediletti di Dio cioè i poveri, gli scartati”.

La Chiesa non ha celebrato il Concilio “per ammirarsi, ma per donarsi”. Lo sguardo del concilio insegna a “stare nel mondo con gli altri e senza mai sentirci al di sopra degli altri, come servitori del più grande Regno di Dio; portare il buon annuncio del Vangelo dentro la vita e le lingue degli uomini, condividendo le loro gioie e le loro speranze. Stare in mezzo al popolo, non sopra il popolo: questo è il peccato brutto del clericalismo che uccide le pecore, non le guida, non le fa crescere, uccide. Quant’è attuale il Concilio: ci aiuta a respingere la tentazione di chiuderci nei recinti delle nostre comodità e convinzioni, per imitare lo stile di Dio” che va in cerca della pecorella smarrita per curarla e guarirla. Il Buon Pastore vuole il suo gregge unito sotto la guida dei pastori che gli ha dato, vuole tutti insieme, uniti.

“Il diavolo, invece, vuole seminare la zizzania della divisione. Non cediamo alle sue lusinghe, non cediamo alla tentazione della polarizzazione. Quante volte, dopo il Concilio, i cristiani si sono dati da fare per scegliere una parte nella Chiesa, senza accorgersi di lacerare il cuore della loro Madre! Quante volte si è preferito essere “tifosi del proprio gruppo” anziché servi di tutti, progressisti e conservatori piuttosto che fratelli e sorelle, “di destra” o “di sinistra” più che di Gesù; ergersi a “custodi della verità” o a “solisti della novità”, anziché riconoscersi figli umili e grati della santa Madre Chiesa”. E poi, una preghiera finale a Dio: “Quando siamo critici e scontenti, ricordaci che essere Chiesa è testimoniare la bellezza del tuo amore, è vivere in risposta alla tua domanda: mi ami? Non è andare come se fossimo a una veglia funebre”.

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   

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