Sulla Palestina la Santa Sede non convince USA e Israele

A sostegno di giustizia e pace il Vaticano rilancia anche l’appello a rimettere il debito dei Paesi poveri colpiti da Covid 19

Sulla Palestina la Santa Sede non convince USA e Israele

Sulla questione palestinese è ripresa la “moral suasion” della Santa Sede nei confronti di Stati Uniti e Israele perché si torni a una soluzione condivisa dove a contare siano non solo i forti, ma il giusto. E il giusto a proposito della Terra di Gesù, per il Vaticano non è mai cambiato negli ultimi 60 anni. Due popoli, due stati sovrani e indipendenti di buon vicinato.

Dopo gli ultimi avvenimenti resi possibili anche dall’appoggio incondizionato di Trump a Israele sia per il riconoscimento di Gerusalemme come capitale unica, sia per l’annessione unilaterale di altri territori palestinesi con insediamenti israeliani, la diplomazia vaticana, decisa a difendere il diritto della pari dignità di ogni popolo, ha fatto la propria mossa del cavallo. Sebbene con scarsa fiducia di poter mutare la situazione. Il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ha infatti incontrato gli ambasciatori degli Stati Uniti e dello Stato d’Israele esprimendo “la preoccupazione  della Santa Sede circa possibili azioni unilaterali che potrebbero mettere ulteriormente a rischio la ricerca della pace fra Israeliani e Palestinesi e la delicata situazione in Medio Oriente”. E’ nota a tutto il mondo diplomatico la prudenza e la moderazione vaticana che, opportune et importune, cerca di tessere le fila del dialogo tra tutti i Paesi, senza ledere il diritto di nessuno. Moderata nei toni ma netta nel chiedere il rispetto della giustizia e delle decisioni assunte dagli organismi internazionali, la Santa Sede viene considerata un punto di equilibrio nelle controversie internazionali  al punto che, più volte in varie circostanze, è stata richiesta la sua mediazione  per sbloccare annosi contenziosi tra gli Stati.

Il Medio Oriente in particolare ha rappresentato un motivo di particolarissima vicinanza da parte della Santa Sede poiché appare tuttora una chiave per la pace mondiale e una Regione che conserva la storia delle origini cristiane. Una delle virtù della diplomazia vaticana è anche quella del realismo poiché, sebbene schierata dalla parte del diritto dei più deboli, ha presente il diritto della forza non per approvarlo ma per portarlo quanto più possibile a ragione secondo giustizia.

E’ convinzione generale che la pace in Medio Oriente non ci sarà senza sciogliere il nodo palestinese. Quale meraviglia, dunque, se al termine dell’incontro con gli ambasciatori di Usa e d’Israele, il Vaticano ha diffuso una dichiarazione ispirata a recenti interventi per ribadire che “lo Stato d’Israele e lo Stato di Palestina hanno il diritto di esistere e di vivere in pace e sicurezza, dentro confini riconosciuti internazionalmente”. Fa, perciò, “appello alle Parti affinché si adoperino a riaprire il cammino del negoziato diretto, sulla base delle rilevanti Risoluzioni delle Nazioni Unite, facilitato da misure che servano a ristabilire la fiducia reciproca”. La dichiarazione aggiunge anche un particolare non secondario, rilanciando l’invocazione di papa Francesco per la pace in Terra Santa al termine dell’incontro nei Giardini vaticani dell’8 giugno 2014: “Abbiano ‘il coraggio per dire sì all’incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza”.  Quell’incontro su iniziativa di papa Francesco con Simon Perez presidente d’Israele, Abu Mazen presidente palestinese e il patriarca ecumenico di Costantinopoli, rimasto nella storia, senza riuscire a risolvere l’annosa questione, comprova tutta la difficoltà di una soluzione. Illusoria perciò, lascia intendere la Santa Sede, la presunzione che atti di forza unilaterali possano pacificare le popolazioni interessate.

La recente iniziativa del cardinale Parolin non è stata dunque un gesto improvviso e isolato, ma frutto di un cammino di piccoli passi diplomatici mai interrotti.

Il 20 maggio scorso la Sala Stampa Vaticana rendeva noto che monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per le Relazioni con gli Stati, era stato raggiunto telefonicamente da Saeb Erekat, capo negoziatore e segretario generale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che aveva voluto informare la Santa Sede “circa i recenti sviluppi nei territori palestinesi e della possibilità che la sovranità israeliana venga applicata unilateralmente a parte di dette zone, cosa che comprometterebbe ulteriormente il processo di pace”. Anche in quell’occasione la Santa Sede aveva ribadito “che il rispetto del diritto internazionale, e delle rilevanti Risoluzioni delle Nazioni Unite, è un elemento indispensabile affinché i due Popoli possano vivere fianco a fianco in due Stati, con i confini internazionalmente riconosciuti prima del 1967. La Santa Sede - concludeva il comunicato - segue attentamente la situazione, ed esprime preoccupazione per eventuali atti che possano compromettere ulteriormente il dialogo, auspicando che gli israeliani e i palestinesi possano trovare di nuovo, e presto, la possibilità di negoziare direttamente un accordo, con l’aiuto della Comunità internazionale, e la pace possa finalmente regnare nella Terra Santa, tanto amata da ebrei, cristiani, musulmani”. L’azione unilaterale denunciata dalle autorità palestinesi e dalle Chiese del Medio Oriente consiste nell’annunciata annessione  da parte di Israele delle aree della Cisgiordania dove sono state edificate oltre 130 colonie, considerate illegali dalla comunità internazionale.

Il timore di trovarsi davanti a un blitz unilaterale di Israele, spalleggiato dagli Stati Uniti era già vivo nei burrascosi anni 80 del secolo scorso ed erano stati espressi più volte dallo stesso Arafat alla Santa Sede per via dirette e indirette.

La disponibilità della Santa Sede a privilegiare il diritto dei Paesi in via di sviluppo o confinati in situazioni di ingiustizia rientra nel suo impegno per la pace. Pace e giustizia restano stella polare della sua azione diplomatica e pastorale. L’ultima conferma si è avuta in settimana con la reiterata richiesta della Santa Sede di ridurre il debito dei paesi poveri provati dalla pandemia del Covid 19, nel corso della 67.ma sessione della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo. Per questi Paesi – ricorda il Vaticano - il debito è diventato un fardello insostenibile e potenzialmente devastante.