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[L’analisi] La ‘Ndrangheta clonata in Slovacchia: l'assurdo made in Italy che ha successo all'estero

Questa è l’Italia che non vorremmo che ci rappresentasse all’estero.  Sono i boss, la classe dirigente della ‘drangheta e i singoli camorristi che investono all’estero, che trafficano in droga, che hanno relazioni con la politica

La mappa della diffusione della mafia nel mondo
La mappa della diffusione della mafia nel mondo

Sono stati scarcerati tutti e sette i calabresi fermati per l’omicidio del giornalista slovacco Jan Kuciak e della sua giovane compagna. E non per questo i sospettati si devono ritenere scagionati. I loro fermi sarebbero scaturiti dalla lettura degli articoli del giornalista d’inchiesta slovacco. Adesso le indagini dovranno scavare in profondità. Un pool di investigatori dello Sco e del Ros di polizia e carabinieri è pronto a raggiungere Bratislava, per collaborare alle indagini, per colmare quel vuoto di scambio di informazioni con Roma.

I precedenti

Il procuratore reggente di Reggio Calabria, Gaetano Paci, non entra nel merito dei provvedimenti di scarcerazione dei calabresi e racconta che nel 2013, attraverso una procedura estradizionale, fu comunicato all’autorità giudiziaria slovacca che Antonino Vadalà (uno dei sette fermati l’altro giorno) era indagato per associazione mafiosa, anche se poi fu condannato solo per favoreggiamento. Il ceppo calabrese arrestato e adesso scarcerato per l’omicidio del giornalista d’inchiesta era legato alla ‘ndrina dei Rodà di Bova Marina e in parte dei Morabito di Africo. Insomma nomi pesanti nella geografia interna della ‘Ndrangheta. E il fatto che siano stati liberati non diminuisce certo il sospetto delle loro attività criminali.

In Slovacchia poca resistenza alle mafie

Ragiona il procuratore reggente Paci: «Se i Vadalà, i Rodà e i Catroppa fossero stati coinvolti nell’omicidio Kuciak, avremmo potuto ipotizzare che avevano puntato sulle coperture istituzionali slovacche per garantirsi l’impunità, consapevoli che il livello di contrasto alle mafie internazionali in Slovacchia è pari quasi allo zero». Gli strumenti di lotta al crimine organizzato in Europa sono diciamo inadeguati rispetto alla legislazione italiana, non riconoscendo in stragrande maggioranza per esempio il reato di associazione mafiosa. Ne consegue anche che gli strumenti investigativi sono insufficienti per fronteggiare una criminalità organizzata.

Imprenditori legati alle cosche

Se fossero stati loro a decidere di eliminare il giornalista, i Vadalà, i Rodà e i Catroppa avrebbero commesso un clamoroso autogol: «Stiamo parlando di imprenditori legati alle cosche calabresi che sono emigrati in Slovacchia da almeno vent’anni - spiega il procuratore Paci - e in questi anni hanno saputo costruire un impero imprenditoriale ed economico insieme a rappresentanti dell’entourage di esponenti del consiglio dei ministri spaziando dalle aziende agricole all’allevamento di bestiame, dal fotovoltaico al settore immobiliare». Questi ragionamenti degli inquirenti e degli investigatori non perdono d’attualità anche con la scarcerazione dei sospettati calabresi.

La mafia esportata

La ‘Ndrangheta, tra le organizzazioni mafiose italiane (Cosa nostra e camorra, le altre) è sicuramente la prima che ha saputo proiettarsi anche fuori dai confini nazionali. La mappa che pubblichiamo è tratta da una inchiesta pubblicata sulla rivista “Polizia Moderna”. Presenze, famiglie, affari, attività criminali riassunte solo base delle investigazioni in questi ultimi anni. E quindi la realtà sicuramente è molto più grave sia per il numero di ‘ndrine che per le attività e i territori dove sono presenti.

Le ‘ndrine locali riprodotte all’estero

Vincenzo Nicolì è il direttore della Prima divisione del Servizio centrale operativo (Sco), l’eccellenza investigativa della polizia italiana. «Mentre le presenze di esponenti della camorra nell’Est Europa, in Sud America, nel Nord Europa sono iniziative individuali che non coinvolgono i clan, la Ndrangheta invece ha riprodotto all’estero le proprie strutture organizzative, le “ndrine” e le “locali” che fanno riferimento al “crimine centrale” che governa la Ndrangheta dalla Calabria».
Il direttore Nicolì ricorda gli arresti di latitanti all’estero: «I camorristi cercavano di confondersi tra i cittadini comuni, quelli della ‘Ndrangheta godevano delle coperture delle “locali”».

La mappa

È impressionante leggere la mappa sulla presenza della Ndrangheta nel mondo. In Canada si occupano di armi, cocaina, eroina e riciclaggio. In Colombia e Venezuela di cocaina, riciclaggio ed edilizia, in Brasile e Argentina di cocaina, in Siria e Turchia di eroina, in Australia di estorsioni, investimenti, riciclaggio, armi e droga.
È documentata la presenza in Irlanda, Gran Bretagna, Francia, Portogallo e Spagna. In Olanda e Belgio, in Bulgaria e Romania. E naturalmente in Germania. Le famiglie sono quelle dei Morabito, Trimboli, Alvaro, Mancuso, Macri, Grande Arachi, Ursini, Paviglianiti, a Piromalli, Raso, Libri, Bellocco, Nirta, Strangio, Vottari, Pelle, De Stefano, Giorgi.

Presente in tutto il mondo

I tentacoli, le famiglie, gli affari arrivano persino in Togo, in Messico, in Australia, Costarica, Venezuela, Buenos Aires. Delle pizzerie e della distribuzione del vino in Germania è storia recente, cronaca di arresti di un paio di mesi fa in provincia di Catanzaro e in Germania.
Questa è l’Italia che non vorremmo che ci rappresentasse all’estero.  Sono i boss, la classe dirigente della ‘drangheta e i singoli camorristi che investono all’estero, che trafficano in droga, che hanno relazioni con la politica (come dimostra la Slovacchia). Da questi paesi, invece, noi abbiamo importato una manovalanza violenta e spietata. Le mafie slave, dei paesi dell’Est e la mafia nigeriana hanno occupato spazi lasciati liberi dalle nostre mafie. La globalizzazione delle mafie è una realtà.  Forse è l’ora che i governi europei decidano strategie e strumenti preventivi e repressivi comuni.

Guido Ruotolodi Guido Ruotolo, editorialista e giornalista d’inchiesta   

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