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Lavoro e allegria sono le parole d’ordine di Francesco

Risposta a un giornalista e messaggio ai religiosi dell'America Latina. All’Angelus dell’Assunta, appello per l’Afganistan e per Haiti

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   
Foto Ansa
Foto Ansa

Della festività dell’Assunta papa Francesco rilancia “il grande messaggio di speranza” che rappresenta per tutta l’umanità, specialmente quella più umile e sensibile al modo di vedere di Dio. Maria ha vissuto il segreto dell’umiltà, necessario per arrivare in cielo. “Bisogna restare bisognosi di Dio – ricorda il papa all’Angelus –, chi è pieno di sé non dà spazio a Dio”. Chissà se questo pensiero del papa avrà più fortuna di quelli lanciati finora per una Chiesa convertita al Vangelo.

Si è al punto – forse per causa del caldo eccezionale – in cui le critiche e le tesi complottiste sembrano valere più della parola dei papi per discernere ciò che sta accadendo nella Chiesa cattolica e nel mondo occidentale, dove le vestigia della fede cristiana hanno ancora un certo peso. Le critiche anche aspre di settori conservatori e tradizionalisti cattolici si moltiplicano nei confronti di Bergoglio, specialmente dopo le nuove disposizioni che riducono al lumicino la possibilità di celebrare la messa secondo il vecchio rito liturgico preconciliare. Non fermano tuttavia Francesco. In netto ricupero sul piano fisico dopo l’intervento chirurgico al Gemelli nella prima settimana di luglio, il papa risponde ai suoi critici con il governo e la dottrina. Egli è convinto che ogni riforma sarà inutile o destinata a fallire se il popolo cristiano non prende coscienza che la riforma è un aiuto a vivere e testimoniare il Vangelo. Un Vangelo che non muta nel tempo, mentre deve aggiornarsi la comprensione della fede cristiana  per renderla significativa  nella vita attuale del mondo profondamente cambiato dai secoli passati. Su questo punto Francesco non mostra ripensamenti, anzi continua a spiegare il Vangelo, gli Atti degli Apostoli e le Lettere scritte dagli apostoli come Parola di Dio che sta all’origine delle riforme della Chiesa che lui intende realizzare. A questo scopo non basta conoscere i suoi grandi interventi, ma è utile seguire anche episodi di cronaca apparentemente minore della sua attività papale per capire chi veramente è Francesco e dove intende incamminare la Chiesa cattolica nel dopo pandemia da Covid19. C’è un mondo provato nelle sue certezze laiche e religiose, che avverte di dover cambiare rapidamente se vuole prevenire sconvolgimenti violenti nelle dinamiche sociali, economiche, ambientali. Il papa lavora per una Chiesa forte e coraggiosa per guardare avanti assumendo il proprio ruolo di segno della speranza e dell’amore di Dio per una umanità finalmente accogliente per i poveri e i fragili. Stile e contenuti richiesti dai nuovi tempi sono indicati con chiarezza da Francesco proprio in due recentissimi interventi, uno sul lavoro e l’altro sulla qualità della vita consacrata nella Chiesa. Per capirlo, questo papa, occorre sempre tenere una visione unitaria tra Chiesa e mondo: una Chiesa in uscita. Ormai non destano più meraviglia i modi più diversi e fuori dal protocollo cui ricorre per dialogare.

Nel voler sottolineare la dignità del lavoro e la lotta a ogni tentativo di schiavizzare il lavoro Francesco ha scelto questa volta di rispondere con una lettera a un giornale alla richiesta di un giornalista proprio su un caso di lavoro nero. Anzi nerissimo perché svolto con la mano d’opera di immigrati mal pagati e tenuti in condizione di schiavitù.

Il fatto è ormai noto. Il papa ha risposto al giornalista e scrittore Maurizio Maggiani che sul Secolo XIX gli aveva scritto una lettera aperta raccontando la vergogna provata scoprendo il modo  con cui venivano stampati libri suoi e di altri autori. Questo il dilemma di fondo posto da Maggiani al papa una volta scoperto la tresca di appalti e subappalti  di aziende di stampa: “Val la pena di produrre belle e sagge opere se per farlo abbiamo bisogno del lavoro degli schiavi?”.

Francesco ha risposto in sostanza affermando che “non è cultura né bellezza se sfrutta il lavoro schiavo”. Metodi criminali “fino all’indicibile” riferisce Maggiani, per sfruttare – come verificato dalla magistratura - il lavoro di operai pakistani, letteralmente brutalizzati.

Francesco risponde proponendo uno dei pensieri-chiave del suo magistero. “Lei – riconosce a Maggiani – non pone una domanda oziosa, perché in gioco c'è la dignità delle persone, quella dignità che oggi viene troppo spesso e facilmente calpestata con il ‘lavoro schiavo’, nel silenzio complice e assordante di molti. Lo avevamo visto durante il lockdown, quando tanti di noi hanno scoperto che dietro il cibo che continuava ad arrivare sulle nostre tavole c’erano centinaia di migliaia di braccianti privi di diritti: invisibili e ultimi - benché primi! - gradini di una filiera che per procurare cibo privava molti del pane di un lavoro degno”. Ma in effetti, prosegue Francesco, associare questo tipo di infamia alla letteratura “è forse ancora più stridente” se quella che Bergoglio definisce “pane delle anime, espressione che eleva lo spirito umano”, viene “ferita dalla voracità di uno sfruttamento che agisce nell’ombra, cancellando volti e nomi”. Dunque se si pubblica qualcosa che poggia su un’ingiustizia è “di per sé ingiusto” e “per un cristiano – ricorda il Papa – ogni forma di sfruttamento è peccato”.

Due le cose da fare, basate su due verbi. Il primo è “denunciare” i “meccanismi di morte”, le “strutture di peccato”, arrivando a scrivere “cose anche scomode per scuotere dall’indifferenza, per stimolare le coscienze, inquietandole perché non si lascino anestetizzare dal non mi interessa, non è affare mio, cosa ci posso fare se il mondo va cosi?”. Il secondo verbo è “rinunciare”, Francesco sostiene che oltre al coraggio della denuncia ci vuole quello della rinuncia. Rinunciare “non alla letteratura e alla cultura, ma ad abitudini e vantaggi che, oggi dove tutto è collegato, scopriamo, per i meccanismi perversi dello sfruttamento, danneggiare la dignità di nostri fratelli e sorelle. Arrivare a fare “obiezione di coscienza per promuovere la dignità umana”. L'appello di Francesco alla cultura è quello di non lasciarsi “soggiogare dal mercato”.

Quanto alla vita consacrata, nel bel mezzo della crisi che l’attanaglia a livello mondiale, in un messaggio ai partecipanti al Congresso continentale promosso dalla Confederazione che raggruppa consacrate e consacrati di America Latina e Caraibi (Clar), Francesco ricorda che la migliore testimonianza da offrire al popolo di Dio è la gioia e l’allegria. Fermarsi solo ai i numeri in crisi delle vocazioni si alimentano paure e nostalgie. Sì alla fede inculturata e alla cultura evangelizzata, ma Francesco guarda soprattutto alla testimonianza come fatto decisivo. Se vuole essere credibile, la scelta della vita consacrata deve essere una scelta gioiosa, allegra. Lui, primo papa gesuita della storia, lascia trasparire la forza della sua formazione cristiana segnata da don Bosco che proponeva la santità ai giovani facendola consistere nel fare il proprio dovere e nello stare molto allegri e da sant’Ignazio di Loyola.

Perciò indica e insiste che “l’allegria, massima espressione della vita in Cristo, costituisce il miglior testimonio che possiamo offrire al santo popolo fedele di Dio, che siamo chiamati a servire e accompagnare nel suo pellegrinaggio fino all’incontro con il Padre. Allegria, l’allegria nelle sue molteplici forme. Pace, gioia, senso dell’umorismo. Per favore, chiedete questa grazia. E’ tanto triste vedere uomini e donne consacrati che non hanno il senso dell’umorismo, che prendono tutto sul serio. Per favore. Stare con Gesù è stare allegri, è anche avere la capacità di questo senso dell’umorismo che dà la santità”. Poca cosa? Ci si provi a immaginare cosa accadrebbe con una Chiesa spinta dall’umorismo e con una società liberata dallo sfruttamento lavorativo.

Carlo Di Ciccodi Carlo Di Cicco   

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