[L’inchiesta] In Libia chi controlla il petrolio controlla il potere. La partita a scacchi di Eni (Italia) e Total (Francia)

Haftar, insieme ai suoi grandi sponsor d’oltralpe, non fa mistero di voler spezzare l’unità della Noc in due entità corrispondenti alle due principali zone di influenza sul campo nello scacchiere libico, tentando in ogni  modo di favorire l’alleato francese. D’altro canto Total non nasconde l’intenzione di voler scalzare il monopolio del Cane a sei zampe in Libia, forte di una produzione di oltre 400 mila barili di petrolio al giorno a fronte di una produzione francese che nel 2017 non superava i 31 mila barili 

[L’inchiesta] In Libia chi controlla il petrolio controlla il potere. La partita a scacchi di Eni (Italia) e Total (Francia)

La battaglia per  il potere in Libia è inestricabilmente legata al controllo del petrolio: chi detiene il controllo dei giacimenti detiene, di fatto, il potere statale. Viceversa chi ha interesse a dividere il paese ha interesse, innanzitutto, a minare la gestione unitaria  dei pozzi, separando così definitivamente  i destini economici e politici dell’ovest tripolitano – dove siede il governo riconosciuto dalle Nazioni Unite di Fayez al Serraj- e dell’est cirenaico, governato dal Generale Haftar con l’appoggio di Francia, Russia, Egitto ed Emirati Arabi.
 
Non è un caso dunque che a poche ore dallo scadere della tregua dell’Onu proprio il quartier generale della Noc (National Oil Corporation)  a Tripoli,  sia stato oggetto di un sanguinoso assalto kamikaze domato  in poche ore dalle Forze Speciali di deterrenza (Rada) al servizio del governo di Accordo nazionale di Fayez al Sarraj, che dimostra così se non altro di avere ancora il controllo della capitale e di poter garantire al contempo la tenuta dell’unica infrastruttura istituzionale che ancora incarna l’unitarietà formale dello Stato e la tenuta dell’economia: la Noc appunto, il colosso petrolifero pubblico che detiene la produzione e la commercializzazione degli idrocarburi in tutto il territorio libico, da Est a Ovest. Dai proventi della produzione del petrolio dipende il 60% del Pil della Libia, oltre l’80% delle esportazioni. Le rendite petrolifere, attraverso il transito nella Banca Centrale Libica, assicurano gli stipendi dei funzionari pubblici e delle milizie post-rivoluzionarie, sia nell’Est che nell’Ovest del Paese.
 
Dopo le ultime turbolenze, mesi fa, legate agli scontri attorno dei giacimenti  di Ras Lanuf ed Es Sider  nei pressi di Bengasi, due terminal che insieme garantiscono il 47% delle esportazioni di greggio libiche, sembrava che la Noc avesse ripreso il pieno controllo della produzione, con un obiettivo a fine anno di poco inferiore alla quantità di 1,6 milioni di barili prodotti prima della  rivoluzione del 2011.
 
Ora però quell’obiettivo sembra nuovamente allontanarsi. In seguito all’attacco alla Noc, infatti,  la  Mellitah Gas & Oil, -joint venture tra l’italiana Eni e la compagnia nazionale per il petrolio libico- ha deciso di evacuare i suoi dipendenti dagli impianti dalle città dell'ovest della Libia, a Dhara,  Dat al Imad e a Tajura di Tripoli. Per avere un’idea di quanto queste “fibrillazioni” abbiano un impatto diretto anche sugli interessi italiani basti pensare che Mellitah ,60 km da Tripoli, è sede della stazione di compressione del gas libico da dove si diparte "Greenstream" , alimentato dai giganteschi giacimenti off shore di Bahr Essalam (frutto della ricerca  Eni) e Wafa, nell’area desertica vicina all’Algeria. Coi suoi 520 km di lunghezza, Greenstream è il più grande metanodotto sottomarino in esercizio nel Mediterraneo, e collega la sponda del Nord Africa con il terminale di Gela, in Sicilia. Fornisce all'Europa 10 miliardi di metri cubi di gas all'anno: due miliardi per l'Italia e il resto per gli altri paesi, in prevalenza la Francia. I giacimenti di Mellitah sono uno dei motivi che non fanno dormire sonni sereni a Emmanuel Macron ed alla società petrolifera francese Total, eterna rivale del cane a sei zampe in Libia. L’annuncio a luglio da parte dell’Ad Eni Descalzi dell’avvio anticipato della produzione dal primo pozzo del progetto offshore Bahr Essalam a soli tre anni dalla Decisione Finale d’Investimento (FID), seguita a quella dell’apertura di altri 2 pozzi non deve aver fatto piacere ai cugini d’oltralpe, preoccupati anche per il completamento della cosiddetta “Fase 2” che si dovrebbe chiudere a ottobre con l’ulteriore attivazione di altre 7 stazioni di pompaggio, con un potenziale di  produzione totale di 1.100 piedi cubi di standard gas al giorno, su un totale di ben 260 miliardi di metri cubi di riserve di gas, in grado di consolidare per molto tempo la partnership italo-libica e le prospettive del governo unitario di Fayez al Serray.
 
Non sappiamo se gli eventi di questi giorni potranno ritardare i piani dell’Eni e quelli per la stabilizzazione della Libia secondo la road map disegnata dalle Nazioni Unite e dall’Italia: molto dipenderà anche dagli sviluppi concreti dopo l’incontro del ministro Moavero Milanesi con il dominus della Cirenaica Haftar, in passato manifestamente ostile all’attivismo della nostra compagnia nazionale  in Libia. Haftar, insieme ai suoi grandi sponsor d’oltralpe, non fa mistero di voler spezzare l’unità della Noc in due entità corrispondenti alle due principali zone di influenza sul campo nello scacchiere libico, tentando in ogni  modo di favorire l’alleato francese. D’altro canto Total non nasconde l’intenzione di voler scalzare il monopolio del Cane a sei zampe in Libia, forte di una produzione di oltre 400 mila barili di petrolio al giorno a fronte di una produzione francese che nel 2017 non superava i 31 mila barili.
 
Va in questa direzione il piano di investimenti varato dalla società francese lo scorso mese di marzo con l’acquisizione di una quota pari al 16,3% delle concessioni per lo sfruttamento dei giacimenti di Waha, in Cirenaica, acquistando per 450 milioni di euro diritti che prima erano della società americana Marathon Oil. Solo il giacimento di Waha può fruttare a Total 50mila barili al giorno sui 300mila totali. Ma le prospettive sono di forte crescita, con una stima di un ulteriore 33% nei prossimi  10 anni e con le ulteriori prospettive aperte dall’acquisizione dei diritti di esplorazione nel ricco bacino di Sirte. I francesi desidererebbero ora completare la scalata ai pozzi dell’Est, con le acquisizioni delle altre quote in mano alle americane ConocoPhillips (16.33%) and Hess (8.16%). Si delineerebbe quindi un “fifty fifty” con la NOC che attualmente detiene il 59% delle quote cirenaiche di Waha. Anche su questo fronte si muove silenziosa la diplomazia italiana: Trump sa che il disimpegno delle compagnie statunitensi nei pozzi libici favorirebbe indirettamente uno dei due contendenti sul campo, il generale Haftar appunto, ipotecando il processo di pace e di unità nazionale incarnato dal governo legittimo di Serraj e sostenuto con convinzione dall’Italia e dagli stessi Stati Uniti attraverso il mandato internazionale dell'Onu.