Il manifesto di Papa Francesco per salvare l’Amazzonia dalla distruzione

Il papa è una spanna avanti nella capacità di ascolto delle popolazioni indigene e i governi potrebbero ispirarsi con frutto al metodo e allo stile nel sinodo per avviare politiche   conservative e promozionali di quell’immenso territorio ad alto rischio

Il manifesto di Papa Francesco per salvare l’Amazzonia dalla distruzione

Solo in Brasile, tra il 2003 e il 2017 sono stati 1.119 gli indigeni dell’Amazzonia uccisi per aver difeso i loro territori e questo perché mettere in discussione il potere nella difesa del territorio e dei diritti umani “è mettere a rischio la propria vita, aprendo un cammino di croce e martirio”. Papa Francesco è stato il primo  a cercare di dare una risposta culturale organica al grido delle popolazioni indigene dell’Amazzonia  impegnate nella lotta “contro coloro che vogliono distruggere la vita”  della natura  e non rispettano i diritti umani”. “L’abbattimento massivo di alberi, la distruzione della foresta tropicale per mezzo di incendi boschivi intenzionali, l’espansione della frontiera agricola e delle monoculture sono la  causa degli attuali squilibri climatici regionali, con evidenti effetti sul clima globale, di dimensioni planetarie quali le grandi siccità e inondazioni sempre più frequenti”. Papa Francesco  cita i bacini dell’Amazzonia e del Congo come “il polmone del pianeta, sottolneando l’urgenza di proteggerli”.

Ora mentre il G7, riunito proprio mentre la foresta amazzonica brucia tra una miriade di incendi devastatori di migliaia di ettari boschivi e si scatena un confronto duro sulle responsabilità politiche e sull’incuria dei governi, si scopre che da alcuni anni Francesco ha messo in moto un disegno di intervento di protezione e rilancio del benessere delle popolazioni e della foresta dell’Amazzonia. Non si tratta di chiacchiere improvvisate per una campagna di consensi senza cambiare le cose. Si tratta di un vero e proprio manifesto di soccorso efficace che si muove con il metodo di vedere, giudicare, agire.

Potrebbe essere utile anche per i governi animati da sincera preoccupazione di salvare e proteggere l’Amazzonia. Francesco lo fa anzitutto per la sua Chiesa, per guidarla e incoraggiarla a cambiare la mentalità, passando da una visione colonialista e occidentale dei suoi interventi e della sua pastorale a una visione inculturata e transculturale, tradotta in piena cittadinanza del territorio e dei poveri amazzonici dentro la Chiesa cattolica. Non una Chiesa che si serve dell’Amazzonia, ma al servizio e in ascolto delle popolazioni indigene. Pronta quindi a cambiare anche in profondità quel che occorre cambiare rispetto al passato. Nel territorio amazzonico  ci sono tra i 110 e i 130 diversi Popoli indigeni in isolamento volontario o popoli liberi che vivono ai margini della società, in profondo contatto con la natura. Così riescono a sopravvivere  all’introduzione forzosa  dell’attuale  “modello di sviluppo economico predatore, genocida ed ecocida” che  specialmente nell’ultimo secolo sta portando all’estinzione la popolazione indigena.

Il problema sul “che fare” per salvare l’Amazzonia prima che muoia è troppo grande agli occhi del papa che si è deciso a coinvolgere l’intera Chiesa  sul problema e per questo ha convocato un sinodo per il prossimo mese di ottobre in Vaticano. Il sinodo è un momento di massimo ascolto e decisione nella Chiesa che poi si mobilita per tradurre e attuare in tutte le diocesi del mondo gli impegni che si assumono. Il sinodo sull’Amazzonia ha messo in allarme perfino il governo del presidente Bolsonaro che non viene considerato amico, ma avversario di una visione ecologica dell’Amazzonia e più favorevole alle grandi compagnie estrattive o ai gruppi interessati a distruggere la foresta per far spazio a industrie e insediamenti urbani frutto di speculazioni finanziarie o terriere. Critiche alle politiche di Bolsonaro sono risuonate già nei lavori del G7, il presidente brasiliano già in precedenza aveva manifestato i suoi timori nei confronti del sinodo.

E a ragione, se si considera la cultura innovativa che anima il documento base del sinodo pubblicato agli inizi dello scorso mese di giugno. Il documento  è durissimo nei confronti dello stato di emergenza cui è stata ridotta l’Amazzonia. Una dura realtà che “chiama in causa tutti” perché tutti hanno avuto qualche responsabilità storica di tanta desolazione. “La violenza, il caos e la corruzione dilagano – si legge nel testo dello Strumento di lavoro sinodale -. Il territorio è diventato uno spazio di scontri e di sterminio di popoli, culture e generazioni. C’è chi è costretto a lasciare la propria terra; molte volte cade nelle reti delle mafie, del narcotraffico e della tratta di esseri umani (soprattutto donne), del lavoro e della prostituzione minorile. E’ una realtà tragica e complessa  che si colloca al di fuori della legge e del diritto”. Ma il grido dell’Amazzonia – secondo il testo voluto da Francesco – è un’eco del grido del popolo schiavo in Egitto che Dio non abbandona.

Perciò Francesco con il sinodo ha deciso di scuotere la coscienza del mondo e delle istituzioni internazionali e affinché il grido  indigeno sia ascoltato da tutto il mondo. Molto Francesco chiede alla sua Chiesa per adeguarsi efficacemente alla richiesta delle popolazioni amazzoniche, ma molto attraverso il sinodo chiede anche alla politica e all’economia mondiale chiede di cambiare per drenare prima il degrado e aprire poi alla speranza di un nuovo corso ecologico e giusto, a garanzia di vita sulla Terra.