Francesco: “Volontà e coraggio per fare la pace”. Servono anche nel conflitto ucraino

All’Angelus il Papa propone Giovanni Battista modello di radicalità del bene senza ipocrisia

Foto Ansa
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All’Angelus odierno un solo breve, quasi fuggevole richiamo alla guerra in Ucraina e alla sua martoriata popolazione, ma papa Francesco di guerra e pace negli ultimi giorni ha parlato più volte e con interventi forti tanto da evocare la radicalità di Giovanni Battista, figura dominante nel vangelo di questa seconda domenica di Avvento in preparazione al Natale. Il segreto e il messaggio di Giovanni Battista sono stati individuati dal papa nella sua allergia alla doppiezza, all’ipocrisia e alla presunzione. E in questa linea Francesco ha ricordato che l’Avvento ci aiuta a toglierci le nostre maschere attraverso la via dell’umiltà che ci rende capaci di accogliere il Dio che viene. Caratteristiche del Battista necessarie nel mondo e per superare i conflitti in atto come quello ucraino. Più volte in questi giorni è tornata a circolare l’ipotesi di un ruolo di mediazione della Santa Sede tra Russia e Ucraina. Ipotesi che va e viene; pare non trovare consenso stabile. Allo stesso tempo non si profila finora altra ipotesi credibile per disinteressata equidistanza tra i belligeranti diretti. Su pace e dialogo tra i popoli  nel pieno del disordine e dei conflitti intorno al bacino del Mediterraneo e nell’Europa orientale, papa Francesco ha chiarito la mente della Chiesa cattolica in occasione di due eventi degli ultimi giorni: l’udienza ai membri della ONG “Leader pour la Paix” e l’VIII Conferenza Rome MED Dialogues. Da diversi anni la Conferenza costituisce un appuntamento promosso dal Ministero italiano per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale e dall’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, al fine di promuovere politiche condivise nell’area del Mediterraneo.

Nei due interventi del papa si disegnano scenari innovativi per cercare e fare la pace. Una visione non improvvisata quella di Francesco, aderente alla ricerca affannosa della politica per trovare soluzione alle gravi lacerazioni e contrapposizione che segnano la geopolitica attuale e l’area mediterranea in particolare. “Essere un Leader pour la Paix nel momento che stiamo attraversando – sostiene papa Francesco - è una grande responsabilità e non solo un impegno. Ci siamo accorti che la famiglia umana, minacciata dalla guerra, corre un pericolo più grave: la mancata volontà di costruire la pace. La vostra esperienza vi insegna che, di fronte alla guerra, far tacere le armi è il primo passo da compiere, ma poi sarà da ricostruire il presente e il futuro della convivenza, delle istituzioni, delle strutture e dei servizi. La pace richiede forme di riconciliazione, valori condivisi e – cosa indispensabile – percorsi di educazione e formazione.

Costruire la pace ci chiede di essere creativi, di superare, se necessario, gli schemi abituali delle relazioni internazionali, e nel contempo di contrastare quanti affidano alla guerra il compito di risolvere le controversie tra gli Stati e negli Stati, o addirittura pensano di realizzare con la forza le condizioni di giustizia necessarie alla coesistenza tra i popoli. Non possiamo dimenticare che il sacrificio di vite umane, le sofferenze della popolazione, la distruzione indiscriminata di strutture civili, la violazione del principio di umanità non sono “effetti collaterali” della guerra, no, sono crimini internazionali. Questo dobbiamo dirlo e ripeterlo. Usare le armi per risolvere i conflitti è segno di debolezza e di fragilità. Negoziare, procedere nella mediazione e avviare la conciliazione richiede coraggio. Il coraggio di non sentirsi superiori agli altri; il coraggio di affrontare le cause del conflitto, abbandonando interessi e disegni di egemonia; il coraggio di superare la categoria del nemico, per diventare costruttori della fraternità universale. Costruire la pace significa allora “avviare e sostenere processi di sviluppo per eliminare la povertà, sconfiggere la fame, garantire la salute e la cura, custodire la casa comune, promuovere i diritti fondamentali e superare le discriminazioni determinate dalla mobilità umana. Solo allora la pace diventerà sinonimo di dignità per ogni nostro fratello e sorella”.

Analoghe parole chiare e determinate sul Mediterraneo per renderlo aerea di pace accogliente e fraterna. Un mare, che “nella sua storia di medium terrarum, ha una vocazione di progresso, sviluppo e cultura che sembra purtroppo avere smarrito nel passato recente e che necessita di recuperare appieno e convinzione…Con rammarico dobbiamo constatare che questo stesso mare, oggi, stenta ad essere vissuto come luogo di incontro, di scambio, di condivisione e di collaborazione”. Con la cultura dell’incontro “si potrà ricostruire un senso di fraternità, sviluppando, oltre a rapporti economici più giusti, anche relazioni più umane, comprese quelle con i migranti”. Per rilanciare la centralità del Mediterraneo, il papa propone “un’agenda che spazi dai temi di geo-politica e sicurezza, alla tutela delle libertà fondamentali della persona, alla sfida delle migrazioni, alla crisi climatica e ambientale. L’interconnessione delle problematiche richiede che vengano esaminate insieme, in una visione coordinata e la più ampia possibile, come emerso in modo prepotente già nel corso della crisi pandemica, altra evidente conferma che nessuno si salva da solo”.

Tale globalizzazione dei problemi “si ripropone oggi a proposito del drammatico conflitto bellico in corso all’interno dell’Europa, tra Russia e Ucraina, dal quale, oltre ai danni incalcolabili di ogni guerra in termini di vittime, civili e militari, conseguono la crisi energetica, la crisi finanziaria, la crisi umanitaria per tanta gente innocente costretta a lasciare la propria casa e a perdere i beni più cari e, infine, la crisi alimentare, che colpisce un numero crescente di persone in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi più poveri. Il conflitto ucraino sta infatti producendo enormi ripercussioni nei Paesi nordafricani, che dipendono per l’80% dal grano proveniente dall’Ucraina o dalla Russia. Questa crisi ci esorta a prendere in considerazione la totalità della situazione reale in un’ottica globale, così come globali ne sono gli effetti. Pertanto, come non è possibile pensare di affrontare la crisi energetica a prescindere da quella politica, non si può al tempo stesso risolvere la crisi alimentare a prescindere dalla persistenza dei conflitti, o la crisi climatica senza prendere in considerazione il problema migratorio, o il soccorso alle economie più fragili o ancora la tutela delle libertà fondamentali. Né si può prendere in considerazione la vastità delle sofferenze umane senza tener conto della crisi sociale, in cui, per un profitto economico o politico, il valore della persona umana viene sminuito e i diritti umani vengono calpestati”.