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[L’analisi] Erdogan contro Assad: morto un Califfato se ne fa un altro

Morto l’Isis se ne fa un altro perché il primo ha fallito il compito di distruggere del tutto l’Iraq e la Siria. Per quale motivo Israele fa questo? Per contrastare l’Iran, causa evidente di tutti i mali del Medio Oriente. L’Iran e la Mezzaluna sciita, ci dicono, è il nemico più pericoloso di Israele e dell’Occidente a lungo termine. Devono avere ragione: gli iraniani non sono stupidi, hanno già battuto gli arabi negli anni Ottanta e fermato Israele con gli Hezbollah nel 2006 in Libano

Erdogan e Assad
Erdogan e Assad

Erdogan fa quello che vuole in Siria e sequestra la navi dell’Eni a Cipro con un blocco militare da casus belli? E gli americani a cosa pensano? Che il pericolo è l’Iran. Non Erdogan, aspirante candidato all’Europa, membro della Nato, che vìola ogni regola. Per non parlare di Israele che ancora in mano a un premier pericolante, Banejamin Netayahu, sostiene apertamente i gruppi sunniti integralisti nel Golan pur di abbattere Assad e regalare la Siria ai jihadisti. 

Un vero stratega: morto l’Isis se ne fa un altro perché il primo ha fallito il compito di distruggere del tutto l’Iraq e la Siria.Per quale motivo Israele fa questo? Per contrastare l’Iran, causa evidente di tutti i mali del Medio Oriente. L’Iran e la Mezzaluna sciita, ci dicono, è il nemico più pericoloso di Israele e dell’Occidente a lungo termine. Devono avere ragione: gli iraniani non sono stupidi, hanno già battuto gli arabi negli anni Ottanta e fermato Israele con gli Hezbollah nel 2006 in Libano. Poi siccome gli iraniani sono anche astuti hanno approfittato delle nostre guerre sbagliate in Afghanistan e in Iraq per estendere la loro influenza. Si sente già il passo cadenzato dei Pasdaran alle porte di casa: forse ci liberano dai terroristi sunniti finanziati con i soldi delle monarchie del Golfo? E chi sarà il nuovo Califfo? Erdogan che torna ad allearsi con Israele nonostante Gerusalemme capitale? E’ con queste raffinati strateghi che si cade nel baratro.

Ecco cosa può accadere adesso in Siria. Quella siriana è la guerra degli assedi: da Aleppo a Homs, da Raqqa a Ghouta e ora Afrin. Afrin potrebbe diventare una tragica replica di Kobane ma in uno scenario bellico assai mutato rispetto al passato quando Assad appariva alle corde. Durante l’assedio dell’Isis a Kobane, roccaforte siriana dei curdi al confine con la Turchia, era già chiaro l’obiettivo di Ankara: mentre attraversavo clandestinamente il confine per raggiungere le forze curde, i turchi bastonavano i volontari che volevano unirsi alla battaglia contro il Califfato. Per la verità accadde anche di peggio: i turchi consentirono ai jihadisti di aggirare alle spalle le difese curde.

Erdogan, che aveva già trattato direttamente con il Califfato il rilascio dei suoi diplomatici intrappolati a Mosul, pensava ancora di usare i jihadisti per vincere la guerra contro Assad e i curdi.

Allora, eravamo nell’ottobre del 2014, questo era ancora un conflitto per procura combattuto contro Damasco e il suo maggiore alleato regionale, l’Iran. Con l’ingresso in campo della Russia il 30 settembre 2015 tutto è cambiato e adesso la Turchia, venuta a patti con Mosca e Teheran, è intervenuta direttamente.

Quando la Turchia ha aperto l’autostrada del Jihad, facendo affluire migliaia di combattenti sperava ancora di eliminare il regime e impadronirsi di una fetta di Siria, magari annettendo anche Aleppo, il maggiore centro economico del Paese dove da anni circolava la lira turca. Queste ambizioni sono crollate e la Turchia si è trovata a gestire il suo peggiore incubo strategico: una zona autonoma curda ai suoi confini, in buoni rapporti con il Pkk di Abdullah Ocalan, possibile catalizzatore dell’irredentismo dei curdi dell’Anatolia del Sud Est.

In realtà oggi abbiamo a che fare con i calcoli sbagliati di Ankara, incoraggiati in questi anni dal fronte delle monarchie arabe anti-sciite e dagli stessi Stati Uniti quando il segretario di stato era Hillary Clinton. E può accadere che quando si vogliono correggere degli errori se ne facciano di ancora più grandi.

1) Erdogan, dopo avere fomentato per anni la guerra in Siria con i jihadisti, adesso ha la soddisfazione di fronteggiare ad Afrin le Forze popolari siriane intervenute a favore dei curdi. Nei proclami di Erdogan i turchi sono pronti a stringere d’assedio la città, una sorta di rivincita sulla caduta di Aleppo e il presidente turco avrebbe chiesto alla Russia di evitare di appoggiare Assad con l’aviazione.

2) Se lo scontro ci sarà davvero il conflitto siriano rischia di estendersi, un’eventualità che però non è negli interessi né della Russia né degli Usa. Mosca vorrebbe dare il via alla ricostruzione economica della Siria mentre Washington è intenzionata a disimpegnarsi anche se oggi è costretta a restare sul campo. Gli Usa, che hanno 10 basi militari in Siria tra cui Manbij, possono frenare Erdogan? Ci sono dei dubbi ma la Turchia è ancora nella Nato e questo è un confine dell’Alleanza Atlantica con dozzine di basi nel territorio turco. La Russia può giocarsi due carte e intervenire diplomaticamente sia con la Turchia che con il regime di Damasco. L’Iran a sua volta sostiene Assad ma ha anche buoni rapporti con Ankara e in aprile è già stato deciso un vertice a tre a Istanbul con Erdogan, Rohani e Putin.

3) Erdogan, se vuole limitare le perdite, segue i consigli di Putin e di Teheran, altrimenti si troverà a mal partito: gli altri sanno fare la guerriglia meglio di lui, in particolare le formazioni sciite che si troveranno a fronteggiare oltre ai turchi anche i miliziani sunniti del Free Syrian Army, manovrato da Ankara, che però non sono all’altezza dei guerriglieri curdi e sciiti. Il Kurdistan turco, davanti a questo scenario bellico, costituito da eserciti e milizie contrapposte, gli sembrerà una passeggiata a confronto di quello siriano.

4) Se Ankara e Damasco contengono adesso le operazioni militari, tra qualche tempo Erdogan e Assad potrebbero mettersi d’accordo per tenere a bada i curdi. In realtà Assad interviene a sostegno dei curdi per evitare che una loro debacle favorisca troppo la Turchia.

5) Erdogan, con il colpo di stato del 15 luglio 2015, è stato più vicino alla caduta di Assad e il prossimo anno ha le elezioni presidenziali. Punta sull’operazione “Ramoscello d’Ulivo” per giustificare la repressione interna e compattare il fronte nazionalista: infatti sta forgiando un’alleanza con l’Mhp, braccio politico dei Lupi Grigi. Non male per uno che è stato dal Papa di recente. Ma la Siria, se non sta attento, può diventare per lui, invece di un successo propagandistico, una sorta di mini-Vietnam.

Alberto Negridi Alberto Negri, editorialista e inviato di guerra   

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