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[Il retroscena] Guai per Minniti: cortei anti italiani in Libia e ambasciatore sfiduciato. E la Francia sparge zizzania in Niger

Giuseppe Perrone, il nostro ambasciatore in Libia, non ha potuto recarsi a Sabratha, sfiduciato dalle autorità locali. Una radio francese afferma che la missione militare italiana in Niger non sia stata concordata con le autorità di Niamey

Guido Ruotolodi Guido Ruotolo   
Il ministro dell'Interno Minniti (Ansa)
Il ministro dell'Interno Minniti (Ansa)

Manifestazioni anti italiane. È sempre per quel maledetto peccato originale che ci portiamo dietro, quando si tratta di Libia. Il Paese che più sta facendo per riportarvi stabilità, per cercare una soluzione alla crisi umanitaria, si ritrova ingiustamente sul banco degli imputati, per quel peccato originale che è stato il periodo di dominio coloniale della Italia sulla Libia.

L’Ambasciatore italiano sfiduciato

Come se, all'improvviso, non fossimo più ben accetti dalle parti di Tripoli (e non solo). Addirittura a Giuseppe Perrone, il nostro ambasciatore in Libia, non è stato possibile recarsi a Sabratha, sfiduciato dalle autorità locali.
Non va bene, insomma. Come se non bastasse i dati degli sbarchi di migranti di gennaio non sono rassicuranti. 3.600 rispetto ai 4.200 del gennaio scorso. Come se gli accordi di luglio non reggessero più. E ora siamo in campagna elettorale, e per il ministro dell'Interno, Marco Minniti, non è una prospettiva rassicurante dover di nuovo fronteggiare flussi migratori che pensavamo ridotti.

Il caos libico

È come se non riuscissimo a comunicare con i libici, con il popolo sopraffatto dalla supremazia dei più forti, di quelle milizie armate la cui esistenza è una condanna a morte per uno Stato fragile che non riesce più ad alzarsi, a camminare sulle proprie gambe. E di quei trafficanti di merce umana, i migranti, che danno da vivere agli addetti di questa grande industria che è diventata la Libia: l'industria dei traffici di contrabbando. Di clandestini, petroli e qualsiasi tipo di merce. E di quei paesi stranieri, arabi o occidentali, che finanziano capitribù e milizie per mettere in atto le proprie strategie politiche e diplomatiche.

Sentimenti antiitaliani

E dunque il riaffiorare di sentimenti antiitaliani potrebbe rispondere anche a una strategia diplomatica e politica di paesi europei e occidentali alleati. È solo un caso che una radio francese accreditata abbia divulgato una notizia che ha profondamente irritato il nostro governo che è stato costretto a smentirla? Insomma, per dirla chiaramente, qualcuno a Parigi vuole mettere “zizzania” facendo credere che la missione militare italiana in Niger, approvata a metà gennaio da Camera e Senato, non sia stata concordata con le autorità di Niamey, la capitale del Niger, il paese che confina con la Libia e che è diventato, con i suoi 450 chilometri di confine, la porta di ingresso di flussi migratori africani diretti ad attraverso il Mediterraneo per raggiungere la terra promessa, l'Europa, l'Italia.

Nervi tesi fra Roma e Parigi

Siamo ormai sull'orlo di una crisi di nervi tra Italia e Francia. Una coppia che scoppia. Con i francesi che si dedicano allo sport dello sgambetto e gli italiani che si salvano per il rotto della cuffia. Se uno dei leader di Liberi e uguali, Massimo D'Alema, si spinge a dire che «i nostri militari sono sotto il comando francese», il capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Claudio Graziano, replica ai francesi ricordando che la «missione in Niger è stata approvata dalle autorità nigerine».

La missione in Niger parte dopo il voto

Certo è che di fronte alla ingovernabilità e alla instabilità libica, Palazzo Chigi ha deciso di prendere tempo facendo partire i primi 120 militari dei 450 che andranno in Niger a giugno, dopo le elezioni politiche di marzo, insomma. Mandiamo uomini e mezzi per addestrare le forze di polizia e militari del Niger. Sperando, che nel frattempo, la situazione in Libia migliori. Tripoli e Bengasi continuano a vivere in uno stato di emergenza. L'ultima autobomba a Bengasi che ha fatto decine di morti è stato un segnale per dimostrare che il generale Haftar non controlla neppure Bengasi mentre la battaglia di metà gennaio dentro l'aeroporto civile di Mitiga, nel centro di Tripoli, è la conferma del grande pericolo rappresentato dal Daesh, dai quattrocento detenuti dell'Isis reclusi nel carcere che si trova dentro l'area dell'aeroporto.

Battaglia a Bengasi

È stata una giornata campale, indimenticabile. Un attacco in grande stile, con brigate e milizie di Bengasi, del Gran Muftī, degli integralisti arrivati via mare da Derna. Tutti per cercare di liberare i quattrocento militanti del Daesh e di Al Qaeda rinchiusi in carcere. Gli attaccanti sono stati respinti dalle brigate vicine al governo. Diversi sono stati i morti e i feriti. Anche alcuni velivoli civili sono andati distrutti. Un problema, un gravissimo grattacapo difficilmente risolvibile. Quei detenuti terroristi rischiano di rappresentare un grave problema per la sicurezza della Libia e anche nostra. Il tentativo di fuga è fallito, per il momento. Ma loro non sono per nulla detenuti modelli.

Il miraggio di un dialogo fra le parti

Il Paese continua a essere fuori controllo. Nonostante gli importanti tentativi di trovare un dialogo costruttivo tra lei parti del nuovo delegato straordinario delle Nazioni Unite, il libanese Gassam Salamè, il caos continua a essere prevalente. E il presidente riconosciuto all'estero ma non legittimato dal Parlamento libico, Fayez al Serraj, pensa a un rimpasto di governo. Per conquistare quei voti in Parlamento che non ha.

Guido Ruotolodi Guido Ruotolo   
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